(it) USI-AIT - Una grande lezione di dignità

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Lun 1 Giu 2015 13:27:47 CEST


Quella che documentiamo è una storia paradigmatica di tante cose: il lavoratore cosciente 
che si sbatte in fabbrica fino a divenire un problema per il padrone ma sempre 
inattaccabile sul piano lavorativo ed etico; il padre del padrone (più 2 energumeni) che 
ad un certo punto gli mettono le mani addosso e lo cacciano per motivi pretestuosi; i 
colleghi che, spaventati, non testimoniano (lasciandoci a dire il vero in difficoltà); lui 
che di tornare lì non ne ha più voglia perchè, come dice lui, "ha dignità". Ed è vero. Una 
piccola grande storia di normalità lavorativa nell'epoca del "jobs act". ---- Massimo 
rispetto. USI-AIT Parma Qualche conclusione sul mio licenziamento. ---- Abbiamo conciliato 
dopo due mesi circa di guerra il mio licenziamento, un licenziamento totalmente ingiusto 
ed irregolare, contornato addirittura da un'aggressione padronale ai miei danni, per 
fortuna solo psicologici. Ma veniamo ai fatti, con una minima cronaca di ciò che è 
successo dopo quattordici anni di lavoro in questa ditta di Parma.

Durante la mia permanenza in questa ditta, in tutti questi anni, ho sempre svolto con 
serietà il mio lavoro, non per altro mi era stato affidato il ruolo di responsabile di 
reparto e tale reparto ha sempre svolto la propria funzione nonostante il mio modo di 
gestirlo fosse improntato sul rispetto reciproco e la condivisione delle libertà e delle 
responsabilità, non certo sul modello autoritario e gerarchico così diffuso negli ambienti 
lavorativi, e così funzionale al padronato, dove il capetto di turno spesso approfitta dei 
sottoposti e lecca il culo a quelli sopra di lui. Nella fabbrica il reparto era 
scherzosamente, ma non tanto, definito il "centro sociale".....sono molto fiero di avere 
dimostrato che per funzionare come reparto, non si deve per forza fare i mafiosi ed i 
fascisti coi colleghi, ma anzi l'impostazione umana e rispettosa ha dato frutti molto 
positivi e l'ambiente grazie a questo è sempre stato molto piacevole per chi ci lavorava, 
perché poteva tranquillamente fare il suo lavoro, sapendo che il suo responsabile era 
sempre lì di fianco a disposizione e soprattutto si poteva fidare di lui.

Essendo però gestito in tal modo, il reparto, "il centro sociale", ha sempre infastidito 
tanta gente: i padroni, i capetti di altri reparti, e pure i dipendenti sparsi, frustrati 
nei loro uffici, tutti presi a sgobbare al posto dei soliti imboscati e protetti da un 
lato, ed a leccare la mano del capetto dall'altro, terrorizzati al solo pensiero di 
ribellione. Della serie: "ma perché lui riesce a tenere fuori dal reparto la merda 
dell'azienda, la mafietta dei capi e capetti?". La risposta è sempre stata una sola: 
perché quando uno fa il proprio lavoro seriamente e responsabilmente, la sua coscienza è 
più che tranquilla, per qualsiasi altro tipo di sopraffazione e di sfruttamento non c'è 
più posto!- tutto qui, e affermando continuamente i nostri diritti di lavoratori, senza 
immischiarsi nelle trame dei leccaculi e degli arrivismi, possiamo davvero ottenere il 
salutare distacco dalla gestione marcia dei rapporti odierni dell'ambiente lavorativo e 
all'occorrenza combatterli.

Sappiamo bene che i padroni non gradiscono al loro interno dei soggetti non "in vendita" 
ai quali però non riescono a contestare nulla per quel che concerne lo svolgimento della 
mansione. Da un lato avevano bisogno del funzionamento che si garantiva nel reparto, da 
quell'altra temevano quello che potevo avere in mente di fare al di fuori di questo, ad 
esempio la mia attività sindacale, anche se io non sono stato tesserato in nessun 
sindacato, ma rompevo molto le palle con la sicurezza e stimolavo costantemente l'insita e 
naturale ribellione degli sfruttati, per quanto labile e latente. Negli anni ci sono stati 
scontri fortissimi e ripetuti, alcuni al limite della violenza verbale, tra me e vari 
soggetti (sempre i soliti), in particolar modo i dirigenti. Questi scontri sono sempre 
stati davanti a tutti gli operai o impiegati, fungendo da esempio tangibile che è 
possibile farsi rispettare, anche alzando la voce, certo!!!!

