(it) Collettivo Anarchico Libertario - Livorno: La guerra del governo turco contro i rivoluzionari

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Gio 24 Set 2015 16:18:23 CEST


Lo Stato, il Governo, si reggono sulla violenza. Quello che sta succedendo in Turchia non 
fa che dimostrarlo. La strage del 20 luglio scorso al centro culturale Amara di Suruç, 
quando furono uccise in un attentato 35 persone, tra cui cinque giovani anarchici, che 
partecipavano ad una conferenza stampa della Federazione delle Associazioni dei Giovani 
Socialisti, ha costituito un punto di svolta nella strategia repressiva del governo turco. 
La strage già dai giorni successivi aprì la strada ad una più stretta militarizzazione 
delle aree di confine con la Siria, con la creazione di una zona cuscinetto frutto degli 
accordi tra USA e Turchia, ma soprattutto è servita al governo di Davutoglu (Primo 
ministro turco, del partito islamista-conservatore AKP) a lanciare una nuova strategia 
"antiterrorismo". I raid compiuti dall'aviazione turca a partire dal 24 luglio hanno reso 
chiaro anche ai meno informati contro chi fosse rivolta questa nuova strategia.

Infatti anche se negli attacchi aerei venivano colpite anche alcune postazioni dello Stato 
Islamico in Siria, i bombardamenti erano principalmente rivolti contro le postazioni del 
PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) in Iraq e anche in Turchia. Questa lettura è 
confermata dalla brutale repressione interna: il 24 luglio con una operazione di polizia 
che ha coinvolto circa 3000 agenti sono state arrestate oltre 250 persone, la maggior 
parte delle quali accusate di essere membri del PKK o di altre formazioni armate. Nei 
giorni successivi sono continuati gli arresti, mentre le manifestazioni di protesta 
venivano sciolte con la forza, e lo stato turco ha risposto con sempre maggiore violenza 
agli attacchi dei gruppi armati contro la polizia e l'esercito. Nel mese di agosto per 
impedire ulteriori arresti, in alcuni centri delle zone curde della Turchia i gruppi 
armati legati al movimento curdo o alla sinistra rivoluzionaria turca hanno preso il 
controllo assieme alla popolazione di alcuni quartieri, sbarrando la strada con le 
barricate ai mezzi della polizia e dei militari.

In alcune di queste città le zone controllate con le armi dalla popolazione e dai gruppi 
militanti hanno dichiarato l'autogoverno; è accaduto a Silopi, Cizre, Lice, Silvan, Varto, 
Bulanik, Yusekova, Semdinli, Edremit, e in alcuni quartieri di Van, Diyarbakir e Batman. 
Lo stesso è avvenuto nella città di Istanbul dove, dopo un mese di scontri ininterrotti, 
il quartiere di Gezi ha dichiarato l'autogoverno. La reazione del governo turco è stata 
ancora una volta il terrore: attraverso l'esercito ha scatenato una vera e propria guerra 
per soffocare queste rivolte.

Dal momento che le operazioni militari del governo turco stanno continuando non staremo a 
fare una cronaca di fatti che sarebbero presto superati dal corso degli eventi, si faranno 
però alcuni riferimenti per capire perché si parla di guerra riferendosi alla attuale 
strategia repressiva del governo turco. Dallo scorso luglio ad oggi lo stato turco è 
tornato, come negli anni '90, a bruciare villaggi e ampie aree di foreste e coltivazioni, 
è stato imposto il coprifuoco in molte città a maggioranza curda, nelle quali peraltro 
arresti e perquisizioni sono quotidiane e, oltre ai soprusi e alle angherie verso la 
popolazione civile da parte delle forze che pattugliano le strade, ci sono stati casi di 
torture, sparizioni, assassinii e brutalità nei confronti di militanti o sospetti tali. I 
quartieri e le città che avevano dichiarato l'autogoverno o in cui comunque la popolazione 
aveva organizzato forme di resistenza al coprifuoco alle coercizioni del governo, sono 
stati attaccati con armi da guerra, con l'uso di carri armati, cecchini, elicotteri e in 
alcuni casi con il bombardamento.

Ci sono state inoltre rappresaglie, con intere famiglie massacrate. La città di Cizre, che 
conta 120mila abitanti è da 9 giorni sotto l'assedio della polizia e dei militari turchi 
che sparano a vista a chiunque sia nelle strade e bloccano i rifornimenti e il passaggio 
delle ambulanze. Nelle ultime settimane i fascisti turchi legati al MHP (Partito del 
Movimento Nazionalista) hanno iniziato un attacco sistematico non solo contro le sedi dei 
partiti curdi in tutta la Turchia e contro le manifestazioni dei curdi, ma anche con 
agguati nelle strade contro singoli militanti o semplici passanti colpevoli solo di essere 
curdi.

Come è evidente non si tratta di una semplice operazione di polizia. Non siamo di fronte 
ad una reazione agli attacchi del PKK contro la polizia turca avvenuti nei giorni 
immediatamente successivi alla strage di Amara. Si tratta di una strategia pianificata che 
ha il suo punto cardine proprio in quella strage, nella quale la responsabilità dello 
stato turco è chiara. Una strategia volta a colpire le forze rivoluzionarie turche e il 
movimento curdo, incarcerando centinaia e centinaia di militanti, limitando fortemente se 
non cancellando del tutto l'agibilità politica dell'enorme movimento di solidarietà che si 
è sviluppato nell'ultimo anno, facendo capire alla gente che scendere in piazza contro il 
governo significa affrontare le bocche dei fucili. Questa strategia del terrore e della 
guerra serve anche all'AKP per tentare di fare il pieno di voti alle prossime elezioni. 
Infatti in questo modo si mira a creare nell'elettorato conservatore il bisogno di un 
governo forte e dall'altra a stroncare l'opposizione dell'HDP.

