(it) fdca-nordest: YEMEN: UNA GUERRA IMPERIALISTA SILENZIATA di Pier Francesco Zarcone

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Mar 13 Giu 2017 08:12:06 CEST


È di questi giorni la notizia che il governo degli Stati Uniti intenderebbe aumentare 
l'appoggio militare all'Arabia Saudita nella guerra iniziata da questo paese contro lo 
Yemen. Per la stragrande maggioranza del grande pubblico la notizia può essere 
sorprendente, giacché il conflitto in corso nello Yemen è quasi una "non-notizia", a 
motivo di un silenzio pressoché completo dei mass media nostrani. E soprattutto non è 
detto che i più ne conoscano le cause. --- LO YEMEN DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA --- Ai 
nostri fini la sommaria ricostruzione della travagliata e sanguinosa storia dello Yemen 
può partire dal 1962, quando un golpe militare appoggiato dal Cairo depose l'ultimo 
monarca, il giovane imam sciita zaydita Muhhammad al-Badr, e venne proclamata la 
Repubblica. Tuttavia le tribù delle montagne - rifornite dall'Arabia Saudita - 
continuarono a sostenere il re, con la conseguenza di una sanguinosissima guerra civile in 
cui intervennero direttamente truppe egiziane (fu il piccolo Vietnam di Nasser). La guerra 
civile finì al termine degli anni Sessanta (anche a motivo del disimpegno egiziano per la 
sconfitta nella Guerra dei sei giorni contro Israele) grazie ad accordi tra Il Cairo e 
l'Arabia Saudita, la quale sostanzialmente "mollò" al-Badr. Quindi la vittoria fu dei 
repubblicani. Questo per quanto riguarda lo Yemen settentrionale.

Nel Sud controllato dalla Gran Bretagna, che vi aveva costituito una Federazione Araba 
Meridionale, dal 1963 il Fronte di Liberazione Nazionale (marxista) aveva iniziato la 
guerriglia contro i Britannici, costringendo infine Londra a concedere l'indipendenza allo 
Yemen del Sud, dove nel 1967 si costituì la Repubblica Popolare dello Yemen (diventata nel 
1970 Repubblica Democratica Popolare dello Yemen), con capitale Aden, che ebbe il primato 
di essere l'unico Stato comunista del mondo arabo.

Tentativi di unificazione fra le due Repubbliche yemenite risalgono agli inizi degli anni 
Settanta, ma senza esito fino al crollo dell'Unione Sovietica. Nel 1990 Yemen del Nord e 
del Sud si riunirono. Un'unione infelice, giacché ben presto i comunisti del Sud si resero 
conto dell'errore commesso e nel 1994 cercarono di effettuare una secessione. L'esercito 
rimasto fedele al governo unitario, molto più forte di quello secessionista e appoggiato 
anche da elementi del Sud, domò la ribellione nel corso dello stesso anno. È interessante 
notare che i ribelli avevano ricevuto l'aiuto dell'Arabia Saudita che, a prescindere 
dall'abissale differenza ideologica con costoro, malvedeva l'unificazione yemenita, 
suscettibile di diventare un polo di attrazione pericoloso per le pretese di egemonia di 
Riyad sulla Penisola arabica.

A questo punto possiamo saltare fino al presente secolo.

LA RIVOLTA DEGLI HOUTHI

Per capire gli avvenimenti attuali si deve spiegare chi siano gli Houthi e il loro 
movimento Ansar Allah (italianizzato in Ansarullah), ovvero Partigiani di Dio. Essi fanno 
parte della consistente minoranza sciita zaydita dello Yemen (un'antica corrente islamica 
presente solo in questo paese, più affine ai Sunniti che non al resto del mondo sciita, 
duodecimano e settimano) e prendono il nome dal loro primo comandante militare, Husayn 
Badr ad-Din al-Houthi. Il movimento Ansar Allah nacque nel 1992, patrocinato dalla 
famiglia al-Houthi per ridare slancio allo Sciismo zaydita nel paese, ma non solo per 
questo: erano anche in gioco l'ottenimento di un maggiore spazio per partecipare alla vita 
politica yemenita e di migliori condizioni per lo sviluppo sociale, nonché il 
riconoscimento di uno status giuridico per la loro confessione religiosa. Quest'ultimo 
profilo aveva anche importanti implicazioni economiche in ambito famigliare: ad esempio, 
per i Sunniti all'erede maschio spetta il doppio della quota della femmina, mentre per gli 
Houthi l'eredità dev'essere divisa in parti uguali indipendentemente dal sesso degli eredi.

