(it) difesa sindacale it: Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n. 40 Giugno 2017

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Gio 1 Giu 2017 09:31:21 CEST


Lo scopo del contributo "Per una lettura critica della vicenda Alitalia" non è quello di 
fornire un'alternativa concreta alla vicenda per la salvaguardia della compagnia e, con 
essa, degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori che vi prestano servizio. ---- 
Vertenze di questo tipo, che maturano in una fase di crisi e di sconfitta sono, infatti, 
di difficilissima soluzione, proprio perché si tratta di contrastare i grandi processi di 
ristrutturazione internazionale del lavoro che procedono, con distruttiva aggressività, 
anche nel settore del trasporto internazionale, rispetto ai quali le strategie sindacali 
hanno dimostrato una totale inadeguatezza, non ritenendo o non riuscendo a impostare le 
lotte su di un piano europeo.

Con queste note ci proponiamo quindi di avviare una riflessione e ci rivolgiamo a quel 
tessuto di militanza e consapevolezza sindacale e politica, a quelle compagne e a quei 
compagni che fino ad oggi all'interno della CGIL, nonostante le difficoltà della fase che 
stiamo vivendo, hanno mantenuto una impostazione sindacale legata alla difesa degli 
interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, per un sindacato partecipativo che, 
saldamente radicato nei settori produttivi, sia in grado di riunificare il mondo del 
lavoro, le generazioni diverse e le sue diverse particolarità, su obiettivi all'altezza 
delle necessità e, soprattutto, dei tempi.

La posta in gioco è elevata: per contenere l'offensiva del capitale contro il lavoro e per 
impostarne il ribaltamento, per far sì che la nostra azione torni a proiettarsi verso un 
futuro in cui concetti come difesa e tutela degli interessi delle classi subalterne e 
delle future generazioni del lavoro, concetti come uguaglianza e solidarietà tornino a 
illuminare un percorso di emancipazione dallo sfruttamento, è necessario divenire 
"realisticamente ambiziosi", chiarendo che una presunta concretezza di cui sono intrise le 
burocrazie sindacali e politiche, ben piantate anche nella CGIL, che da alcuni decenni 
persegue le compatibilità delle politiche sindacali con le dinamiche dello sfruttamento 
capitalistico ha minato, nei fatti, ogni concreta capacità di resistenza all'offensiva 
delle forze del capitale rendendosi corresponsabile della sconfitta e della divisione del 
lavoro.

Al riecheggiare dell'intramontabile concezione qualunquistica secondo la quale «...i temi 
del lavoro non si possono affrontare come si faceva nel '900: si può essere nostalgici ma 
quel mondo non c'è più» così come si è recentemente espresso Walter Veltroni, deve essere 
contrapposta la cultura della consapevolezze sociale e della praticabilità degli obiettivi 
unitari, in una prospettiva capace di creare nuove aggregazioni di classe che implichino 
un salto di qualità nel divenire delle politiche sindacali per un mondo che intenda 
liberarsi dal giogo dello sfruttamento. Per questo motivo torna di estrema attualità 
l'intramontabile insegnamento del nostro Michail Bakunin, per il quale "...cercando 
l'impossibile, l'uomo ha sempre realizzato e conosciuto il possibile, e coloro che si sono 
saggiamente limitati a ciò che sembrava possibile non sono mai avanzati di un sol passo".

In questa prospettiva si muover il contributo "Contro la disoccupazione redistribuire il 
lavoro - Riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario", che non muove a 
scandalizzare i ben pensanti del sindacalismo, subalterni da sempre e pronti ad accusarci 
di utopismo o di populismo secondo la moda corrente per la quale mettere in discussione la 
validità di questo sistema è sovversione.

A costoro diciamo, molto concretamente "che non si può fare la frittata senza rompere le 
uova" e che è essenziale iniziare a porre le basi alla necessità di definire un progetto 
sindacale che sappia parlare non solo alla pancia delle lavoratrici, dei lavoratori e dei 
diseredati con obiettivi che intendano difendere la qualità della vita, ma anche al loro 
cuore nella prospettiva della realizzazione di una società diversa basata sull'uguaglianza 
e sulla solidarietà.

Ecco che iniziare a agitare la riduzione dell'orario di lavoro significa coniugare gli 
interessi immediati e storici delle classi subalterne in una prospettiva unitaria e 
internazionalista, che vede nella realizzazione del sindacato europeo un obiettivo capace 
di dare una nuova prospettiva all'azione sindacale.

Difesa Sindacale



Per una lettura critica della vicenda Alitalia

Il 24 di aprile us le lavoratrici e i lavoratori di Alitalia hanno respinto "il verbale di 
confronto", il pre accordo concordato tra Alitalia e le OOSS CGIL - CISL - UIL, ANPAC, 
AMPAV, UGL, con la maggioranza schiacciante del 67%: altissima la partecipazione al voto, 
di poco inferiore al 90%.

