(it) Alternativa Libertaria (FdCA) maggio 2015 - 1914-2014 Il grande massacro

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Mar 9 Giu 2015 08:47:16 CEST


"Tutte le volte che c'era un attacco arrivavano i carabinieri. Entravano nelle nostre 
trincee, i loro ufficiali li facevano mettere in fila dietro di noi e noi sapevamo che - 
quando sarebbe stata l'ora avrebbero sparato addosso a chiunque si fosse attardato nei 
camminamenti invece di andare all'assalto. Questo succedeva spesso. C'erano dei soldati, 
ce n'erano sempre, che avevano paura di uscire fuori dalla trincea quando le 
mitragliatrici austriache sparavano all'impazzata contro di noi. Allora i carabinieri li 
prendevano e li fucilavano. A volte era l'ufficiale che li ammazzava a rivoltellate." ---- 
La testimonianza di un colonnello, riportata da Cesare De Simone nel suo "L'Isonzo 
mormorava": ---- "Nel marzo 1916 il mio comandante di divisione, al quale riferivo per 
telefono le ragioni per cui una operazione ordinatami non poteva riuscire e si sarebbe 
avuto un macello, osservò che di carne da macello da darmi ne aveva quanta poteva 
abbisognarmene; risposi che facevo il colonnello non il macellaio; s'interruppe il 
telefono: un ordine scritto mi ordinò l'onerosa operazione".

Cento anni dopo ancora la retorica con-
tinua a mascherare l'immane strage che
quella guerra rappresentò per i soldati
mandati al fronte, e i veri e propri crimini
contro l'umanità perpetrati, in larga parte,
dai vertici militari e dagli ufficiali contro
quella massa di sventurati che ebbe la sfor-
tuna di trovarsi in trincea.
Furono 5 milioni e 200.000 i richiamati
alle armi, più di 600.000 i morti: i feri-
ti furono più di un milione e mezzo, tra
questi 500.000 rimasero mutilati o invalidi
permanenti.
Per "convincere" i soldati, ridotti a vera e
propria "carne da cannone" a tale tattica
assurda fu necessario istituire una rigida
disciplina, fatta di processi sommari e ad
esecuzioni sul campo, veri e propri omicidi
giustificati dalle necessità della guerra.
Perchè durante la Prima Guerra mondiale,
la renitenza e la diserzione acquisirono di-
mensioni di massa.
E la mano del potere fu pesantissima per
cercare di imporre la disciplina necessaria
a mandare al macello un'intera generazio-
ne di proletari, sacrificati dall'insipienza e
dall'arroganza delle classi dominanti per
la speranza di allargare ad est (il Trentino,

le isole della Dalmazia, Gorizia) il giovane
Regno d'Italia.

I tribunali militari istituirono 100.000
processi per renitenza (nei confronti di chi
non si era presentato) più altri 370.000 a
carico di emigrati (!), 60.000 a carico di ci-
vili, ben 340.000 contro militari alle armi,
per lo più per diserzione e rifiuto
Almeno un soldato su 12 fu processato; i
fucilati dopo regolare processo furono tra
i 750 e i 1500 (i dati non sono univoci).
Ma ben più numerosi furono i fucilati sul
campo per un semplice ordine di un supe-
riore, o quelli uccisi in battaglia al minimo
accenno di fuga.

Questo tipo di esecuzioni non è calcolabi-
le, certo fu frequente, come pure furon fre-
quenti le decimazioni, ovvero le fucilazoni
eseguite per "dare l'esempio".

In tutto si calcola che circa il 15% dei citta-
dini mobilitati ed il 6% di coloro che pre-
starono servizio furono oggetto di denun-
cia: i processi celebrati prima della amnistia
del 2 settembre 1919 furono 350.000 con
140.000 condanne e 210.000 assoluzioni.
La giustizia penale in guerra era affidata ad
un ufficio appositamente costituito: il "re-
parto disciplina, avanzamento e giustizia
militare".La prassi di tale ufficio fu ispirato
dal principio della "giustizia punitrice":tutti
dai presidenti agli avvocati ai giudici furo-
no incitati alla maggior severità possibile, e
si comportarono di conseguenza.

Su 170.000 condanne ben 40.000 com-
portarono pene superiori ai 7 anni. Di
queste, come abbiamo visto, le condanne
a morte furono 4.000 e quelle all'ergastolo
ben 15.000.

I giudici si piegarono totalmente ai bandi
del Comando supremo e ne furono dili-

genti esecutori. Esisteva un meccanismo
ben preciso costituito da pressioni sui tri-
bunali, pressione sugli avvocati perchè si
adeguassero alle richieste, il tutto sotto la
minaccia di rimozione dall'incarico.

Più la Grande Guerra andava avanti, più
gli episodi di crudeltà si moltiplicarono.
Ovunque si verificassero disordini, piccole
proteste o episodi di insofferenza verso le
decisioni prese dai superiori si assistette a
delle condanne a morte.

Nei casi di un reato commesso da un grup-
po di soldati (come una brigata), la strada
prescelta era quella della decimazione.

Uno dei casi più celebri fu quello della Bri-
gata Catanzaro, avvenuto a Santa Maria la
Longa nel luglio del 1917. I soldati, dopo
aver combattuto in prima linea sul Carso
isontino, sull'Altopiano di Asiago e poi nel-
la zona del Monte Ermada, furono traspor-
tati nelle retrovie a riposare.

Gli uomini erano stremati: da molto tem-
po le licenze erano state sospese e la difficile
vita in trincea li provò notevolmente.

Dopo pochi giorni, anziché essere trasferiti
in un settore più tranquillo, fu loro ordi-
nato di riprendere la strada verso il terribile
Monte Ermada. A quel punto scoppiò la
rivolta: 9 soldati e due ufficiali vennero col-
piti a morte e solo l'intervento dei blindati
e dell'artiglieria leggera fermò l'ira della Bri-
gata Catanzaro.

Ristabilita la calma, i comandi militari de-
cisero di dare un messaggio esemplare: 12
soldati, scelti a caso, vennero giustiziati e
123 furono mandati davanti al Tribunale
Militare.

A cento anni di distanza, noi ricordiamo le
vittime di quei massacri, i civili e tutti co-
loro che, seppure chiamati alle armi, spinti
dall'amore per la vita, dai propri ideali o
anche solo dall'istinto di sopravvivenza, eb-
bero il coraggio di ribellarsi agli ordini, di
scappare, di non rendersi carne da macello.

http://www.fdca.it/stampa/altlibert.htm


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