I rapporti col governo yemenita precipitarono dopo l'invasione statunitense dell'Iraq nel 
2003 - in quanto gli Houthi si schierarono a favore di Saddam Husayn - e la repressione 
voluta dal Presidente Abd Allah Saleh portò gli Houthi alla rivolta armata. Essa si inserì 
attivamente nella più ampia sfera della politica yemenita nel 2011, quando il leader 
ribelle Abd al-Malik al-Houthi si pronunciò a sostegno del movimento popolare che chiedeva 
le dimissioni di Saleh. Uscito di scena quest'ultimo alla fine del 2011, l'interim 
presidenziale fu assunto dal feldmaresciallo Rabbih Mansur Hadi (originario del Sud), che 
l'anno successivo fu eletto Presidente con mandato biennale - elezioni boicottate dagli 
Houthi. Contrari alla proroga di un anno al mandato presidenziale, gli Houthi ripresero le 
armi e nell'autunno del 2014 si impadronirono della capitale yemenita, Sana'a. Rimasto 
senza sostanziale esito un accordo politico imposto a Hadi, gli Houthi occuparono il 
palazzo presidenziale, fecero dimettere Hadi, lo imprigionarono, sciolsero il Parlamento e 
costituirono un Comitato rivoluzionario per governare il paese. A febbraio 2015 Hadi 
riuscì a fuggire da Sana'a riparando ad Aden, dove si proclamò legittimo Presidente e 
costituì la sua capitale.

Gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e le monarchie arabe del Golfo dettero il loro appoggio 
a Hadi. Gli Houthi, oltre a questi nemici, avevano e hanno avversa anche la locale sezione 
di al-Qaida, che è riuscita a occupare alcune zone nella parte centrale del paese.
Pur non essendo riusciti a occupare Aden, gli Houthi - appoggiati da una parte 
dell'esercito yemenita, tra cui anche reparti rimasti fedeli all'ex Presidente Saleh - 
estesero il proprio controllo territoriale, arrivando fino all'importante stretto di Bab 
el-Mandeb e marciando di nuovo su Aden, si impadronirono dell'aeroporto internazionale e 
il 25 marzo 2015 costrinsero Hadi a scappare per riparare in territorio saudita.

L'AGGRESSIONE SAUDITA

A stretto giro, cioè il 26 marzo, l'Arabia Saudita annunciò la creazione di una coalizione 
di Stati sunniti per riportare al potere Hadi, e iniziarono i bombardamenti dello Yemen. 
La coalizione era nominalmente costituita da Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Qatar, 
Egitto, Giordania, Sudan e Pakistan, ma in realtà lo sforzo maggiore fu delle truppe saudite.

Ancora una volta risalta l'assenza di una qualsiasi copertura giuridica (anche se formale 
o formalistica) a tale intervento bellico. Una coalizione palesemente in funzione 
anti-iraniana, giacché Teheran - per motivi geostrategici, politico-economici e religiosi 
- sta ovviamente dalla parte degli Houthi. È chiaro d'altronde che una loro vittoria nello 
Yemen avrebbe conseguenze pericolosissime per l'Arabia Saudita e le petromonarchie arabe, 
in quanto suscettibile di ridare slancio alle loro minoranze sciite (nel Bahrein gli 
Sciiti sono maggioranza numerica) oppresse religiosamente, politicamente ed 
economicamente. Il che altresì significherebbe un'estensione dell'area di influenza 
iraniana nella regione. Anche per questo - e benché l'Arabia Saudita sia notoriamente la 
creatrice e finanziatrice di una vasta rete mondiale di moschee e madrase radicali, brodo 
di coltura per estremisti di vario genere - pure nella questione yemenita essa gode del 
concreto appoggio occidentale, e particolarmente di Stati Uniti e Francia. Le coste dello 
Yemen sono sotto blocco navale della Quinta Flotta yankee, e l'aiuto della Francia 
consiste in rifornimenti e mercenari attraverso la base militare di Gibuti.