Determinante è stato il NO espresso dagli AAVV e dai piloti (3166 NO su 4004 aventi 
diritto, pari all' 89,64%).

Ma il NO si è affermato in quasi tutte le realtà di Alitalia, ottenendo significativi 
risultati a Malpensa (86,60%), alla Magliana (82,83%) e a Linate (81,35%), mentre il SI' 
ha prevalso a Scali periferici (71,88%), Manutenzioni (65,93%), Mensa FCO (62,97%).

Complessivamente ai NO va il 66,93% e ai SI' il 31,48% dei voti validi.

La Confederazione Unitaria di Base (CUB), l'Air Crew Committee (ACC) avevano costituito il 
"Comitato per il NO" e come l'Unione Sindacale di Base (USB), si sono schierate in modo 
deciso per il NO.

Dopo innumerevoli sacrifici richiesti e ottenuti e comunque risultati inefficaci per 
"salvare l'azienda", dopo lo sciopero unitario del 5 aprile us che ha visto un'altissima 
partecipazione, le lavoratrici e i lavoratori di Alitalia hanno coerentemente replicato la 
loro determinazione respingendo a stragrande maggioranza un accordo inaccettabile nel 
merito e nel metodo, un accordo che prevedeva ulteriori tagli al personale, al salario e 
un generale peggioramento delle condizioni di lavoro, senza alcuna garanzia reale, così 
come già si era realizzato in precedenza.

Il modello concertativo

A questo punto parrebbe scontata l'affermazione: "sulla vicenda Alitalia la CGIL dovrebbe 
avviare una riflessione" sulle passate politiche concertative: ma il condizionale è 
d'obbligo perché queste politiche sono ancora ben piantate nei gruppi dirigenti confederali.

Infatti, nonostante che negli anni la concertazione abbia assunto una vera e propria 
implicazione strategica con le compatibilità e le conseguenti politiche dei redditi che 
hanno prodotto danni innumerevoli all'intero movimento sindacale e al medesimo concetto di 
rappresentanza, interi settori della CGIL non immaginano un futuro diverso, e relegano il 
conflitto in una dimensione puramente formale e propagandistica alla ricerca di un legame 
con i gruppi dirigenti di CISL e UIL, ormai avviati verso una prospettiva decisamente neo 
corporativa.

La vicenda Alitalia è, infatti, solo l'ultimo anello di una catena di sconfitte laddove si 
è anteposta la quantità alla qualità dei contratti e degli accordi firmati: quanti più 
contratti e accordi si firmano, quanto più si assume autorevolezza nei confronti del 
padronato del governo, quanto più si rilancia il ruolo concertativo altrimenti 
agonizzante, anche se la qualità di questi contratti e accordi è fortemente regressiva e 
inadeguata a fronteggiare l'attacco nei confronti delle condizioni di vita delle classi 
subalterne, creando delusione e sfiducia.

Premettendo che i contratti, gli accordi e le pre intese fino ad oggi firmati sono 
risultati tutti pressoché inaccettabili da un punto di vista salariale, c'è da dire che 
quei contratti, quegli accordi e quelle pre intese hanno in generale concorso a peggiorare 
le condizioni di vita dei lavoratori, componendo un quadro allarmante: il contratto igiene 
ambientale (luglio 2016) aumentò l'orario di lavoro da 36 a 38 ore settimanali, così come 
già era avvenuto per i ferrovieri i quali, nel nuovo contratto (dicembre 2016) hanno visto 
affermarsi ampie concessioni alla frantumazione e alla privatizzazione del servizio 
ferroviario; per non parlare del contratto dei metalmeccanici (novembre 2016), che 
realizza ampie concessioni al welfare aziendale che oggettivamente pongono le basi per un 
ulteriore indebolimento del contratto collettivo nazionale di lavoro e per la 
privatizzazione dei servizi pubblici.

In ultimo la pre intesa sul pubblico impiego, firmata nel novembre us alla vigilia del 
referendum costituzionale, realizza promesse che la riforma Madia non ha rispettato 
replicando, con la recente riforma della Pubblica Amministrazione, la sostanza della 
"legge Brunetta".

In questo quadro assumono particolare importanza anche altre vicende proprio perché nelle 
loro dinamiche anticipano la conclusione della vicenda Alitalia, come ad esempio le 
vertenze "Foodora" e "Almaviva Contact".

Infine è interessante notare che i contratti dei ferrovieri e dei metalmeccanici sono 
stati sottoposti a referendum e approvati dalla maggioranza delle maestranze registrando 
comunque una significativa opposizione, la stessa registrata nella vertenza Almaviva, 
laddove la sede di Roma ha respinto l'accordo.

