(it) usi-ait: Quella sera a Milano era caldo ... La storia

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Ven 23 Dic 2016 08:22:09 CET


La notte tra il 14 ed il 15 dicembre 1969 ovvero il terzo giorno di arresto arbitrario ed 
illegale (per la legislazione allora vigente) Giuseppe Pinelli - partigiano e ferroviere 
anarchico nonché attivo e combattivo esponente dell'USI - "precipita" dal quarto piano 
della questura di Milano. ---- Quella stessa sera un piccolo gruppo di miltanti si reca 
all'Università Statale dove è in corso un'assemblea studentesca per anticipare quello che 
- nella storica conferenza stampa svoltasi in piazzale Lugano il 17 dicembre - tutti gli 
organi di (dis)informazione di massa (compresa l'Unità e Paese Sera) definirono 
"delirante". ---- Dopo due ore di anticamera - in cui i lavori dell'assemblea studentesca 
continuarono come se nulla fosse accaduto - fu consentito loro di prendere la parola che 
si può riassumere in tre, semplici, slogan che presto, diventeranno patrimonio collettivo 
di un'intera generazione di militanti: Valpreda è innocente, Pinelli è stato assassinato, 
la strage è di Stato.

Un anno dopo ecco il resoconto del numero 1 Anno 1 di A rivista anarchica:

Milano un anno dopo

12 DICEMBRE

12 dicembre 1970: anniversario della strage di piazza Fontana, momento massimo raggiunto 
dalla provocazione contro il proletariato italiano nella sua espressione più 
rivoluzionaria: gli anarchici.

Proprio gli anarchici, quindi, debbono, più di chiunque altro, essere presenti in questa 
data, contro ogni provocazione e ogni calunnia. Ma è proprio l'autorità che, frantumatasi 
fra le sue mani la campagna di diffamazione contro gli anarchici, ricorre a una nuova 
provocazione.

Questi i fatti.

La manifestazione di sabato 12 era annunciata da una decina di giorni, tramite manifesti, 
volantini, conferenza stampa; venerdì 11 il nuovo, non diverso, questore di Milano convoca 
alcuni compagni comunicando loro che, in linea di massima, sarà tollerata solo una 
manifestazione con inizio dalle carceri di S. Vittore. La sera però vieta tutto e, a una 
precisa domanda, conferma col suo silenzio di aver ricevuto in merito ordini dal governo. 
Misteriosa e minacciosa suona la frase "Non vorremmo un altro morto il 12 di dicembre?!" 
Il questore è comunque posto di fronte alle proprie responsabilità: se vi sarà violenza 
sarà la polizia a compierla. Il giorno successivo ha luogo la smorta manifestazione 
dell'ANPI e dei partiti. Il suo termine coincide con la partenza del corteo anarchico. Non 
c'è però fra i due momenti alcun rapporto, anche se alcuni militanti di base del PCI 
decidono di partecipare al nostro corteo. Comunque cade la motivazione ufficiale del 
divieto, non essendovi più quella contemporaneità fra le due manifestazioni addotta come 
scusa dal questore.

Il corteo, forte di oltre 3.000 compagni, in prevalenza, anche se non tutti, anarchici 
imbocca via Torino: come esso vi è completamente entrato si ha la carica, ai fianchi, di 
fronte, alle spalle (dove agisce il solito, congestionato vicequestore Vittoria). Nessun 
tentativo di disperdere pacificamente; piuttosto la deliberata volontà di provocare il 
caos. Alcuni compagni hanno udito, prima dei fatti, agenti picchiare col manganello sugli 
scudi, ritmando "Oggi vi ammazzeremo tutti". L'attacco non è solo diretto verso i 
compagni, ma anche verso la folla che viene infatti colpita dai moltissimi candelotti 
lanciati ad altezza d'uomo; sono donne, bambini, uomini con pacchi natalizi in mano; 
l'attacco è talmente folle che persino alcuni dei passanti reagiscono con pietre o col 
rinvio dei lacrimogeni all'azione dei militari, così come in via Larga piovono dalle 
finestre, su richiesta dei compagni, fazzoletti o altro che valga a nascondersi dagli 
operatori della polizia.

Di fascisti né ora né poi si vede traccia; essi sono fronteggiati (ma, per carità non 
caricati, in piazza S. Babila e danno poi luogo a disordini in corso B. Aires) e dispersi. 
Essi stessi lo confermeranno con un volantino nei giorni successivi. E via Torino, come 
tutti sanno, porta in direzione opposta a piazza S. Babila.
Già in via Torino i carabinieri, veri protagonisti della giornata, usano le armi da fuoco, 
anche se, per il momento, sparando per aria (il che poi vuol dire all'altezza dei piani 
superiori delle case); alcuni lampioni vanno in frantumi in questo modo. Gli automobilisti 
fuggono lasciando le macchine in mezzo alla strada. Qui vengono raccolti numerosi bossoli. 
Agiscono poi anche nuove squadre di agenti in borghese il cui preciso compito è quello di 
arrestare i compagni rimasti isolati. Contemporaneamente in piazza del Duomo vengono 
sparati candelotti lacrimogeni (prevalentemente di vecchio tipo, essendo quelli nuovi, 
molto più tossici e dotati di un micidiale involucro di metallo, riservati praticamente ai 
luoghi dove non ci siano testimoni estranei ai fatti) dai piedi dell'Arengario fin dentro 
la galleria, dall'altro lato della piazza, con un tiro curvo dalla traiettoria 
intenzionale. Di questi gas di nuovo uso va detto che la loro tossicità è tale che ancora 
a due settimane di distanza molti compagni ne sopportavano le conseguenze, prevalentemente 
sotto forma di disturbi gastro-intestinali. Va ancora detto che provocatori evidentemente 
predisposti hanno gettato, contemporaneamente all'inizio della carica, alcune bottiglie 
Molotov dalle finestre di uno degli edifici di via Torino; la provocazione era così 
evidente che di ciò hanno parlato i giornali, mentre la questura ha taciuto.