LA SITUAZIONE ATTUALE

Sulla carta si sarebbe dovuto trattare di un conflitto di breve durata, non foss'altro per 
la schiacciante superiorità della coalizione saudita. Tuttavia ancora una volta - e almeno 
finora - viene dimostrato che è illusorio dare per scontata una vittoria sulla semplice 
base dei numeri; vale a dire non considerando il fattore umano e le sue reali motivazioni. 
Chi sta resistendo all'aggressione saudita sa perché e contro cosa combatte; è dubbio 
invece il grado di consapevolezza delle truppe delle monarchie reazionarie arabe o quale 
sia il loro supporto morale; mentre sappiamo che i mercenari francesi e i piloti 
statunitensi nelle fila saudite combattono per bonus di circa 75.000 dollari a missione, e 
il premio dei loro colleghi sauditi consiste in un'automobile Bentley, concessa dal 
principe Walid bin Talal.

Fino ad oggi la guerra nello Yemen è stata un totale disastro per i Sauditi e i loro 
alleati, e intanto la regione dell'Hadramaut è diventata un vero e proprio "santuario" per 
al-Qaida nella Penisola arabica. Gli Houthi e i loro alleati hanno dimostrato un 
inaspettato grado di resistenza e di capacità di contrattacco, che per la coalizione si 
sono tradotti in una gran brutta figura a causa delle inutili perdite di militari e di 
materiali bellici considerati ultramoderni (al riguardo si ricorda che il quotidiano 
libanese al-Akhbar ha definito Aden «il cimitero dei carri armati AMX Leclerc», di cui 
sono tanto fiere le Forze armate francesi). E questo non poteva non ripercuotersi sulla 
tenuta della coalizione stessa. Infatti Pakistan, Egitto ed Emirati si sono defilati alla 
grande.

Oggi la capacità di rappresaglia yemenita per gli attacchi aerei sauditi consente di 
effettuare lanci missilistici che raggiungono anche basi militari in prossimità di Riyad, 
ma ciò non toglie che, nel silenzio degli organismi internazionali, i Sauditi stiano 
massacrando lo Yemen dal cielo, creando una situazione di emergenza umanitaria assoluta. A 
essere bombardate sono perlopiù installazioni civili e centri abitati, oltretutto privi di 
una vera assistenza sanitaria. I profughi interni sono circa tre milioni e almeno 200.000 
persone sono scappate all'estero; le necessità di assistenza alimentare sono elevatissime 
per circa l'80% della popolazione, insieme alla penuria di acqua potabile, elettricità, 
combustibili e medicine.

A ennesima dimostrazione dell'inutilità delle organizzazioni internazionali sta il fatto 
che, avendo iniziato l'Onu a imputare all'Arabia Saudita l'uso di armi non convenzionali 
come bombe a grappolo e armi chimiche - anticamera per un'accusa di crimini di guerra - da 
Riyad sia partita la minaccia di ridurre i fondi versati alle Nazioni Unite e a tutte le 
sue agenzie (UNRWA inclusa), nonché quella di far emettere dagli ulema sauditi una fatwa 
per attribuire all'Onu la qualifica di «nemico dell'Islam».

Tuttavia sull'Arabia Saudita si addensano anche ombre non previste. Notoriamente gli 
alleati degli Stati Uniti non possono essere mai sicuri della durata del legame con 
Washington, non sapendo cioè quando verranno malamente e improvvisamente "scaricati", con 
o senza copertura giuridica. Intanto una copertura giuridica Washington l'ha messa a punto 
a carico di Riyad: il 9 settembre dello scorso anno il Congresso degli Stati Uniti ha 
approvato il Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA), che permette di agire 
contro l'Arabia Saudita per ottenere il risarcimento dei danni causati l'11 settembre 2001 
da terroristi che erano di nazionalità saudita. Danni riguardanti 3.000 morti, 
l'abbattimento del World Trade Center - valutato in 95 miliardi di dollari - e la 
distruzione e la perdita dei servizi pubblici, per un totale di almeno 3.000 miliardi di 
dollari! Una "spada di Damocle" è quindi pronta, e chi vivrà vedrà.

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