Un confronto: la vertenza Alitalia

e la vicenda contrattuale della Pubblica Amministrazione

I gruppi dirigenti della CGIL hanno infatti sostenuto la firma di questi contratti, 
accordi e pre intese dai contenuti assolutamente inadeguati proprio per rilanciare il 
proprio ruolo concertativo, per altro sempre più indebolito da una ristrutturazione 
internazionale del lavoro che tende a ridimensionare fortemente il ruolo delle 
organizzazioni sindacali.

Facciamo un esempio: la pre intesa sui rinnovi contrattuali nella pubblica amministrazione 
poteva anche essere accettabile in una logica di scambio tra salario e diritti laddove, 
nell'obiettiva considerazione della difficoltà dei tempi, si rinunciava a aumenti 
salariali per la cancellazione della legge Brunetta, che avrebbe consentito sbocchi 
positivi a una vicenda contrattuale bloccata da ormai otto anni.

Una logica questa certamente difensiva ma che avrebbe comunque avuto un senso se fosse 
stata perseguita in modo fermo e deciso, ricercando la partecipazione e la mobilitazione 
dei lavoratori.

La richiesta che la CGIL avrebbe dovuto fare sarebbe stata allora la seguente: il governo 
abolisca la legge Brunetta e noi ci sediamo al tavolo delle trattative.

Questa richiesta non è stata presa in considerazione e si è preferita la firma alla pre 
intesa di novembre, a quello cioè che è solo un cumulo di buone intenzioni proferite per 
altro senza garanzia alcuna, senza nemmeno utilizzare efficacemente la spinta ottenuta con 
la vittoria del referendum costituzionale al fine di non guastare i rapporti con i gruppi 
dirigenti di CISL e UIL e con il governo, per ritrovarsi poi con la riforma Madia 
approvata che nei fatti annulla le migliori intenzioni della pre intesa di novembre 
ipotecando i prossimi rinnovi contrattuali.

A complicare la situazione vi è poi l'estrema eterogeneità del comparto: i lavoratori 
pubblici sono infatti un insieme molto eterogeneo, laddove convivono diverse 
organizzazioni del lavoro a cui conseguono livelli di esternalizzazione dei servizi molto 
diversificati in qualità e quantità, figure professionali non generalizzabili, contratti 
di categoria che contemplano dinamiche salariali diverse, con diversi livelli di 
autonomia, di valutazione e diverse modalità di corresponsione del salario accessorio, 
fino a vere e proprie forme di incentivazione previste anche per legge, che aumentano le 
disuguaglianze dividendo i lavoratori tra loro e tra categoria e categoria.

In un simile contesto il blocco contrattuale perdurante ormai da oltre otto anni ha acuito 
sia il senso di emergenza salariale, nella Pubblica Amministrazione non sono rare le 
retribuzioni che non superano i 1.200 Euro netti mensili, sia il senso di frustrazione 
"professionale" delle categorie più consistenti e/o dotate di maggior potere contrattuale 
che, come la scuola e in particolare gli insegnanti, reclamano legittime richieste le 
quali, in assenza di adeguate coperture finanziarie e se perseguite al di fuori di un 
concreto disegno egualitario, rischiano di divenire un nuovo elemento di divisione delle 
lavoratrici e dei lavoratori dell'intero comparto, anche in considerazione alla questione 
degli esuberi nella Pubblica Amministrazione questione che, sia pure accantonata, 
rappresenta una prospettiva devastante tutt'altro che remota.

Con tutte le differenze dettate dalla diversità dei contesti la vicenda Alitalia presenta 
numerose aderenze, anche di prospettiva, con quella della Pubblica Amministrazione.

Ma ciò che in generale lega la vicenda Alitalia a quella delle altre vertenze contrattuali 
è il concetto di rappresentanza e la necessaria difesa degli interessi delle lavoratrici e 
dei lavoratori: due aspetti che devono avanzare assieme.

Se, in talune circostanze laddove prevale una logica difensiva, può anche essere opportuno 
scambiare il salario con la difesa di altre conquiste poste sotto assedio, l'eccezione non 
può divenire la regola secondo la quale l'uscita dalle crisi deve avvenire comprimendo gli 
interessi delle classi subalterne, così come è avvenuto fino a oggi.

Unità, solidarietà di classe e rappresentanza

La sera di lunedì 24 aprile, a urne ancora aperte, il TG2 delle 19,30 ha intervistato un 
lavoratore Alitalia e questo ha affermato: "...ci chiedono, tra le altre cose, di mandare 
a casa 2000 di noi: allora tutti a casa, meglio tutti che solo 2000..."

