(it) anarres info: Muri invisibili. Quando il decoro diventa sicurezza

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Gio 11 Maggio 2017 07:42:11 CEST


"Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre strumenti volti a rafforzare 
la sicurezza delle città e la vivibilità dei territori e di promuovere interventi volti al 
mantenimento del decoro urbano" ---- Il decreto legge sulla sicurezza urbana del ministro 
dell'Interno Minniti comincia così. ---- Ogni parola ricalca la logica con cui da 
quarant'anni in Italia vengono affrontate le questioni sociali e i movimenti di lotta anti 
istituzionali. ---- Tutto è racchiuso nei tre termini chiave dell'incipit, sapientemente 
incardinati gli uni negli altri per rendere indispensabili, indifferibili, immodificabili 
le nuove norme. ---- "Straordinaria necessità ed urgenza". ---- Siamo in costante stato di 
emergenza, pressati da urgenze e necessità che urlano. Urlano sulle pagine dei quotidiani 
del governo e delle opposizioni.

L'emergenza ha giustificato, governo dopo governo, misure repressive che hanno allargato 
la linea di cesura tra le classi, eretto muri, trasformato il Mediterraneo in un cimitero 
di guerra.

Poveri, immigrati, senza casa, profughi sono nel mirino. È la loro stessa esistenza ad 
essere messa in discussione.

L'Italia non è l'Africa, né gli Stati Uniti. I poveri non vivono in ghetti e slum 
separati, lontani dal centro, dai mezzi di comunicazione, controllabili da apparati 
polizieschi che sorvegliano che nessuno si avventuri fuori. Distanza, mancanza di mezzi 
pubblici o privati, persino barriere fisiche separano il mondo di sopra da quello di 
sotto. Cosa succeda lì non importa a nessuno. Gli scarti, gli inutili, quelli che vivono 
sul margine e "del" margine, sono stipati in aree che sono enormi discariche umane. In 
certe megalopoli africane o asiatiche la discarica è ben più di una metafora, è il luogo 
dove sorgono le baracche, costruite con i rifiuti da gente che vive di rifiuti.
In Italia campano di raccolta, riuso e vendita di rifiuti solo i rom rumeni e slavi.
I braccianti stagionali immigrati delle nostre campagne abitano in ghetti tra tende, 
plasticoni e accrocchi di lamiera.
Gli altri poveri, quelli delle città, italiani ed immigrati, stanno accanto ai meno 
poveri, non lontani dai ricchi.

I nuovi poveri

La povertà sta aggredendo anche chi, sino ad un paio di decenni fa, credeva di essere al 
sicuro. Casa di proprietà, lavoro, pensione, qualche soldo da parte, i figli 
all'università. Oggi tante delle certezze che facevano sentire al riparo il piccolo ceto 
medio sono scomparse, frantumate. Il futuro non è più quello di una volta.

In questi settori pesca a mani nude la destra sociale nelle sue varie incarnazioni, da 
quelle più brutali a quelle più paludate. A fare il miglior raccolto sono i pentastellati, 
che mescolano la retorica partecipativa con le seduzioni di una leadership carismatica 
puntellata da un pizzico di partito/azienda ereditario.
Tra bancarellari e tassisti, piccoli commercianti e impiegati alligna l'illusione che 
sicurezza e decoro siano due facce della medesima medaglia.
A Torino la sindaca a Cinquestelle ha promesso ai comitati spontanei di quartiere, tutti o 
quasi promossi dall'estrema destra xenofoba e razzista, la possibilità di cogestire le 
scelte sul decoro delle periferie. In cambio i comitati dovranno reperire i fondi 
necessari per la manutenzione degli spazi pubblici. Va da se che al decoro potrebbe 
contribuire una certa pulizia etnica e sociale.
Anche in periferia lo spazio pubblico ambisce a diventare vetrina, per affrontare le sfide 
di una città che si candida a snodo nevralgico in un reticolo di strade, commerci reali e 
virtuali dove il successo dipende dalla capacità di attrarre eventi, centri direzionali, 
spazi espositivi. La concorrenza è spietata e le pulizie vanno fatte in fretta.
Avviene a Torino, una città che, senza rottura di continuità, dopo decenni di governo di 
centro-sinistra, è oggi targata 5 stelle. La ridefinizione dello spazio urbano per una sua 
messa a valore che escluda la povertà è una scelta che oltrepassa i confini del capoluogo 
piemontese.

