(it) fdca-nordest: Trivelle, tutte le bugie del no - dalla Nuova ecologia , megazine di Legambiente

a-infos-it a ainfos.ca a-infos-it a ainfos.ca
Sab 9 Apr 2016 07:53:51 CEST


http://lanuovaecologia.it/trivelle-tutte-le-bugie-del-no-al-referendum/ ---- Smontato 
punto per punto lo spot che invita all’astensionismo il 17 aprile. ---- Perché questa 
battaglia non è ideologica ma concreta Sarebbe sufficiente mettere a confronto la 
composizione del Comitato per il No con la vasta alleanza di associazioni, comitati, 
amministrazioni e tanti altri soggetti che hanno costituito il comitato Vota Si per 
fermare le trivelle per capire da che parte sta l’interesse del Paese che non può 
prescindere da un modello energetico pulito, rinnovabile, distribuito e democratico. 
Spesso, da parte del fronte del No al referendum, si è fatto riferimento all’inutilità e 
all’ideologia che si nasconderebbe, a detta loro, dietro il quesito referendario, che, 
ricordiamolo, riguarda tutti i titoli abilitativi all’estrazione e/o alla ricerca di 
idrocarburi già rilasciati entro le 12 miglia marine, e interviene sulla loro data di 
scadenza.

Ma non si ricorda che il referendum serve a cancellare, e lo faranno i cittadini visto che 
il governo si è sempre distinto per una politica in favore delle fossili, un inammissibile 
regalo fatto alle compagnie petrolifere che oggi possono estrarre petrolio e gas entro le 
dodici miglia nei nostri mari, senza alcun limite di tempo. Mettere una scadenza alle 
concessioni date a società private, che svolgono la loro attività sfruttando beni 
appartenenti allo stato, dovrebbe essere previsto dalla legge. Nel nostro Paese però la 
politica pro trivelle messa in campo dal governo ha reso necessario una consultazione 
referendaria per ristabilire questo diritto. Importante inoltre sottolineare che il 
percorso referendario è tutt’altro che ideologico e si è già contraddistinto per aver 
portato a casa risultati concreti molto importanti. In particolare con la legge di 
stabilità 2016 il governo è stato costretto a fare dietrofront su tre aspetti molto 
rilevanti: 1.le attività di ricerca ed estrazione di gas e petrolio nel nostro Paese non 
sono più strategiche (lo erano diventate con l’approvazione dello Sblocca Italia a fine 
2014); 2.ha ridato voce ai territori, riportando le decisioni per le attività a terra in 
capo alle Regioni e agli enti locali (sempre lo Sblocca Italia aveva avocato tutte le 
decisioni allo Stato centrale); 3.infine ha finalmente reso operativo il divieto a nuove 
attività entro le dodici miglia nel mare italiano. Un divieto previsto già dal Dlgs 
128/2010 ma che i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno sempre provveduto 
a smontare. Rimane ora da definire l’aspetto della durata delle concessioni, come 
ricordato dalla Corte di Cassazione prima e Costituzionale dopo. E per questo serve il 
voto del 17 aprile. Per andare a votare occorre però arrivarci con tutte le informazioni 
necessarie e soprattutto corrette. Proprio a partire dalla disinformazione che viaggia 
attraverso gli spot per l’astensionismo è utile ribadire alcune questioni, rispondendo per 
punti alle loro affermazioni.