Questa semplice dichiarazione esprime il valore politico del NO, incardinato sulla 
solidarietà contro la dilagante frattura di classe. Per questo motivo la vittoria del NO 
ha un elevato valore strategico dal quale ripartire. Ma in quale direzione?

Innanzi tutto il NO è una precisa indicazione verso una nuova forma di rappresentanza 
sindacale che deve essere dei lavoratori a partire dai luoghi di lavoro, e non delle sigle 
sindacali a partire dai vertici di queste.

Ne consegue che ogni differenza tra pubblico e privato deve essere superata, sia pure in 
considerazione dei differenti contesti, per una revoca integrale dell'accordo 
Interconfederale tra CGIL CISL UIL e Confindustria in merito al Testo Unico sulla 
rappresentanza, firmato nel gennaio del 2014.

Anche la logica dei referendum deve essere completamente rivista: non deve più essere 
possibile che le lavoratrici e i lavoratori siano chiamati a decidere solo sulla parte 
finale della trattativa, vale a dire sull'accordo tra le parti specialmente quando questo 
implica tagli occupazionali.

La rappresentanza, invece, dovrà implicare un preciso mandato a trattare, conferito alla 
delegazione trattante che in ogni momento dovrà rispondere alle lavoratrici e ai lavoratori.

Ma, ciò premesso, siamo assolutamente consapevoli che la democrazia costituisce un mezzo e 
non il fine dell'azione sindacale.

La democrazia sindacale è una palestra dove si costruisce e si rafforza la coscienza di 
classe dei soggetti, dove si dà senso e misura all'azione sindacale reale delle delegate e 
dei delegati e alla loro funzione di controllo sui gruppi dirigenti del sindacato, per 
evitare che questi divengano strutture di potere autonome rispondenti solo a se stesse, 
così come sta accadendo anche nella CGIL.

Una volta stabiliti questi semplici ma importanti riferimenti si giunge alla sostanza 
della vicenda Alitalia sulla quale è necessario riflettere con obiettività.

Trasporti, potere contrattuale e professionalità

Ad una obiettiva analisi dei fatti il potere contrattuale dei trasporti è stato 
pesantemente ridimensionato: questi non sono più un settore strategico così come è stato 
per anni, ovvero: nella loro accezione più ampia i trasporti avrebbero ancora un grande 
potere contrattuale, ma solo se considerati su scala internazionale e non più nazionale.

Come contenere altrimenti la "concorrenza" di Ryanair e delle altre compagnie "low cost" 
che dimezzano i costi tagliando salari e diritti dei lavoratori?

A questa tendenza al ribasso, dettata dalla massimizzazione dei profitti, è seguito il 
progressivo ridimensionamento del concetto di professionalità il quale, se ancora permane 
quale obiettivo sindacale, riguarda settori sempre più ristretti che, come i piloti, 
risultano fortemente insidiati dai nuovi modelli di organizzazione del lavoro conseguenti 
ai profondi processi di ristrutturazione che il trasporto areo ha subito in questi ultimi 
anni.

Alitalia versa ormai in una crisi irreversibile, frutto di quanto è stato giustamente 
affermato fino ad oggi per quanto riguarda le grandi imprese pubbliche e non pubbliche: 
forti responsabilità della politica e dei precedenti governi, alle quali si sommano 
certamente le responsabilità che, in ugual misura, sono attribuibili al management 
presente e passato, e non certo alle lavoratrici e ai lavoratori.

Ma se questi sono i dati di fatto di una situazione disperata vi sono anche le condizioni 
al contorno di una crisi di ristrutturazione che ha coinvolto il trasporto aereo che, 
inserito nel mercato mondiale, è soggetto alle medesime leggi degli altri assetti produttivi.

A confronto con colossi come Luftansa, Air France, Ryanair, British Airwais per rimanere 
in Europa, Alitalia non è che una compagnia regionale inserita in un contesto continentale 
che vede affermarsi la crisi dell'imperialismo europeo, che dovrebbe stare unito ma non è 
ancora capace, e questa sua incapacità si riflette anche nel trasporto aereo continentale 
impedendo, come in altri settori dell'economia e della politica, strategie unitarie.

In questa dimensione la vittoria del NO al referendum Alitalia, oltre al valore politico 
di indirizzo esprime, obiettivamente, un'elevata fragilità dato che costituisce la cuspide 
di un percorso di opposizione anziché la premessa di un processo di unità di classe.

Inoltre è anche concretamente ipotizzabile che tale vittoria non abbia alcuna 
significativa ricaduta operativa sulla vicenda Alitalia, in quanto è presupponibile che 
non riuscirà a contrastare il profondo processo di ristrutturazione in atto che vede le 
lavoratrici e i lavoratori isolati a livello internazionale.

E qua il discorso si sposta su di un terreno irto di fraintendimenti e di difficoltà.

