(it) Federazione Anarchica Torinese - Profughi, affari e una buona stella

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Sab 27 Dic 2014 15:11:22 CET


25 dicembre. Per vederci bene serve la luce, se la luce è troppa si rischia di restare 
abbagliati, di non vedere quello che conta. E’ il caso delle recenti inchieste sugli 
intrallazzi miliardari che hanno coinvolto l’amministrazione comunale romana, l’ex sindaco 
(post)fascista Alemanno, e un giro trasversale di politici, malavitosi e coop rosse, 
dall’ex Nar/banda della Magliana Carminati al democratico Buzzi. ---- Il colore dei soldi 
unisce più di quello della politica. ---- L’inchiesta ha dato visibilità ad un malaffare 
diffuso, capillare, sistemico, chiarendo quale grosso e lucroso affare sia la gestione 
dell’accoglienza dei richiedenti asilo o “l’integrazione” di rom e sinti. Occorre tuttavia 
guardare oltre il dito che indica la luna. Quando le assegnazioni sono fatte seguendo le 
regole, i rifugiati e i rom sono comunque un buon affare per chi gestisce l’accoglienza.

Ben poco, a volte nulla, di quello che dovrebbe essere garantito viene davvero offerto a 
chi fugge guerre e persecuzioni ed approda nel nostro paese per cercare di ottenere asilo.
Il business sulla pelle degli immigrati, dei richiedenti asilo, delle comunità rom e sinti 
è enorme. L'attenzione mediatica si è concentrata sulle tangenti versate per accaparrarsi 
i fondi destinati all'accoglienza, ma pochissimi si sono interrogati su quali siano i 
meccanismi che permettono questi enormi affari sulle spalle dei migranti e di noi tutti.

Partiamo da una considerazione banale ma importante: qualsiasi spesa pubblica di grossa 
entità - in particolare ma non solo, se affidata a enti esterni – ha un corollario di 
speculazioni, ingordo appetito di individui privi di scrupoli, corruzione... Questa regola 
vale per l’edilizia, assistenza o qualsiasi altro ambito.

I meccanismi che regolano i contributi per l'assistenza a rom e richiedenti asilo sono 
diversi ma con vari aspetti in comune e stesse tecniche per poterne ricavare ingenti 
somme. Se per i rom una buona parte dei contributi viene dall'Unione Europea, per 
“l'emergenza dei richiedenti asilo” i soldi vengono tutti dal ministero dell'interno.
Vogliamo capirne di più. Per questa ragione abbiamo sentito Federico, un compagno di 
Trieste che conosce bene la questione.

Ascolta la diretta con Federico

Vale la pena fare un passo indietro.

Tutto comincia nel 2011: la guerra civile in Libia e la fuga di migliaia di persone che si 
dirigono nel nostro paese sono all’origine di una ennesima, sin troppo prevedibile, 
“emergenza”. La prassi adottata ancora oggi è stata elaborata e sperimentata in 
quell’occasione. Le prefetture, tramite i comuni, individuano nei vari territori soggetti 
terzi (consorzi, cooperative, enti caritatevoli, ecc) disposti a prendersi in carico (in 
strutture proprie o dei comuni stessi) un certo numero di richiedenti asilo. Con questi 
soggetti terzi vengono stipulate convenzioni. Niente gara di appalto al ribasso come nei 
CIE, ma un’assegnazione diretta, che di fatto molto spesso ricade su cordate amiche. Chi 
entra nell’affare riceve, per ogni giorno di permanenza nelle strutture, un quota fissa di 
35 euro a persona. Con questa quota devono essere garantiti una serie di servizi: vitto, 
abbigliamento, spese sanitarie, assistenza legale, mediazione culturale e interpreti, 
corsi di italiano, ecc ed ovviamente le paghe agli operatori che seguono le persone prese 
in carico. Di questi 35 euro ai richiedenti asilo rimangono in mano solamente 2,50 euro al 
giorno (il cosiddetto pocket money) che in genere viene dato a cadenza mensile.

È un meccanismo con numerosi punti critici. Ecco i principali.

La scelta dei soggetti terzi a cui affidare le convenzioni e quali servizi siano poi 
effettivamente effettuati. È abbastanza evidente che una cosa è affidare l'assistenza a 
soggetti che - nel bene e nel male e pur con mille limiti e criticità - sono nati ed hanno 
esperienza nel lavorare coi migranti e in particolare coi richiedenti asilo (pensiamo ad 
esempio a piccoli consorzi o associazioni di base locali slegati dai grandi carrozzoni 
nazionali tipo Caritas) e altro è darlo a cooperative o associazioni “amiche” che 
normalmente fanno tutt'altro e che si improvvisano gestori di strutture di accoglienza. Da 
questo al business sulla pelle dei migranti il passo è breve. Perché - e qui veniamo al 
secondo punto - il lucro si costruisce su quanti e quali servizi vengono effettivamente 
forniti ai richiedenti asilo e sulle paghe degli operatori che vi lavorano. Il cibo 
scadente costa meno di pasti dignitosi, come i corsi di italiano da burla, l’assistenza 
legale fittizia. E la lista degli esempi si potrebbe ancora allungare. È ovvio che pagare 
un operatore 700 euro al mese non è la stessa cosa che pagarlo 1300. La quota erogata è 
sempre la stessa e non ci sono controlli: i margini per guadagnarci sopra sono enormi.