@Nuovo Senso Civico

1 – NON È UN VOTO CONTRO NUOVE TRIVELLE: FALSO

Non è vero che le nuove attività sono vietate dal 2006 (la legge è il 152/2006, ma è stata 
modificata nel dicembre 2015). Il divieto entro le dodici miglia è stato posto per la 
prima volta da un decreto del 2010 (Dlgs 128/2010) e non nel 2006, poi rimosso dal decreto 
sviluppo (cosiddetto decreto Passera) nel giugno 2012 (in particolare a rivedere il 
vincolo è l’articolo 35), quindi reso vigente e attuato (per le nuove attività e le 
richieste in corso) solo con la modifica alla legge di stabilità 2016). Il divieto è 
quindi vigente dal 1 gennaio 2016 a tutti gli effetti e solo grazie alla pressione del 
movimento referendario. Inoltre nuove trivellazioni sono possibili. Attualmente, la legge 
non consente che entro le 12 miglia marine siano rilasciate nuove concessioni, ma non 
impedisce, invece, che a partire dalle concessioni già rilasciate siano installate nuove 
piattaforme e perforati nuovi pozzi. Tra i titoli abilitativi che oggi possono godere di 
una durata a tempo indeterminato ci sono infatti anche diversi permessi di ricerca, alcuni 
dei quali già in fase esplorativa e in attesa di trasformarsi in vere e proprie 
concessioni di coltivazione del giacimento (uno su tutti Ombrina mare di fronte la costa 
abruzzese). Un esempio concreto è dato dal caso di VegaB, la nuova piattaforma prevista 
nel canale di Sicilia, nell’ambito di una concessione già esistente (dove già opera la 
piattaforma VegaA) e posta meno di 12 miglia da un’area protetta. Tale piattaforma, se 
vince il NO molto probabilmente sarà realizzata, proprio per arrivare a fine vita del 
giacimento. Se vince il Si invece il titolo andrebbe a scadenza nel 2022, e quindi non ci 
saranno i tempi per realizzare il nuovo impianto. Una vittoria del SI in Sicilia avrebbe 
quindi un notevole risultato.


2 – LE PIATTAFORME SONO UN’ECCELLENZA DI TECNOLOGIA, SICUREZZA E NON HANNO IMPATTI SUL 
MARE E SULL’AMBIENTE – FALSO

Le piattaforme sono delle attività industriali a tutti gli effetti con tutti gli impatti e 
i rischi connessi. Non si può parlare di attività a impatto zero. Oltre il rischio di 
incidenti (falso dire che è impossibile visti anche i diversi casi in giro per il mondo, 
vedi articolo), ci sono poi gli impatti nelle attività di routine. Le attività di ricerca 
e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino e 
costiero. L’attività stessa delle piattaforme (a prescindere che siano di gas o petrolio) 
possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema marino, come 
olii, greggio (nel caso di estrazione di petrolio), metalli pesanti o altre sostanze 
contaminanti (anche nel caso di estrazione di gas), con gravi conseguenze sull’ambiente 
circostante. Anche la ricerca del gas e del petrolio, che utilizza la tecnica dell’airgun 
(esplosioni di aria compressa), incide in particolar modo sulla fauna marina e su attività 
produttive come la pesca che potrebbe registrare una diminuzione del pescato fino al 50%. 
Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un eventuale incidente – nei 
pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio – sarebbe fonte di danni 
incalcolabili. In particolare è importante sottolineare come secondo il Piano di pronto 
intervento nazionale per la difesa da inquinamenti di idrocarburi o di altre sostanze 
nocive causati da incidenti marini di Ispra, le varie tecniche di rimozione delle sostanze 
sversate consentirebbero di recuperare al massimo non più del 30% del totale. Infine da 
non sottovalutare, nella zona dell’Alto Adriatico è il fenomeno della subsidenza. 
L’estrazione di gas sotto costa, anche se non è l’unica causa di tale fenomeno, resta il 
principale fenomeno antropico che causa la perdita di volume del sedimento nel sottosuolo 
generando un abbassamento della superfice topografica. La subsidenza aumenta inoltre 
l’impatto delle mareggiate e delle piene fluviali, favorendo l’erosione costiera, con 
perdita di spiaggia ed effetto negativo sulle attività turistiche rivierasche.