Ma se in gioco ci fosse solo il potere dell'AKP e della cricca del Presidente della 
Repubblica Erdogan non si sarebbe arrivati fino a questo punto. Perché non siamo più negli 
anni '80: anche se gli apparati dello Stato in Turchia ancora sanno come creare le 
condizioni per un colpo di stato e come imporre la legge del terrore, oggi non vi è più la 
situazione internazionale imposta dalla guerra fredda. Inoltre oggi i carri armati nelle 
strade si trovano di fronte la popolazione e soprattutto i giovani. Perché non siamo più 
negli anni '90: non si tratta, come allora, di una guerra di turchi contro curdi giunta 
all'apice dopo venti anni di guerriglia. In questi anni da una parte il movimento curdo si 
è legato in modo progressivo alla sinistra rivoluzionaria turca e ha abbandonato la linea 
della guerra di liberazione nazionale, dall'altra è aumentato il numero dei disertori e 
l'esercito ha perso molto potere e consenso. La strategia dello stato turco per la 
repressione interna risponde quindi ad un contesto molto più complesso.
La Turchia attraversa da oltre due anni una forte tensione sociale.

La rivolta di massa del giugno 2013 nata da Gezi Park, le proteste seguite alla strage di 
lavoratori nella miniera di Soma nel gennaio 2014, l'ampia solidarietà con la Rojava e con 
la lotta per la libertà del popolo curdo culminata nell'insurrezione dell'ottobre 2014, 
gli scioperi operai del maggio-giugno 2015. Questi elementi non costituiscono un movimento 
rivoluzionario, ma hanno fortemente messo in discussione il potere dell'AKP e 
costituiscono un potenziale pericolo per l'intero ordine politico e sociale fondato sullo 
sfruttamento e l'oppressione grazie al quale fanno profitti sia la vecchia borghesia 
kemalista sia le nuove "tigri dell'Anatolia", che assicura i privilegi e il potere della 
polizia e dell'esercito. In questo contesto di proteste e movimenti di massa hanno avuto 
un certo ruolo i gruppi anarchici e la sinistra rivoluzionaria turca, e sono riuscite a 
conquistare una sempre maggiore agibilità politica le varie componenti del movimento 
curdo. Altra preoccupazione per la classe dirigente turca è la Rojava, il Kurdistan 
Occidentale in territorio siriano. Il fatto che al di là dal confine turco esista una 
regione che da due anni è gestita attraverso forme di autogoverno e controllata dalle 
milizie di autodifesa popolare del PYD (Partito dell'Unità Democratica, il partito curdo 
in Siria legato al PKK), in cui sono presenti anche forze che puntano alla rivoluzione 
sociale, costituisce un simbolo di libertà troppo pericoloso.

Ma le potenzialità rivoluzionarie dei processi in atto nella regione compresa tra la Siria 
e la Turchia costituiscono un rischio anche per gli equilibri internazionali. Infatti è 
chiaro che l'AKP può permettersi impunemente (per ora) di scatenare la guerra contro 
l'opposizione interna solo perché devono essere garantiti anche gli interessi degli "alleati".

Nei giorni in cui l'aviazione turca iniziava i bombardamenti delle postazioni dello Stato 
Islamico e del PKK lo stesso Presidente della Repubblica Erdogan confermava di aver 
concesso agli Stati Uniti l'utilizzo della base aerea turca di Incirlik; inoltre il 28 
luglio, quattro giorni dopo l'inizio dei raid, il Segretario generale della NATO 
Stoltenberg ha dichiarato che l'Alleanza "supporta la lotta della Turchia contro il 
terrorismo".

La strategia della Turchia mira quindi principalmente a colpire la componente 
rivoluzionaria per minarne la forza e l'influenza e ad isolarla terrorizzando la 
popolazione, blandendo le componenti più moderate e opportuniste.

Di fronte a questa situazione la solidarietà internazionalista è fondamentale. Come 
anarchici dobbiamo continuare a sostenere quei compagni che, come il gruppo anarchico DAF, 
lottano in una prospettiva di rivoluzione sociale sapendo che non saranno nuove elezioni o 
incarichi di governo ad assicurare maggiori libertà, che non saranno certo gli Stati 
Uniti, l'Unione Europea o altre potenze mondiali e regionali a difendere le esperienze di 
autogoverno.

Dario Antonelli

questo articolo sarà pubblicato sul prossimo numero del settimanale anarchico Umanità Nova.

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(angolo Viale degli Avvalorati), la Libreria Belforte in Via Roma 69 e presso la sede 
della Federazione Anarchica Livornese in Via degli Asili 33 (apertura ogni giovedì dalle 
ore 18 alle ore 20).

immagini da Diyarbakir (Amed)

http://collettivoanarchico.noblogs.org/post/2015/09/16/la-guerra-del-governo-turco-contro-i-rivoluzionari/


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