Una volta frazionato il corteo i compagni, a gruppi, sono stati spinti in tutte le 
direzioni e non solo verso la statale, soprattutto perché, pur sapendo che il Movimento 
Studentesco avevo offerto l'università come rifugio in caso di carica poliziesca, si è 
cercato a lungo di riaffermare il proprio diritto a manifestare in un giorno così 
importante della recente storia italiana. Pochi gruppi perciò sono confluiti fra (non 
dietro) le file del servizio d'ordine del M.S.

È proprio davanti ai cordoni degli studenti che le "forze dell'ordine" ammazzavano il 
giovane internazionalista Saltarelli; la ammazzavano coscientemente, intenzionalmente: un 
candelotto gli veniva sparato nel petto da pochi metri di distanza. Pochissimi i testimoni 
che si trovavano nelle immediate vicinanze: essi, ad ogni buon conto, venivano 
manganellati contemporaneamente al fatto, perché non vedessero. A questo punto il M.S. 
attestato sulle proprie linee di difesa fino a quel momento, era coinvolto negli scontri, 
grazie anche a precise azioni di disturbo attuate dai carabinieri. Un plotone di questi, 
probabilmente lo stesso che ha ucciso Saltarelli, rifugiatosi nel n.11 di via Larga, 
usciva dopo alcuni minuti sparando intenzionalmente in tutte le direzioni. Soltanto in 
questo luogo sono stati raccolti una cinquantina di bossoli; altri sono stati trovati sul 
lato opposto della strada e sono presumibilmente quelli i cui proiettili hanno perforato 
le vetrine all'angolo fra via Larga e via S. Antonio. Altri fori di proiettile sono stati 
fotografati nelle vetrate della Banca d'America e d'Italia, in un negozio in fondo a via 
Torino (all'angolo con via G. G. Mora) e ancora altrove. Come si vede non si è trattato di 
singoli carabinieri in preda al panico (ma perché poi, se hanno i nervi così fragili, 
fanno questo mestiere?). Sono stati uditi da più d'uno anche colpi d'arma a ripetizione.
Le cariche sono continuate a lungo e in vari punti della città. Poi, una volta circolata 
la voce del compagno morto, le forze di repressione si sono dapprima fermate e poi 
ritirate. Con la scomparsa dell'aggressore ogni scontro è cessato.

15 DICEMBRE

Nell'anniversario della morte dell'indimenticato compagno Pinelli gli anarchici indicono 
un'altra manifestazione. Circa un migliaio di compagni si riuniscono in piazza Cavour e da 
qui si recano alla vicina questura. Temendo evidentemente niente di meno che un assalto 
all'edificio, il grande portone è chiuso. Dietro, si vedrà dopo, due plotoni della celere 
in assetto di battaglia. Su questo argomento il "Corriere" ha deliberatamente mentito, 
parlando di "portone spalancato". È sempre difficile, a quanto pare, stabilire il grado di 
apertura delle porte e delle finestre di questo vecchio palazzo milanese. Qui il corteo 
sosta circa cinque minuti in un impressionante silenzio; molti compagni alzano il pugno 
chiuso. La tensione dei pochi funzionari schierati sul marciapiede è al massimo; lanciano 
sguardi di odio contro il fascio di rose gettato in terra, in omaggio al compagno morto, 
timorosi di raccoglierlo prima che anche l'ultimo anarchico abbia girato l'angolo: infatti 
il corteo procede fino a via Larga, dove si scioglierà. Ma la tensione dei poliziotti si 
esprime anche in un grottesco episodio: essi scambiano un sacchetto di plastica contenente 
rifiuti, scorto vicino a una macchina, per il pericoloso involucro di una bomba. Zagari 
grida, concitato: "Chi si avvicina a quella macchina lo fa a suo rischio e pericolo". 
Attratta così l'attenzione dei presenti riesce ad ottenere che un pubblico abbastanza 
folto assista all'apertura, fatta da un agente, con estrema cautela. Una conferma di più 
che è proprio la polizia a creare i motivi del disordine, inventando bombe, generando 
scontri che non si verificano mai in sua assenza, portando insomma per ogni dove la 
propria carica di repressione, repressione effettuata per conto dei padroni e subita 
persino dagli stessi repressori.

http://www.usi-ait.org/index.php/la-storia/1296-quella-sera-a-milano-era-caldo-


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