3 – CHIUDERE LE PIATTAFORME VUOL DIRE MAGGIORI IMPORTAZIONI DA RUSSIA E PAESI ARABI E 
MAGGIORE TRAFFICO DI NAVI PETROLIERE E GASIERE – FALSO

Il contributo delle attività entro le dodici miglia, pari al 3% dei nostri consumi di gas 
e meno dell’1% di petrolio, risultano alquanto inutili ai nostri fini energetici. Un 
contributo che è abbondantemente compensato dal calo dei consumi in atto da diversi anni 
(- 22% di gas e -33% di petrolio negli ultimi 10 anni. Se poi entriamo nel dettaglio della 
produzione nazionale scopriamo che non solo i consumi di gas in questi ultimi 10 anni sono 
diminuiti, ma anche la produzione nazionale si è ridotta del 43%. È un settore che negli 
ultimi decenni ha molto ridotto la sua attività (ICONA_documenti VEDI mappa ). 
Difficilmente chiudendo queste attività, che comunque arriverebbero al termine previsto 
dalla concessione come prevedeva la normativa fino a fine 2015, ci sarà un incremento di 
traffico di navi per il trasporto di idrocarburi. Importante sottolineare inoltre come 
questa affermazione sia poco fondata, dal momento che già oggi il gas venga trasportato 
(importato o esportato) prevalentemente attraverso i tubi dei gasdotti e non via mare e 
che già oggi il petrolio estratto dalle piattaforme (presenti prevalentemente entro le 
dodici miglia marine) viene trasportato a terra tramite oleodotti e da qui il più delle 
volte caricato sulle petroliere per essere trasportato agli impianti di raffinazione e 
trattamento. Tutto questo traffico sarebbe eliminato.

4 – IL 65% DEL GAS VIENE DALLE PIATTAFORME IN MARE, NON È VERO CHE PARLIAMO DI “POCA COSA” 
– FALSO

Le piattaforme soggette a referendum (entro le dodici miglia) oggi producono il 27% del 
totale del gas e il 9% di greggio estratti in Italia. La produzione delle piattaforme 
attive entro le 12 miglia nel 2015 è stata di 542.881 tonnellate di petrolio e 1,84 
miliardi di Smc (Standar metri cubi) di gas. I consumi di petrolio in Italia nel 2014 sono 
stati di circa 57,3 milioni di tep (ovvero milioni di tonnellate) e quindi l’incidenza 
della produzione delle piattaforme a mare entro le 12 miglia è stata di meno dell’1% 
rispetto al fabbisogno nazionale (0,95%). Per il gas i consumi nel 2014 sono stati di 50,7 
milioni di tep corrispondenti a 62 miliardi di Smc; l’incidenza della produzione di gas 
dalle piattaforme entro le 12 miglia è stata del 3% del fabbisogno nazionale. Un 
contributo da subito compensato dal calo dei consumi e dallo sviluppo delle fonti 
rinnovabili. (ICONA_documentiVEDI APPROFONDIMENTO). Anche la fase di transizione, tanto 
utilizzata da chi difende le piattaforme di estrazione di gas, potrebbe essere già oggi 
compensata dall’utilizzo di biometano. Infatti già oggi si produce elettricità in Italia 
con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi. Ma il potenziale per il 
biometano, ottenuto come upgrading del biogas e che può essere immesso nella rete Snam per 
sostituire nei diversi usi il gas tradizionale, è in Italia di oltre 8miliardi di metri 
cubi. Ossia il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di gas 
estratta nelle piattaforme entro le 12 miglia oggetto del referendum.

