(it) usi-ait: 2016: l'altro anniversario

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Sab 3 Dic 2016 09:25:12 CET


2016 è anniversario di un fatto centrale: la rivoluzione spagnola, in cui Usi-Ait ha 
toccato uno dei vertici della sua storia centenaria. 2016 è anche la ricorrenza di un 
fatto che con la sua forza intellettuale prepara il secondo Biennio rosso, 1968-1969, e il 
rinnovato protagonismo dell'azione diretta operaia: la pubblicazione di ‘Operai e 
capitale'. Restando al libro, rifiutiamo il leninismo (sebbene filtrato da Rodolfo 
Morandi) in esso ricorrente: non è per noi. Non ci interessano i percorsi successivamente 
intrapresi dall'autore, Mario Tronti, e da ciascun operaista. Consideriamo i riferimenti 
critici all'anarcosindacalismo e al sindacalismo rivoluzionario del libro come esempi di 
un pensiero fecondo, che si forma dialogando con le esperienze storiche del sindacalismo 
d'azione diretta. Einaudi lo pubblicò nel 1966. Oggi, è DeriveApprodi a ripubblicare il 
testo, che ha notevole qualità ed è composto di una serie di saggi usciti dapprima su 
piccole riviste dissidenti, come potrebbe essere la nostra ‘Lotta di classe', che sono 
esempio dell'importanza di un lavoro intellettuale a stretto contatto con le cose 
materiali. Uno degli omaggi più efficaci ad ‘Operai e capitale' è lo scritto di Sergio 
Bologna che riproduciamo ad uso di chi milita nell'Unione e dei più giovani che cercano 
strade non banali per un lavoro intellettuale e militante.

Dove lo festeggiamo questo anniversario? In qualche aula universitaria stipata di reduci, 
baroni, mutilati, vedove,traditori, rincoglioniti,dottorandi?Oppure in qualche spazioso 
edificio industriale dismesso, ristrutturato con arte da architetti di grido, oggi show 
room di griffe nostrane, per l'occasione prestato allo sponsor, lieto di officiar 
l'ennesimo funerale alla classe operaia? Preferirei altre location. In un call center, per 
esempio, là dove è richiesta ormai la laurea in lettere ( o in scienze della 
comunicazione) per avere un posto. Oppure a Shangai dove di domenica Ronzolon di fu 
Giuseppe da Montebelluna addestra cinesi alle macchine utensili italiane. Oppure a Milano 
dove l'ex co.co.co. spara curricula a tutto spiano dalla sua mansarda, sperando in un 
colloquio dove gli diranno"Ha passato i quaranta? Ma che cazzo pretende?" Oppure alla 
Granetti & figli,arredi per esterni,dove il socio di private equity ha pronto un piano di 
ristrutturazione che caccia sì un po'di gente ma porta l'ebit a 2,7.

Oppure in un normalissimo appartamento middle class dove una biologa russa rifà i letti, 
lava i pavimenti ma spunta pur sempre una paga oraria migliore dei figli del padrone di 
casa, uno praticante presso un avvocato di grido l'altra freelance per riviste di moda. 
Ricorderei questo anniversario in mezzo al lavoro dei giovani d'oggi. Con il rischio, 
certamente,di far apparire il linguaggio di ‘Operai e capitale' un idioma incomprensibile, 
ma sempre meglio correre questo rischio, sottoponendo il testo alla prova del presente, 
piuttosto che vederlo imbalsamato in una teca portareliquie. Fu la grande novità che 
‘Operai e capitale' introdusse nella cultura degli anni Sessanta:dimostrare che era ancora 
possibile costruire un pensiero. Là dove imperavano schemi ideologici, retaggio delle 
dispute dell'Internazionale,Tronti rimetteva in gioco il coraggio del pensiero fondatore, 
là dove si cucinavano glosse alle scritture di Marx, Tronti recuperava il senso di una 
reinterpretazione che diventava sistema. Un sistema chiuso, coerente, costrittivo, 
assertorio, esposto con un pizzico di enfasi messianica, che rompeva il tran tran del 
dibattito quotidiano, del chiacchiericcio, spezzava gli indugi dell'empiria.

Tronti ridiede una cittadinanza ai visionari, a chi aveva bisogno in quel momento di 
un'utopia occidentale, soggiogati come erano tutti dalle narrazioni rivoluzionarie che 
venivano dal Maghreb, dall'Asia, dall'America Latina. E proprio perché si trattava di un 
sistema di pensiero infondeva certezze a chi la crisi del comunismo, iniziata con la 
rivolta operaia di Berlino e poi con la rivolta ungherese del '56, provocava sconcerto e 
smarrimento. Il punto critico, si è detto, stava nel rapporto tra astrazione e ricerca 
empirica. ‘Operai e capitale' non nasce dal cervello di un intellettuale singolo ma dalla 
passione di chi voleva capire che razza di cambiamento era avvenuto in quel specifico 
mondo del lavoro che è la grande fabbrica, nasce dalla voglia d'interrogarsi e di 
comunicare di centinaia di operai, nasce dall'impazienza di militanti di base del Pci,del 
Psi, della Cgil, di anarchici,trotskysti, internazionalisti, cioè di un personale politico 
preesistente, stufo di essere congelato, ibernato dall'agonia del comunismo, di cui allora 
si vedevano i primi sintomi e che ancora, maledizione,dopo quarant'anni, appesta l'aria. 
Mario Tronti diede uno strumento teorico a una parte di questo personale politico, riuscì 
a trovare una sintesi alle migliaia di spunti che l'esperienza di ogni giorno, il contatto 
con una classe operaia che si stava risvegliando,consentivano di trasmettere.