Tra difficoltà e inadeguatezza

Alitalia rimane comunque un'azienda di dodicimila dipendenti che devono essere 
assolutamente salvaguardati: ma le dinamiche del mercato mondiale ed europeo tirano da 
un'altra parte e propendono a scaricare i costi delle ristrutturazioni sulle lavoratrici e 
sui lavoratori, e il fatto che le banche vengano invece salvate facendo ricorso alle 
pubbliche finanze e quindi alla fiscalità generale è, alla fine, la spietata 
considerazione dei rapporti di forza che vedono il capitale primeggiare sul lavoro per 
cui, la nazionalizzazione, che pure potrebbe salvaguardare l'azienda, rappresenta il 
perseguimento di un obiettivo che non si ha la forza di imporre: un po' com'era 
l'obiettivo di nazionalizzare la FIAT.

D'altronde non ci piace ragionare per metafore e in questa grave circostanza quella del 
bicchiere pieno per metà, che può ragionevolmente essere considerato o mezzo pieno o mezzo 
vuoto, ci sembra inadeguata.

E' inadeguato, infatti, il punto di vista delle organizzazioni sindacali confederali 
perché la vittoria del SI' al referendum sull'accordo non avrebbe comunque spostato i 
rapporti di forza ma solo rinviato, forse aggravandola, la crisi di Alitalia.

Inoltre una certa cautela ostentata dalla CGIL nel commentare la vicenda, unitamente 
all'assenza di una doverosa autocritica per come questa è stata gestita, ha dato sponda 
alla CISL di replicare la frusta e qualunquistica categoria del populismo con la quale si 
è tentato di liquidare la vittoria del NO.

Ma è parimenti inadeguata anche la lettura che viene svolta dalle organizzazioni sindacali 
di base che dimostrano tutta la loro difficoltà a inquadrare la vicenda Alitalia nella 
crisi e nelle contraddizioni che percorrono l'imperialismo europeo.

Queste organizzazioni, che hanno comunque svolto un ruolo primario nella vittoria del NO 
sia pure in una perdurante divisione tra sigle, interpretano questa vittoria come una 
nuova premessa per la costruzione del sindacato di classe, unica alternativa a quella che 
viene definita con enfasi propagandistica "l'agonia del sindacalismo confederale".

All'Alitalia si sarebbe quindi celebrata la fine della concertazione e la costruzione del 
sindacato di classe, variamente interpretata, avrebbe ricevuto un'ulteriore conferma.

Questa lettura è sbagliata perché la situazione è assai più complessa.

I contesti internazionali della crisi e della ristrutturazione del lavoro

La vertenza Alitalia è il punto di arrivo di una lunga vicenda nazionale con tutte le sue 
particolarità che, come si è brevemente accennato, affonda le radici nella grande 
ristrutturazione internazionale del lavoro alla quale il sindacalismo non è riuscito a 
fare argine, né con le maggioritarie tendenze concertative in crisi di consensi e di 
legittimità, né con le componenti più radicali del sindacalismo di base, che ottiene i 
propri consensi in virtù delle male arti confederali anziché in conseguenza del proprio 
radicamento che, dati i contesti generali, rimane comunque episodico.

L'attiva partecipazione alle lotte in corso nel mondo del lavoro è essenziale per 
sostenerne efficacemente le ragioni e i metodi: specialmente quando queste lotte sono 
spontanee e in qualche misura autonome dal controllo riformista come si è verificato nella 
logistica, nelle telecomunicazioni, con la vertenza Foodora e Almaviva, con il contratto 
dei Metalmeccanici che ha registrato un significativo dissenso e, da ultimo, con la 
vittoria del NO al referendum Alitalia.

Ma è altrettanto importante svolgere un'analisi delle caratteristiche dello scontro di 
classe che in questa fase di crisi esprime lotte prevalentemente difensive e frammentate 
in una generale dimensione di sconfitta che si annuncia come lunga.

In Europa e nel mondo vanno riaffermandosi movimenti reazionari con caratteristiche di 
massa che coinvolgono le classi subalterne. Gli effetti della crisi economica, unitamente 
alla crisi del riformismo, liberano energie proletarie che si disperdono o volgono a 
destra, in un allarmante "déjà vu", nonostante la significativa affermazione di alcune 
mobilitazioni settoriali e dei contenuti dello sciopero dell'8 marzo us che individua 
nell'internazionalismo l'unica via da seguire: ma è un percorso ancora tutto da costruire.

L'azione sindacale ha tra i suoi fondamentali obiettivi anche quello di agevolare forme 
autogestionarie: ma è il caso di procedere verso un bilancio critico dell'opposizione di 
classe che, alla fine, produce complessivamente risultati alquanto modesti, certamente 
inferiori alle energie profuse, alle risorse impegnate e, soprattutto, alle necessità 
della difficile fase che stiamo affrontando.