Ma questi miei colleghi si sono mostrati ogni volta dei duri solo a parole nell'ora di 
pausa, nei fatti invece si sono sempre tirati indietro nel loro fatale mix di paura e mero 
egoismo. Nella mia esperienza in questa ditta ed in altre, la costante è stata proprio 
questa: i lavoratori nella maggior parte dei casi, sono completamente al di fuori di ogni 
idea di lotta collettiva e pensano sempre e solo a se stessi: se così non fosse non 
avremmo perso in vent'anni ogni tutela lavorativa collettiva. La ditta, durante la mia 
permanenza è stata costretta a tirare giù tutto l'eternit dal tetto, dopo che tramite 
comunicazioni scritte e documentate sono riuscito, senza alcun appoggio dei miei colleghi, 
ad incastrarla davanti alla propria responsabilità in materia di sicurezza. Qualche anno 
prima avevo chiamato il sindacato Fiom a controllare l'evidente irregolarità della cassa 
integrazione con esterni a fare il nostro lavoro, mentre noi a casa. La Fiom pur prendendo 
nota del fatto, non ha bloccato e revocato la cassa integrazione, ma ha comunicato 
all'azienda un innocuo rimprovero....

Si metta insieme questo desolante quadro e si capisce che ormai a me lì dentro non mi 
volevano più ed ad una settimana dall'entrata in vigore del job act ecco cosa succede: 
dopo una settimana che segnalavo un'infestazione di piccioni nel reparto e non ricevevo 
risposta, ho deciso di prendere un'iniziativa per tutelare la salute mia e del mio 
collega, avvisando l'azienda che avrei coperto il materiale con dei teloni ed avremmo 
svolto il nostro lavoro in luogo più sano. Niente di così mostruoso, niente sciopero o 
malattia, un semplice spostamento di venti metri per continuare la mansione. A quel punto, 
davanti a cinque testimoni, il padre del padrone e il padrone stesso mi mettono le mani 
addosso e mi cacciano dal reparto, letteralmente con insulti e minacce. Quel giorno mi 
hanno portato il conto di tutto! Li ho denunciati e, dopo avere abbandonato immediatamente 
la Fiom avendo visto l'ignobile gestione della mia causa lavorativa, mi sono rivolto 
all'USI di Parma ed all'avvocato cui si appoggia.

Qui ho trovato solidarietà, serietà e soprattutto il modo migliore di fare sindacato: 
quello di mettere davanti sempre il lavoratore, responsabilizzandolo e sostenendolo, ma 
mai scavalcandolo come è uso alla Fiom. Con i pochi mezzi a disposizione di questi 
ragazzi, essi hanno comunque accettato di aiutarmi, senza illudermi o sparare cazzate, ma 
sempre sinceri riguardo a ciò che potevano o non potevano fare e, ripeto, lasciando la 
totale iniziativa a me come lavoratore, consigliando ed ascoltando. Avendo però sbagliato 
a denunciare immediatamente il fatto prima di sentire l'avvocato, ho così avviato un 
procedimento penale che poteva ritorcersi contro di me, in quanto i testimoni si 
rifiutavano di dire la verità per paura del padrone. Questa è stata la mia gamba zoppa, 
che mi ha portato a temere un contrattacco padronale, che poteva farmi cadere in un 
labirinto legale interminabile.

Così, seguendo i consigli della USI di Parma e dell'avvocato, in questi due mesi la 
tattica ha raggiunto il suo obbiettivo: uscire da sta faccenda con almeno un risarcimento 
decente ed al contempo chiudere definitivamente la causa in tutte le sedi, soprattutto 
quella penale, che mi preoccupava non poco. Se non avessi denunciato subito, ma avessi 
prima sentito l'avvocato non avrei avuto questa spada di Damocle in testa e ci sarei 
andato ancor più in fondo, ottenendo un risarcimento maggiore. Resta comunque il fatto che 
è stata mia volontà non tornare a lavorare per chi si prende il diritto di mettermi le 
mani addosso, per una questione di dignità. Oggi ho ripreso la mia serenità, non ho perso 
minimamente la voglia di lottare, anzi semmai si è accresciuta, quindi ringrazio il 
sindacato e approfitto per lanciare il messaggio ad ogni lavoratore: "non mollare, non 
permettergli di schiacciarti, lotta, resisti e quando puoi.....attaccali cazzo!" Per 
coloro che non danno solidarietà ai colleghi quando sono evidentemente vittime di 
ingiustizie, l'augurio non può che essere quello di passare quello che ho passato io e 
vedersi abbandonare in ogni senso come lo sono stato io.

Non c'è miglior insegnamento per la vigliaccheria e la malafede! Infondo se non respirano 
più eternit, il merito è stato solo mio, loro se lo mangerebbero pure se glielo dicesse il 
padrone. Rimane la rabbia che ogni giorno ingoio, perché non ho potuto restituire 
l'aggressione di cui sono stato vittima, ma pazienza, sarà ulteriore carburante per le 
lotte a venire.

Hasta la victoria siempre

http://www.usi-ait.org/index.php/notizie/932-una-grande-lezione-di-dignita


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