Il meccanismo partito nel 2011 non si esaurito con la fine di quel flusso di profughi (le 
convenzioni si sono chiuse quasi tutte a fine 2013) ma è stato riproposto pari pari con 
l'ondata iniziata nel 2013 di persone provenienti soprattutto da Pakistan, Afganistan e 
Siria. Una nuova “emergenza”, un nuovo enorme business.

Una macchina che rende ricco chi la manovra, stritola le vite di chi già è fuggito a 
guerre e persecuzioni.

In questi giorni hanno avuto una certa eco i dati diffusi dall’agenzia delle Nazioni Unite 
sui morti nel Mediterraneo, che, alla faccia di Mare Nostrum, nel 2014 sono state più che 
nei tre anni precedenti.

Nei primi 10 mesi dell’anno sono arrivati sulle coste italiane circa 150mila migranti, più 
del triplo rispetto al 2013, soprattutto eritrei e siriani.

L’accoglienza dei profughi in Italia è trattata da media e politici come eterna 
“emergenza”, per consentire operazioni “tappabuchi” dove la grande abbuffata di soldi 
pubblici possa proseguire senza grossi intoppi.

La Svezia, paese molto meno popoloso dell’Italia ha accolto molti più rifugiati 
dell’Italia. In un solo weekend di ottobre, quando era al culmine la crisi di Kobane, sono 
arrivati in Turchia oltre 150mila profughi, più di quanti ne abbia accolti l’intera Unione 
europea dall’inizio del conflitto a Damasco. Cifre che la dicono lunga sulle frontiere 
serrate dell’Unione Europea.

Le cifre di chi non arriva ci raccontano di una strage i cui responsabili siedono nei 
parlamenti e nei governi dell’UE. In prima fila l’Italia.

Oltre 3400 morti in mare. Una catastrofe umanitaria destinata ad aumentare ancora: I 
rifugiati sono più del 60% di chi approda nel nostro paese. L’acuirsi e moltiplicarsi di 
conflitti, in cui spesso il nostro paese è impegnato direttamente, rende facile prevedere 
che sempre più persone cercheranno rifugio in Europa. Molti, sempre più non arriveranno. 
La sostituzione di Mare Nostrum con Triton, la missione UE con meno mezzi e meno soldi, 
non potrà che far crescere la lista di chi affoga.

Mare Nostrum fu la risposta alla strage del 3 ottobre 2013 di fronte a Lampedusa, quando 
le acque del Mediterraneo inghiottirono 366 uomini, donne, bambini.
Una risposta umanitaria – 150.000 persone intercettate – una risposta di polizia: il nome 
stesso della “missione” ce lo racconta.

Con Triton, 2,9 milioni mensili di budget contro i 9 di Mare Nostrum, ed il compito di 
pattugliare entro le trenta miglia dalla nostra costa, resta solo la polizia. E non 
avrebbe potuto essere altrimenti: Triton è una missione di Frontex, l’agenzia europea per 
il controllo delle frontiere.

Chi affoga in mezzo al mare lascerà traccia di se solo nei cuori chi lo ha visto partire 
senza più dare notizie. Chi passa e viene immesso nel programma per i rifugiati si apre la 
strada dell’accoglienza made in Italy. Tanti soldi per chi gestisce, un lungo limbo per 
chi resta intrappolato in un paese dove pochi vorrebbero restare.

Lungo una frontiera fatta di nulla si consuma un’idea di civiltà fatta di sopraffazione, 
guerra, di sfruttamento selvaggio.

Mentre scriviamo qualcuno muore in carcere, sul filo spinato di un confine, qualcuno 
chiude gli occhi senza aver mai mangiato a sufficienza, altri vivono raspando tra i 
rifiuti di una discarica, qualcuno nasce in una baracca ed ha già il destino segnato.
Su quella baracca non c’è nessuna buona stella.

Oggi i cristiani festeggiano l’anniversario della nascita di un dio che si è fatto uomo e 
da uomo si è fatto torturare ed uccidere per una salvezza che non è di questa terra.
Noi che abitiamo la terra e il tempo che ci è capitato, sappiamo che quel poco di bene che 
potremo ottenere, dipende da ciascuno di noi.

Un mondo senza padroni, governanti, galere, sfruttamento, eserciti è possibile.

Un buon anno di lotta e libertà a tutti e a tutte.
Prossimi appuntamenti:

Venerdì 23 gennaio
Rom e sinti. La memoria che non c’è
Dai campi di sterminio ai campi della democrazia
Interverrà Paolo Finzi
Ore 21 corso Palermo 46

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