Smaltire le eccedenze

I decreti sicurezza di Minniti hanno inaugurato la campagna elettorale del PD contro Lega 
e 5 Stelle, ma sarebbe miope non cogliere che la partita elettorale è solo un tassello nel 
mosaico del governo.

Il disegno sotteso alle norme sulla sicurezza urbana, ha un chiaro valore strategico.
Isolare, allontanare, ghettizzare i poveri implica la presa d'atto che un numero crescente 
di esseri umani sono vuoti a perdere, non riciclabili, né riassorbibili.
Per chi non ha in tasca un passaporto della Repubblica Italiana ed è privo di permesso di 
soggiorno Minniti ha solo affinato le tecniche elaborate nei decenni dai suoi 
predecessori. Nuove galere amministrative, accordi per respingimenti ed espulsioni, 
riduzione secca degli scarni diritti dei richiedenti asilo. Minniti ha dato un tocco di 
classe, introducendo il lavoro non retribuito per i profughi.
Il governo, che taglia i fondi per la sanità, la scuola, il trasporto pubblico, offre ai 
sindaci e ai prefetti strumenti che non miglioreranno le liste di attesa negli ospedali, 
né aumenteranno le corse di tram e bus, ma potrebbero far crescere la sicurezza percepita 
dai ceti medi impoveriti, che si sono accorti che la rete sospesa sotto il trapezio delle 
loro vite è stata tagliata.
Non potendo fugare lo spettro della povertà viene loro offerta la possibilità di 
allontanare i più poveri da stazioni, aeroporti, case occupate, giardini pubblici.
Difficile sopravvivere per chi fa accattonaggio o piccoli commerci, se viene imposto il 
divieto di usare gli spazi urbani e di muoversi liberamente.

Diritto amministrativo del nemico

I poveri vanno puniti perché sono poveri.

I giovani dei quartieri popolari, i disoccupati, i mendicanti, i senzatetto, i migranti 
vanno allontanati, nascosti, privati delle loro risibili libertà e diritti.
Nonostante il codice penale sia infarcito di norme contro i poveri e gli oppositori 
sociali applicate con crescente meticolosità negli ultimi anni, quest'apparato repressivo 
non è considerato sufficiente per affrontare "la straordinaria necessità ed urgenza di 
introdurre strumenti volti a rafforzare la sicurezza delle città e la vivibilità dei 
territori e di promuovere interventi volti al mantenimento del decoro urbano".
Con i decreti legge del ministro dell'Interno Minniti si va oltre il diritto penale del 
nemico, per introdurre il diritto amministrativo del nemico.
La linea di contiguità tra i due ambiti è resa evidente dal moltiplicarsi di misure 
restrittive della libertà che, pur restando nell'ambito del diritto penale, già 
prefigurano le misure adottate dal governo Gentiloni.
Fogli di via sparsi a piene mani a persone considerate indesiderabili, socialmente 
pericolose, sono divenuti normali. Per giustificare un foglio di via non è necessario 
avere commesso un reato, basta il profilo offerto dalla polizia politica al Questore.

Misure come la sorveglianza speciale imposta ad un crescente numero di attivisti politici 
mostra la volontà di togliere di mezzo compagni attivi nelle lotte, che la polizia e la 
magistratura non riescono a chiudere in carcere. I sorvegliati non possono frequentare 
sedi politiche, posti occupati o incontrare chi ne fa parte, è loro vietato partecipare a 
cortei e presidi, spesso devono sottostare al coprifuoco notturno.

Le stesse misure cautelari imposte di recente dalla magistratura ad antirazzisti, 
antifascisti, anarchici, ambientalisti mirano ad allontanarli dalle lotte ben prima del 
processo e di un'eventuale condanna. Obblighi di dimora distanti da dove si vive, oppure 
divieti di dimora a casa propria, firme quotidiane in altre città sono parte della 
costellazione repressiva imposta agli attivisti politici.
Al di là del reato contestato, si viene colpiti perché colpevoli di lottare per una 
radicale trasformazione dei rapporti sociali.