La vittoria del NO, unitamente alle altre lotte e vertenze che abbiamo analizzato, è la 
dimostrazione che è possibile iniziare a ricostruire quel tessuto di militanza sindacale 
che le dinamiche della crisi e l'inconcludenza delle politiche concertative hanno 
disperso. Senza questo tessuto, che deve essere ricostruito unitariamente, una ripresa 
dell'azione di classe non è nemmeno ipotizzabile.

Ma oltre queste considerazioni è necessario ribadire che la vittoria del NO all'accordo 
non riuscirà a invertire le tendenze della grande ristrutturazione in atto quindi, per 
salvaguardare gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori di Alitalia, è opportuno 
sviluppare tutte quelle strategie difensive (prepensionamenti, mobilità, ammortizzatori 
sociali, ricadute occupazionali e salariali differenziate tra i vari settori per 
salvaguardare maggiormente quelli meno garantiti) al fine di moderare al massimo gli 
effetti di una crisi che si annuncia irreversibile.

La necessità di una autocritica

In ambito sindacale è sufficiente la sola determinata testimonianza di quello che, secondo 
noi, sarebbe giusto fare ma che corrisponde solo alle migliori intenzioni nostre?

D'altronde né la vertenza Alitalia né la vittoria del NO che ha celebrato solo un modesto 
punto di arresto delle politiche concertative, sono in grado di rispondere a questa domanda.

Se l'opposizione interna alla CGIL non ha retto alla prova dei fatti e risulta al momento 
sconfitta - nella vicenda Alitalia non ha infatti avuto ruolo alcuno - una sorte analoga 
caratterizza anche il sindacalismo di base il quale non pare essere in grado di proporre 
un'alternativa concreta che non sia quella di invocare una nazionalizzazione francamente 
impossibile o vacue prove di coraggio da parte del nostro governo di forzare le direttive 
comunitarie, a riprova che le contraddizioni che si vogliono ascrivere al solo 
sindacalismo concertativo riguardano, in realtà, ogni esperienza sindacale che si articoli 
nella società capitalistica nell'epoca dell'imperialismo, contraddizioni che non sono 
suscettibili di essere aggirate con qualche scorciatoia organizzativa, minoritaria e 
volontaristica che i lavoratori e le classi subalterne dimostrano di non recepire.

E' un giudizio severo, che però rappresenta contemporaneamente una critica e una auto 
critica ai nostri reciproci indirizzi.

Alle compagne e ai compagni che, a più riprese, hanno intrapreso la via della costruzione 
di un sindacato di classe ripetiamo che la crisi dell'egemonia sindacale riformista e 
concertativa, le energie e le risorse che questa eventualmente libererà, non troveranno un 
punto di riferimento nelle esperienze di un sindacalismo ancora più radicale, ma si 
disperderanno secondo le inesorabili logiche della sconfitta.

L'alternativa allo stato di cose esistente non potrà allora essere individuata una volta 
per tutte, né potrà essere il prodotto di elaborazioni teoriche, strategiche e tattiche 
per altro auspicabili.

Anche gli obiettivi praticabili che rimandano a vertenze generali su obiettivi capaci di 
unificare il mondo del lavoro frantumato dalla crisi, necessitano di un sindacato europeo 
che sappia contrastare con una pratica internazionalista unitaria, la grande 
ristrutturazione contro il lavoro.

Riduzione dell'orario di lavoro

Ma questa alternativa non può essere solo enunciata ma deve essere costruita in un 
processo organico e collettivo che un tempo definivamo dialettico; un processo che tenga 
conto dei rapporti reali tra capitale e lavoro nei contesti della fase capitalistica in 
atto; delle modificazioni della struttura di classe conseguenti ai processi di 
ristrutturazione produttiva; della funzione sociale del riformismo nella fase 
imperialistica e dal ruolo della minoranza agente.

Il fine del nostro agire come compagne e compagni impegnati sindacalmente nella CGIL 
diviene allora lo sviluppo delle consapevolezze idonee, dei mezzi, dei modi e sopra tutto 
dei programmi da applicare nel concreto, per sviluppare e sostenere un collegamento 
stabile e duraturo di quel tessuto di opposizione di classe ancora troppo disperso, 
costituito da migliaia di delegate e delegati sindacali attivi nei luoghi di lavoro, un 
tessuto che deve essere riconosciuto e sostenuto per evitarne la dispersione, perché 
costituisce la via pratica per raggiungere le maggioranze sfruttate e inconsapevoli, 
subalterne e desindacalizzate che, altrimenti, rimarranno preda della sfiducia e della 
reazione. Ma questa azione per essere credibile deve essere condotta in base a obiettivi 
unitari che come "la riduzione dell'orario di lavoro"

Deve essere declinata in ogni ambito e in ogni vertenza per inquadrare questo storico 
obiettivo nell'unica dimensione sindacale vincente che è quella internazionalista del 
sindacato europeo.

