(it) usi-ait: Dibattito pedagogia libertaria su A -- Dar voce a chi vi lavora

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Dom 16 Ott 2016 10:47:26 CEST


Abbiamo letto e riletto, con molta attenzione, il corposo dossier riguardante l'educazione 
libertaria pubblicato sul numero estivo della rivista ("Scuole pubbliche non statali 
e...", a cura di Francesco Codello, "A" 409, estate 2016, pp. 119/153). Un lavoro egregio, 
per molti versi anche esaustivo ma non per tutti. Anche in questa occasione, e di questo 
ce ne rammarichiamo, così come nei numerosi incontri su questo tema a cui abbiamo 
partecipato, vi è sempre un eccellente coppia di esclusi: il lavoratore e la lavoratrice. 
---- Abbiamo formazione accademica ed esperienza lavorativa in campo pedagogico, abbiamo, 
in diverse occasioni, provato a dar vita a contesti educativi ad orientamento libertario 
quindi, il nostro intervento qui, non vuole entrare nel merito dell'impostazione teorica 
proposta, anche se qualche critica potremmo avanzarla, ma riproporre ancora la questione: 
perché non dare voe a chi in questi contesti vi lavora? In quali condizioni? Con che orari 
giornalieri e settimanali di lavoro (perché di lavoro si tratta)? Con quali retribuzioni?

Chi lavora in ambito sociale in generale e nello specifico in quello educativo, sa di cosa 
stiamo parlando. L'apparato ideologico che sovraintende alle condizioni di lavoro è lo 
stesso dovunque. "La nostra non è impresa nel senso commerciale del termine, ma in senso 
etico. Lavoriamo per persone che hanno bisogno di noi. E nel farlo dobbiamo metterci a 
disposizione". Tanta e tale retorica moralista si traduce in dimensioni e materialità 
quotidiana avvilente per chi (dirigenti esclusi) vi lavora. Si accettano stipendi da fame 
(basta dare un'occhiata ai tanti contratti fotocopia del settore) a fronte di elevata 
professionalità richiesta sia in termini di esperienza lavorativa che di formazione 
universitaria, si lavora anche più delle 38 ore settimanali previste, si fanno persino 
notti gratis per chi lavora in Comunità o servizi residenziali. E protestare non è solo un 
comportamento inaccettabile sul piano sindacale, è una specie di atto di lesa maestà, 
qualcosa di inconcepibile sul piano mentale e psicologico prima ancora che politico o di 
rivendicazione. Se la nostra è una missione, qui vanno bene solo dei missionari. Ovvio. Il 
punto è che sono proprio tutti così.

Quelli che si richiamano alla dimensione cattolica, e va bene; ma anche le cooperative di 
cosiddetti o sedicenti compagni, quelli che "l'educazione è una cosa laica", che "viva la 
Costituzione", che "ora e sempre resistenza". E anche qui, tutto ovvio. Ma c'è un altro 
punto che va tenuto in considerazione. Ci sono i grandi gruppi che fanno riferimento al 
Vaticano, i preti guru che hanno fondato imperi anche economici sulla solidarietà, 
l'accoglienza, la scuola e l'educazione. E ci sono i grandi colossi della cooperazione che 
scodinzolano al tavolo del primo politicante per arraffare le briciole di qualche progetto 
di "coesione sociale" (e ci vorrebbe un articolo solo per approfondire la distorsione 
linguistica con cui vengono usati certi termini). Ci sono insomma quelli che sono solo un 
po' meno rozzi e cattivi e volgari di chi è finito nella rete di "Roma-Mafia Capitale".

Ma non ci sono solo loro. Ci sono anche le tante piccole cooperative, quelle magari 
formate da solo qualche socio, che a quello che fanno ci credono, che non vogliono 
arricchirsi e non vogliono sfruttare i lavoratori e le lavoratrici, persone oneste e 
spesso con qualche velo di utopia, che portano avanti quella che, anche per loro, è una 
"missione". In questo luoghi non sempre funzionano dimensioni esclusivamente gerarchiche, 
le lavoratrici e i lavoratori sono spesso coinvolti e quasi tutto è discusso con loro, in 
tante situazioni l'assemblea dei soci è davvero sovrana e i bilanci sono pubblici e 
trasparenti. I dirigenti non hanno stipendi più alti degli altri, se non quel poco 
garantito dal contratto nazionale. Eppure anche qui chi vi lavora, proprio in ragione 
della "missione superiore" è oggetto di sfruttamento. E anche qui "sindacalizzazione" 
della forza lavoro è tabù, è avvertita come minaccia, dichiarata avversione.

Normalmente, sul piano della rivendicazione della professionalità educativa, combattiamo 
anche realtà come queste, consapevoli che nessuna dimensione lavorativa, neppure quelle 
che coinvolgono le lavoratrici e i lavoratori, che li rendono partecipi delle scelte 
educative, che condividono le filosofie pedagogiche e di approccio, possono essere 
accettate se non garantiscono (non possono o non vogliono garantire) condizioni 
quotidiane, sia d'ambiante che d'orario di lavoro e salariali, almeno dignitose. E che, 
per chi vive in una metropoli come Milano come noi, significa necessariamente stare sopra 
i 1200€ mensili.

Su questo non abbiamo mai mollato, facendo battaglia sindacale e subendo spesso attacchi 
se non veri e propri atteggiamenti di mobbing (beninteso gentili, buoni ed educati, come 
nello stile del settore). Per chi si propone la grande sfida di avviare progetti di 
educazione ispirata ai modelli libertari, sfida che potrebbe vedere interessate moltissime 
persone (inclusi i sottoscritti!) che in questo campo hanno acquisito esperienza e 
competenza questo è un passaggio ineludibile. Per molteplici ragioni: perché non si può 
vivere (in nessun ambito) serenamente se quello che fai non ti consente, detta brutalmente 
e senza mezzi termini, di arrivare a fine mese; perché lo sfruttamento non è minore, o 
diverso o più accettabile, se è autosfruttamento ammantato di ideologia; perché 
rivendichiamo la rabbia e l'indignazione di fronte alle nostre buste paga - per i sempre 
meno che la possono avere - e sarà così finché i salari non saranno diversi e migliori. 
Qualunque sia l'ambito di lavoro.

E si potrebbe quindi dire, e sintetizzare, perché è semplicemente giusto così. Attendiamo 
risposte...
Alberto Piccitto
Paolo Masala
Milano
Da A Rivista anarchica numero 410 - ottobre 2016

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