I decreti sicurezza di Minniti, pur innestandosi nella tradizione della repressione per 
via amministrativa, inaugurata con i centri di detenzione per immigrati nel 1998, 
rappresentano un salto di paradigma.
Sinora abbiamo esaminato i nuovi poteri di allontanamento di sindaci e prefetti in due 
chiavi. La prima è relativa alla valorizzazione di periferie soggette a processi di 
gentrificazione. La seconda è lo spostamento, l'emarginazione e ghettizzazione di quelli 
che a nessuno interessa mettere al lavoro.

La terza è squisitamente repressiva. Insorgenze sociali simili a quelle che di tanto in 
tanto scuotono le Cité francesi o i sobborghi inglesi, avrebbero conseguenze devastanti in 
un paese come il nostro, dove le cesure fisiche sono meno nette. Applicare agli italiani e 
agli stranieri regolari l'isolamento imposto ai braccianti di Rosarno o agli immigrati 
ospitati negli hotspot o dispersi tra campagne e monti non è semplice.
Più facile individuare e colpire settori sociali specifici, insuscettibili di integrazione 
o assoggettamento, o gli attivisti politici e sociali, che si battono perché questa storia 
muti di senso. Le restrizioni della libertà di carattere amministrativo non offrono a chi 
le subisce nemmeno le esili tutele del sistema giudiziario.

Sono state accresciute notevolmente le prerogative del prefetto nel decidere l'impiego 
dell'antisommossa nello sgombero delle occupazioni di case o di spazi sociali.
Chi occupa, chi resiste ad uno sfratto subirà una violenza maggiore.

Vengono colpite duramente anche classiche forme di lotta come blocchi ferroviari e 
picchetti. Oltre alle consuete denunce per interruzione di pubblico servizio, si rischia 
il daspo di sei mesi dal luogo della lotta e una multa. Daspo e multa hanno effetto immediato.
Sindaci e prefetti hanno il potere di dare il daspo a chiunque, a loro insindacabile 
giudizio, stia turbando il "libero utilizzo degli spazi pubblici". Sotto questo cappello 
può stare tutto, dal rave al volantinaggio.
Possono limitare enormemente la nostra libertà con la stessa facilità con cui ci danno una 
multa per divieto di sosta.

Il daspo è stato sperimentato allo Stadio ed ora approda nelle nostre strade. A corollario 
un'altra misura applicata tra gli spalti approda nelle manifestazioni. Si tratta della 
flagranza differita. Se nel giro di 48 ore da un corteo vivace un poliziotto decide che 
quella ritratta in una foto sono io, posso essere arrestata. In questo modo il poliziotto 
diventa testimone, giudice ed esecutore di una sentenza, che può essere contestata ed 
eventualmente ribaltata solo dopo giorni o settimane di villeggiatura nelle prigioni di Stato.

L'autore di questo piccolo capolavoro di repressione per via amministrativa, Marco 
Minniti, è cresciuto all'ombra dell'ex presidente della Repubblica Cossiga. Quarant'anni 
fa Cossiga sedeva sulla stessa poltrona di Minniti: inviava e carri armati contro i 
manifestanti, aveva dato alla polizia licenza di estrarre la pistola e uccidere. Dobbiamo 
a lui la teoria sull'impiego di spie e provocatori nei movimenti. Con Cossiga Minniti ha 
costituito nel 2009 la Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), 
centro studi sui temi d'intelligence. Più volte sottosegretario agli Interni con delega ai 
Servizi Segreti, a gennaio Minniti è infine approdato alla poltrona di ministro. L'uomo 
giusto al posto giusto.
In tutta Europa soffia il vento del fascismo, della demagogia, della xenofobia. Il governo 
mette in campo un apparato repressivo contro le insorgenze su cui Orban o Le Pen 
troverebbero ben poco da eccepire.
Muri invisibili attraverseranno le nostre città, separando i sommersi dai salvati sotto la 
rassicurante, benevola etichetta del "decoro".

Maria Matteo

(quest'articolo è uscito sul numero di maggio di Arivista) http://www.arivista.org/

https://anarresinfo.noblogs.org/2017/05/04/muri-invisibili-quando-il-decoro-diventa-sicurezza/#more-10199


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