Panzieri lo aveva portato ai ‘Quaderni rossi', Negri lo spingerà il ‘Classe operaia' , ma 
nel 1966, quando il libro esce, lui stava già tornando al capezzale del comunismo per 
provare un nuovo tipo di flebo. Il rapporto con la ricerca di base, con l'approccio 
"sociologico", era complesso e non a caso produsse lacerazioni. Ma non perché gli uni 
erano ‘concreti'o ‘realisti' e gli altri erano ‘astratti'. Perché c'erano da smaltire 
cinquant'anni di uno schema mentale che così recitava: prima viene il capitale, procura le 
macchine, recluta la manodopera, si consolida la struttura e la mano d'opera diventa forza 
lavoro, l'azione del partito la farà diventare classe operaia, soggetto politico ed 
economico insieme. ‘Operai e capitale', Bibbia di quello che verrà chiamato l''operaismo 
italiano', rovescia la sequenza: prima viene la classe operaia come soggetto politico 
antagonista (si deve ‘pensarla'così)poi viene tutto il resto, piano del capitale,anarchia 
monetaria, ordine politico e via dicendo. Pertanto l'operaismo italiano-a mio avviso-rompe 
con la tradizione comunista, è il primo movimento postcomunista. Purtroppo molti dei suoi 
protagonisti si misero in testa invece di essere loro i ‘veri' comunisti. In qualche 
superstite è rimasta l'antica voglia di capire perché il lavoro, invece di seguire la 
profezia operaista che lo vedeva unificarsi in un blocco sociale temibile, si è andato 
disgregando, atomizzando.(Secondo l'ultimo Rapporto annuale Istat,il 46,6 % degli italiani 
lavora in cosiddette ‘microimprese' che altro non sono, a volerle chiamare con il loro 
vero nome, lavoratori autonomi con qualche dipendente, dato che la loro dimensione media è 
di 2,7 addetti).

Quei superstiti hanno lavorato per circa trent'anni, brancolando in un buio teorico,per 
capire dove stava andando il lavoro. Non dovettero cercare lontano, seguirono 
semplicemente le vicende umane degli operai coinvolti nelle lotte dell'autunno caldo e 
degli anni successivi, poi quelle dei loro figli o dei propri figli. Dopo 30 anni di 
lavoro un quadro del cosiddetto ‘postfordismo'erano in grado di offrirlo, le loro analisi 
coincidevano perfettamente con le ricerche di mezzo mondo, le migliori quelle di mano 
femminile. Poteva essere una base per costruire politiche del lavoro in grado di 
ristabilire alcuni squilibri che ormai fanno orrore anche ai liberali onesti. E invece si 
trovano di nuovo messi la bando, i loro trent'anni di lavoro azzerati da un governo che 
doveva essere amico, con alcuni che pensano di riprodurre forza lavoro per decreto 
amministrativo (nella tradizione comunista c'era anche chi lo faceva deportando), altri 
che sfoderano un grottesco'neo operaismo' e rimettono al centro il contratto di lavoro a 
tempo indeterminato( quasi fosse un pallone da rimettere al centro dopo un goal),altri 
ancora che pensano di combattere il lavoro atipico peggiorando le condizioni di chi è 
costretto a esercitarlo.

Sono tutti in qualche modo figli della tradizione comunista. E proprio per questo è così 
bello,gratificante, essere stati ‘operaisti', estranei a quella tradizione. A mio parere 
‘Operai e capitale'è ancora un testo che mal si concilia con la sinistra italiana, non 
solo di oggi ma anche di ieri. Furono messi nei suoi confronti giudizi sprezzanti: è un 
testo di lirica ( Tronti novello Petrarca e la classe operaia che assume le vesti di 
Laura).Fu vituperato come apologia del capitale, per la tesi che ‘le lotte operaie 
producono sviluppo capitalistico'. Ma non andò così lontano dal vero, se guardiamo la 
vicenda Fiat. Dal 1969 al 1982 scossa da una conflittualità permanente , assediata da 
attentati e gambizzazioni, esce più forte di prima, con un livello tecnologico che non ha 
pari al mondo. Dal 1980 al 2002 gode di una pace sociale assoluta, esercita un potere 
incontrastato nella società, ne esce sull'orlo del fallimento. Sottoposto alla prova del 
presente, ‘Operai e capitale' ha ancora qualcosa da insegnare.

‘Quarant'anni dalla pubblicazione di operai e stato!', Il Manifesto 12/11/06; ora nel 
bellissimo: "Ceti medi senza futuro?" Sergio Bologna, Deriveapprodi

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