5 – LE FONTI RINNOVABILI SONO BELLE, MA COSTANO IN BOLLETTA E OGGI NON SONO UNA REALTÀ – FALSO

Le rinnovabili non sono solo belle, ma hanno permesso di ridurre drasticamente il prezzo 
dell’energia elettrica portando concorrenza nel mercato. Il 40% di energia prodotta ha 
fatto crollare il prezzo come mai al mercato dell’energia e dovremmo ringraziarle per 
questo. Oggi il solare potrebbe andare avanti anche senza incentivi (che in Germania ci 
saranno fino al 2024) basterebbe aprire all’autoproduzione e alla distribuzione locale da 
FER, che però in Italia è tassata e vietata. Inoltre le rinnovabili oggi sono sempre più 
efficienti, mature e rappresentano la prima voce di investimento nel mondo. Non solo il 
solare ha ridotto il costo ad un decimo di dieci anni fa ma nei prossimi anni è previsto 
che si ridurrà ancora, insieme a quello delle batterie. Se non fosse matura e affidabile, 
perchè Enel sta investendo sul solare in tutto il mondo? Chi guarda da un altra parte 
condanna il proprio Paese. Alcuni numeri: Negli ultimi dieci anni le fonti rinnovabili 
hanno contribuito a cambiare il sistema energetico italiano. Complessivamente coprono il 
40% dei consumi elettrici complessivi (nel 2005 si era al 15,4) e il 16% dei consumi 
energetici finali (quando nel 2005 eravamo al 5,3%). Oggi l’Italia è il primo Paese al 
mondo per incidenza del solare rispetto ai consumi elettrici (ad Aprile 2015 oltre l’11%), 
e si è sfatata così la convinzione che queste fonti avrebbero sempre e comunque avuto un 
ruolo marginale nel sistema energetico italiano e che un loro eccessivo sviluppo avrebbe 
creato rilevantissimi problemi di gestione della rete. A impressionare sono da un lato i 
numeri della produzione da fonti rinnovabili passata in tre anni da 84,8 a 118 TWh, e 
dall’altro quelli di distribuzione degli impianti da fonti rinnovabili: circa 800mila, tra 
elettrici e termici, distribuiti nel territorio e nelle città. Attraverso il contributo di 
questi impianti, e il calo dei consumi energetici, l’Italia ha ridotto le importazioni 
dall’estero di fonti fossili, la produzione dagli impianti più inquinanti e dannosi per il 
Clima (nel termoelettrico -34,2% dal 2005) e si è ridotto anche il costo dell’energia 
elettrica. Per chiudere sfatiamo un altro mito, ovvero che le rinnovabili le paghiamo care 
in bolletta. Gli incentivi alle rinnovabili pesano per lo 0,3% nel bilancio di una 
famiglia media italiana. Per fare un esempio, la spesa per il riscaldamento “pesa” il 
5,2%. Oltretutto, questa voce può essere ridotta in maniera realmente significativa fino a 
quasi azzerarla come nelle case in Classe A o come prevedono le Direttive Europee. Eppure 
il dibattito politico e le stesse scelte dei Governi si sono concentrate sull’aumento 
dallo 0,2 allo 0,3% della prima componente e non sulla possibilità di far risparmiare alle 
famiglie 1.000-1.500 euro all’anno.

