(it) federazionean archica reggiana: E’ primavera, è tempo di elezioni

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Mar 19 Apr 2016 10:47:36 CEST


Ovvero: l’ennesimo referendum che dimostrerà quanto questo strumento sia inconsistente 
nella creazione e/o potenziamento di lotte nei territori. ---- l referendum sulla 
ripublicizzazione dell’acqua del 2011 venne vinto nelle urne ma venne perso nei fatti: 
l’effettiva ripubblicizzazione del servizio idrico non avvenne e il risultato del 
referendum venne ribaltato dall’azione legislativa a tutti i livelli. Le bandiere esposte 
dai comitati per l’acqua dopo essersi accorti che il referendum non aveva cambiato 
assolutamente nulla nella gestione del servizio idrico – quelle con la scritta “il mio 
voto va rispettato” – suonano come una sconfitta più che come un rilancio della lotta. 
Anche perché il voto, in realtà, è stato rispettato: gli articoli abrogati dal referendum 
sono stati cancellati dalle leggi in questione. Ma questo è tutto. In sostanza, lo 
strumento cancella una legge o parte di essa, non stabilisce nessun principio. Se lo 
vogliono, governo e parlamento possono aggirare il risultato del referendum, come hanno 
fatto con quelli sul finanziamento ai partiti e sull’acqua. Le leggi le fanno loro. E le 
fanno secondo gli interessi loro e dei loro referenti nel mondo dell’industria e della 
finanza, non secondo la volontà e gli interessi dei cittadini. Quindi è lo stesso 
strumento del referendum, per come è concepito a livello costituzionale, ad essere 
strutturalmente limitato: del resto non possono essere sottoposte a vaglio referendario le 
leggi riguardanti trattati internazionali e i bilanci economici.

La favoletta della costituzione più bella e democratica del mondo la lasciamo volentieri 
ai comici riciclatisi in propagandisti governativi. Le significative lotte sociali degli 
scorsi decenni sono state vinte a prescindere dai referendum: la vittoria contro il fronte 
reazionario che si opponeva ad aborto e divorzio e che tentava di eliminare quelle allora 
recenti conquiste sociali tramite un referendum venne ottenuta fuori, e in parte contro, 
le urne. I movimenti sociali dell’epoca che intervennero nelle lotte di genere seppero 
costruire le condizioni per sconfiggere sul campo le forze reazionarie e costringere a 
delle riforme, seppur parziali e da ampliare e, nel caso dell’aborto, disattese dagli 
stessi che dovrebbero applicarla. La dimostrazione più palese che solamente una continua 
mobilitazione può conservare e ampliare le conquiste precedenti. Anche la vittoria 
referendaria contro il nucleare del 1986 fu solamente la ratifica di una situazione di 
fatto: i rapporti di forza costruiti dal movimento contro il nucleare avevano bloccato la 
costruzione di nuovi impianti e messo in crisi il funzionamento di quelli preesistenti.

La lotta No Tav, per esempio, è una delle lotte più significative degli ultimi anni: non 
ha mai preso in considerazione l’uso dello strumento referendario e ha sempre contato 
sulle proprie forze evitando di farsi intruppare in fallimentari marce alle urne, stessa 
cosa per le importanti lotte ambientali contro la criminale gestione dei rifiuti in 
Campania. Al contrario, la lotta No dal Molin, seppure avesse una base di massa non 
indifferente, uscì malconcia dal tentativo di prova referendaria in cui era stata 
intruppata da un auto-nominatosi ceto politico di movimento.

Inoltre l’attuale consultazione sulle estrazioni offshore di greggio e di gas si inserisce 
all’interno della logica della guerra per bande che sta sconvolgendo il PD e i suoi 
satelliti e non in contesti di lotte reali ambientali sul tema. I promotori di questo 
referendum sono gli stessi che, in altri momenti, venderebbero a prezzo stracciato 
qualsiasi concessione estrattiva alla cordata di imprese amiche di turno.

Ma soprattutto è un altro il grande danno che la propaganda referendaria, da ambo i lati, 
sta creando: la diffusione della falsa idea che la devastante crisi ambientale che stiamo 
vivendo sia legata solamente alla questione trivelle si/trivelle no e non al modo di 
produzione capitalista in cui giocoforza viviamo. La devastazione ambientale avviene a 
tutti i livelli ed è globalizzata: dai siti estrattivi nel golfo del Niger ai 
petrolchimici “nostrani” come Porto Torres, Gela, Marghera etc; dalle aree indigene del 
Sud America, attaccate dalle industrie petrolifere di Stato, Venezuela in testa, alle 
piane ricche di idrocarburi di scisto di USA e Canada; dai deserti mediorientali fino alle 
tante “terre dei fuochi” sparse per l’Europa, Italia compresa, o per il mondo. La 
devastazione ambientale globalizzata è la fase suprema della globalizzazione di un modo di 
produzione basato sull’espropriazione dei beni, sulla mercificazione di tutto e 
sull’accumulazione di capitale.

E non sarà certo l’ennesima passeggiata elettorale a bloccare una crisi che va affrontata 
nel modo più’ adeguato, e quindi radicale, possibile.

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