Questo è il primo passo da fare, e la vicenda Alitalia insegna che questo è un obiettivo 
credibile.

Difesa Sindacale


Contro la disoccupazione redistribuire il lavoro.

Riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario

di Carmine Valente *

Se otto ore vi sembran poche

Era il 1° maggio del 1906 quando il giornale socialista la "La Risaia" proclama: "Il 
nostro programma è tutto nelle tre otto: otto ore di lavoro, otto ore di svago e otto ore 
di riposo. Questa è la battaglia dei socialisti!".

In quei giorni, grazie alla determinazione e al coraggio delle mondariso le mitiche 
"mondine" la lunga battaglia per le otto ore di lavoro, che aveva mosso i primi passi 
quaranta anni prima al di là dell'atlantico, si sviluppava oramai inarrestabile.

A Vercelli, il primo giugno 1906, viene firmato il primo accordo sulle otto ore.

Prima di allora il lavoro iniziava all'alba per terminare al tramonto.

Si dovrà attendere il febbraio del 1919 affinché la storica rivendicazione della giornata 
lavorativa di otto ore venisse applicato su tutto il territorio nazionale. Questa 
conquista sarà siglata nell'accordo pilota fra la Federazione degli industriali 
metallurgici e la FIOM. Sono anni questi in cui la conflittualità operaia raggiungerà 
livelli altissimi in gran parte dispersa dalle forze riformiste, politiche e sindacali, 
che disarmarono, ideologicamente e di fatto la classe, e dalle esigue forze rivoluzionarie 
che nonostante la loro grande influenza non avevano l'egemonia dei movimenti.

Il Regio Decreto 692 del 1923 (convertito in legge 473 il 17/4/1925) estenderà a tutte le 
categorie l'orario di lavoro massimo di 8 ore giornaliere e 48 settimanali.

Conflittualità e nuove conquiste

Per mettere in campo un nuovo obiettivo di riduzione dell'orario di lavoro, con 
l'obiettivo della settimana corta, si dovrà attendere il possente ciclo di lotte che si 
sviluppò a cavallo degli anni 60 e 70 del secolo scorso. Sono gli anni in cui ancora una 
volta il protagonismo dei lavoratori, in questa fase insieme ad un inedito protagonismo 
giovanile e a una radicale critica femminista, piega il padronato ed impone un concreto 
miglioramento delle condizioni di vita nei posti di lavoro; meno orario, controllo sui 
ritmi, salute in fabbrica.

La riduzione da 48 a 40 ore attraverso diversi accordi arriverà a regime nel biennio 72-73.

Dopo di allora nessuna modifica sostanziale, né contrattuale né legislativa, è intervenuta 
sulla durata dell'orario di lavoro, là dove i contratti hanno rinormato l'orario è stato 
per allungarlo. Così è avvenuto per il contratto dei ferrovieri e dell'igiene ambientale 
passati entrambi da 36 a 38 ore, aprendo un pericoloso precedente per tutti i settori 
pubblici che ancora mantengono le 36 ore.

Mutamenti significativi invece sono stati introdotti sulla flessibilità della prestazione 
lavorativa, superando di fatto sia le 8 ore giornaliere che le 40 o 48 ore settimanali e 
ciò in aperto contrasto con lo stesso dettato costituzionale che nell'art. 36 recita che 
"La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge."

Queste innovazioni saranno introdotte dal Decreto Legislativo 66/2003 che rinovella in 
maniera organica la regolamentazione dell'orario di lavoro dopo il Regio Decreto del 1923, 
il DL pur fissando in 40 ore l'orario settimanale e in 48 le ore massime settimanali, 
introduce un meccanismo di medie multi-periodali che di fatto consente ai padroni di 
utilizzare la forza lavoro con grande flessibilità con l'aumento e/o la diminuzione 
dell'orario settimanale in funzione dei picchi di lavoro, con la conseguenza che si 
mantengono i ritmi lavorativi sempre ai massimi livelli ed inoltre si permette di 
risparmiare in maniera significativa sugli straordinari.(1)

E' ora di cambiare

A 45 anni dalla conquista delle 40 ore settimanali oggi esistono tutte le condizioni 
soggettive ed oggettive per mettere all'ordine del giorno la riduzione dell'orario di 
lavoro. La disoccupazione è arrivata a livelli record con punte drammatiche tra le fasce 
giovanili, il job act è un sostanziale fallimento avendo avuto solo un effetto 
congiunturale sull'occupazione e contemporaneamente procede inarrestabile l'automazione e 
l'informatizzazione dei processi produttivi che aumenta in modo esponenziale la 
produttività oraria.