6 – IL SI AL REFERENDUM FAREBBE PERDERE CIRCA 11 MILA POSTI DI LAVORO DIRETTI E 21 MILA DI 
INDOTTO – FALSO

Assomineraria parla di 13mila occupati nel settore estrattivo in tutta Italia (tra 
attività a terra e a mare (dentro e fuori le dodici miglia) e 5mila posti di lavoro a 
rischio con il referendum. Il ministro Galletti fa riferimento alla cifra di 10mila posti 
di lavoro in meno e la Filctem Cgili sostiene che i lavoratori che rimarrebbero a casa 
sono 10 mila solo a Ravenna e in Sicilia. Le stime ufficiali riguardanti l’intero settore 
di estrazione di petrolio e gas in Italia (fonte Isfol – Ente pubblico di ricerca sui temi 
della formazione, delle politiche sociali e del lavoro) parlano invece di 9mila impiegati 
in tutta Italia e di un settore già in crisi da tempo. Elemento quest’ultimo molto 
importante. Infatti chi paventa la perdita di posti di lavoro per colpa del referendum non 
dice che il settore dell’estrazione di gas e petrolio è già in crisi nel mondo e in Italia 
da diversi anni, indipendentemente dal referendum. A dimostrarlo i rapporti del settore 
degli ultimi anni a livello nazionale e internazionale o il tavolo di crisi aperto presso 
la regione Emilia Romagna, già prima dell’istituzione del referendum . Ad esempio secondo 
l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, il 35% delle compagnie petrolifere 
a causa del crollo del prezzo del petrolio è ad alto rischio di fallimento nel 2016, con 
un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari. Nessuno si preoccupa 
infine di dire che l’unico modo per garantire un futuro occupazionale duraturo a queste 
persone è quello di investire in innovazione industriale e in una nuova politica 
energetica. Negli ultimi decenni si è avuta una consistente diminuzione della produzione 
da piattaforme in mare senza alcuna strategicità energetica, economica ed occupazionale. 
Al contrario il settore delle rinnovabili e dell’efficienza potrebbero generare almeno 
600mila posti di lavoro. 100mila al 2030 nel solo settore delle energie rinnovabili – cioè 
circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia – mentre, al contrario, nel 2015 
se ne sono persi circa 4 mila nel solo settore dell’eolico, 10mila in tutto il settore. 
Infine è bene ricordare che il referendum serve per abrogare una norma che è stata 
introdotta dal governo il 1 gennaio di quest’anno con l’ultima Legge di Stabilità. Fino al 
31 dicembre 2015 le concessioni avevano durata massima di 30 anni, con un vincolo 
temporale come qualsiasi altra forma contrattuale. Questo è quanto il Referendum del 17 
Aprile intende ripristinare e per questa ragione risulta incomprensibile che una vittoria 
del SI possa causare la perdita anche di un solo posto di lavoro.

7. I SOLDI DEGLI IDROCARBURI VANNO IN SVILUPPO, RICERCA E RINNOVABILI – FALSO

Per promuovere e far sviluppare il settore delle rinnovabili nel nostro Paese servono 
politiche concrete che puntino su queste, al contrario di quanto fatto fino ad ora. 
Infatti lo sviluppo delle rinnovabili è stato bloccato da tutti gli ultimi Governi e in 
particolare da quello in carica (ICONA_documentiLEGGI IL DOCUMENTO). Ci sono diversi 
esempi, primo tra tutti la Basilicata, che dimostrano la falsità di questa affermazione ( 
ICONA_documentiQUI IL DOSSIER SUL PETROLIO IN VAL D’AGRI) e di come non ci siano grandi 
esempi di investimenti nel settore industriale, nell’innovazione e nelle fonti rinnovabili 
nei territori maggiormente coinvolti dalle attività petrolifere. Ma è bene chiarire anche 
un altro dato. Oggi il settore dell’estrazione di petrolio e gas in Italia riceve sussidi 
diretti e indiretti dallo Stato che ammontano a circa 2,1 miliardi di euro all’anno, 
godendo di diversi privilegi che non sono dati ad altri comparti industriali nel nostro 
Paese (esenzioni, agevolazioni fiscali, royalties molto vantaggiose). come testimonia il 
ICONA_documentiDOSSIER STOP SUSSIDI ALLE FONTI FOSSILI. Senza contare che la normativa 
italiana prevede per il petrolio che le prime 20mila tonnellate estratte in terraferma e 
le prime 50mila tonnellate estratte in mare siano esenti dal pagamento di aliquote. Delle 
26 concessioni che sono state produttive nel 2015 oggetto del referendum solo 9 pagano le 
royalties. Tutte le altre nel 2015 hanno estratto un quantitativo minore della franchigia, 
beneficiando quindi dell’esenzione del pagamento delle royalties stesse.

http://fdca-nordest.blogspot.co.il/2016/04/trivelle-tutte-le-bugie-del-no-dalla.html


More information about the A-infos-it mailing list