La parola d'ordine delle 8 ore rappresentò un potente obiettivo unificante per i 
lavoratori sia nell'ottocento che nel novecento e l'organizzazione della lotta per il suo 
raggiungimento fu determinante nella costituzione delle prime organizzazioni operaie: 
partiti e sindacati.

Oggi in una fase in cui la fiducia nelle organizzazioni sindacali è seriamente compromessa 
e quasi del tutta assente nelle fasce più giovani della forza lavoro, la parola d'ordine 
della riduzione d'orario a parità di salario può rappresentare un obiettivo importante per 
riprendere l'iniziativa e dare una prospettiva reale di cambiamento.

I fenomeni di disgregazione sociale che vanno ben al di là dei fatti che assurgono agli 
onori della cronaca nera quotidiana non possono essere slegati dal 40% di disoccupazione 
giovanile né dalla massa di quasi due milioni di Neet (2), cioè di giovani che non cercano 
lavoro, non studiano e non sono inseriti in alcun percorso di formazione. Tutto ciò, oltre 
a creare problemi seri di criminalità diffusa, genera una profonda passività sociale, 
portando intere generazioni di giovani lontani da qualsiasi impegno.

La riduzione dell'orario di lavoro e la redistribuzione del lavoro rappresenta una scelta 
economica in grado di ridare vitalità ai consumi interni e quindi un valido sostegno alla 
ripresa della produzione e all'incremento del PIL, avviando una spirale virtuosa per il 
rilancio dell'occupazione.

Al di là dei risultati macroeconomici, la imponente massa di disoccupati e inoccupati 
impatta pesantemente sul valore contrattuale della forza lavoro, l'"esercito industriale 
di riserva" come è definito da una felice espressione nel Primo libro del Capitale di Karl 
Marx è un'arma nelle mani dei capitalisti per ricattare i lavoratori nella quotidiana 
lotta di classe.

L'enorme massa dei disoccupati alimenta la concorrenza tra gli operai e rappresenta per 
capitale il più valido strumento per contrapporsi alle richieste di aumenti salariali e 
precondizione per l'estensione di forme di lavoro a basse tutele contrattuali e al 
dilagare del lavoro nero.

Lavoro nero e riduzione dell'orario di lavoro

Secondo uno studio della CGIA di Mestre del 2016 l'esercito dei lavoratori in nero 
presenti in Italia è' di quasi 3 milioni.

Tre milioni di persone che devono sottostare ad un ricatto quotidiano e a salari da fame 
che oscillano dai tre ai quattro euro l'ora, realtà che non è solo una caratteristica 
dell'imprenditoria criminale, ma che è elemento costitutivo in interi settori produttivi: 
agricoltura, servizi commerciali, turistici, ristorazione e alberghiero, nella piccola e 
media imprenditoria e nei settori artigianali delle costruzioni.

Parlare di lavoro nero come paracadute per disoccupati e pensionati in questi momenti 
difficili come fa il segretario della CGIA , significa ragionare in termini numerici e non 
rapportarsi alla vita nuda e cruda delle persone.

La riduzione di orario di lavoro a parità di paga dando la concreta possibilità di 
aumentare il numero degli occupati disinnescherebbe in parte le politiche di ricatto 
consentendo alle lavoratrici e ai lavoratori di lottare per un lavoro che dia non solo 
reddito ma anche dignità.

*direttivo Camera del lavoro livorno

Note

1) Art. 3

Orario normale di lavoro

1. L'orario normale di lavoro e' fissato in 40 ore settimanali.

2 I contratti collettivi di lavoro possono stabilire, ai fini contrattuali, una durata 
minore e riferire l'orario normale alla durata media delle prestazioni lavorative in un 
periodo non superiore all'anno.

Art. 4

Durata massima dell'orario di lavoro

1. I contratti collettivi di lavoro stabiliscono la durata massima

settimanale dell'orario di lavoro.

2. La durata media dell'orario di lavoro non può' in ogni caso superare, per ogni periodo 
di sette giorni, le quarantotto ore, comprese le ore di lavoro straordinario.

3. Ai fini della disposizione di cui al comma 2, la durata media

dell'orario di lavoro deve essere calcolata con riferimento a un periodo non superiore a 
quattro mesi.

4. I contratti collettivi di lavoro possono in ogni caso elevare il

limite di cui al comma 3 fino a sei mesi ovvero fino a dodici mesi a fronte di ragioni 
obiettive, tecniche o

inerenti all'organizzazione del lavoro, specificate negli stessi contratti collettivi.


2) NEET è l'acronimo inglese di "not (engaged) in education, employment or training"


http://www.difesasindacale.it/D.S.%2040.pdf


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