(it) Novità editoriale: è uscito "il socialismo libertario oggi tra politica e antipolitica

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Mer 25 Maggio 2011 15:35:12 CEST


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Per le Edizioni Mimesis (Milano) è uscito in libreria l'ultimo libro
del segretario nazionale dell'Unicobas, Stefano d'Errico (pp. 369,
euro 24.00).
Il libro può essere richiesto anche alla sede nazionale dell'UNIcobas,
V. Tuscolana, 9 - 00182 Roma (unicobas.rm a tiscali.it - 0670302626)
scontato, al prezzo di 19 euro (spese di spezione escluse)
IL SOCIALISMO LIBERTARIO ED UMANISTA OGGI FRA POLITICA ED ANTIPOLITICA
Attualità della revisione berneriana del pensiero anarchico
Introduzione di Giampietro Berti (allegata a seguire)

Prefazione Nel dibattito storico-teorico dell’anarchismo la questione
del Politico costituisce il punto centrale di tutta la disamina sul
potere. Da oltre cent’anni gli anarchici dibattono questo tema, ma
finora non hanno mai delineato una prospettiva convincente di pensiero
e di azione in grado di affrontare adeguatamente tale passaggio. Il
motivo principale di questa impasse risiede nel fatto che la
“tradizione” anarchica presenta già una risposta, che è sempre la
stessa: la trasformazione rivoluzionaria renderà superfluo il
problema. Eppure l’esperienza spagnola del 1936-37 ha dimostrato che
una rivoluzione sociale è la negazione della politica, ma non del
potere (inteso allo stato puro, come rapporto di forze). E ha
dimostrato altresì che la rivoluzione sociale non ha in sé la
risoluzione di se stessa. La politica risulta insuperabile, tanto più
se esiste una situazione rivoluzionaria di segno spontaneo, dove
l’espressione evidente del potere insisto nel rapporto di forze sembra
rendere superflua l’inespressione latente della politica. E con ciò è
dimostrato che la dimensione spontanea del sociale non riesce ad
assorbire e a superare l’esigenza di una direzione generale del moto
emancipatore.

A partire da questa e da altre constatazioni, Stefano d’Errico tende a
mettere in luce, attraverso una rilettura di Berneri - che non a caso
si è trovato al centro nella riflessione sulla Spagna rivoluzionaria
-, un diverso approccio teoretico consistente nella delineazione di un
anarchismo capace di calarsi nella realtà, senza dimenticare il fine
ultimo della sua azione. Stefano d’Errico fa propria la concezione
berneriana che sostiene la necessità di un «un anarchismo attualista,
vale a dire un farsi dell’anarchia nelle sue approssimazioni
progressive attraverso opposizione e sintesi, un compromesso tra
l’idea e il fatto, tra il domani e l’oggi, secondo una traccia che
vede nelle deviazioni stesse la ricerca di una rotta migliore». Oggi
potremmo dire che questa prospettiva antisistematica e sperimentale è
individuabile nell’attivazione di una metodologia aperta, definibile
in chiave “fallibilista”, secondo il criterio popperiano del by-step,
della piecemeal engineering, cioè della strategia gradualistica che
procede rispettando il comando metodologico trial and error.

Tenendo presenti le precisazioni dell’anarchico lodigiano relative al
carattere “empirico”, “spontaneo” e “improvvisato” che connotò molti
aspetti del suo pensiero, d’Errico entra subito nel merito del
dibattito politico-ideologico. A suo giudizio l’apertura «attualista»
berneriana mostra come sia possibile collocare l’azione anarchica
all’altezza del tempo storico nel quale si trova ad operare; una
collocazione, tuttavia, che non deve significare la resa riformista
alla logica imposta dalla realtà. Attraverso Berneri, egli fa propria,
in altri termini, una delle grandi lezioni di Malatesta, che
nell’ultima fase del suo pensiero aveva distinto il riformismo dal
gradualismo, ovvero l’agire volto alla razionalizzazione del presente
dall’agire rivolto a partire dal presente. Meglio ancora: l’agire
limitato dal presente, dall’agire che legge nel presente le possibili
tracce rivoluzionarie dell’avvenire.

Stefano d’Errico afferma che, per Berneri, l’azione anarchica è
certamente diretta a modificare radicalmente il sistema di dominio
vigente, ma essa deve saper adattare - e a volte anche piegare - il
suo programma alle condizioni storiche date, modellandolo secondo le
tradizioni e le caratteristiche di ogni Paese, come lo stesso
anarchico lodigiano aveva precisato nel 1925 durante il dibattito
internazionale sui compiti dell’anarchismo: occorre partire dalla
elementare constatazione che «i problemi sono quelli che sono,
risolvibili nel quadro di una data maturità politica e morale, di un
dato complesso di economici fattori obiettivi», che, insomma, il
calcolo di ogni strategia è «un calcolo di forze».

Del resto Berneri aveva avuto come maestro Gaetano Salvemini (con il
quale si era laureato), che certamente gli aveva insegnato il
“problematicismo” e il “concretismo”, ovvero la necessità di anteporre
sempre il principio di realtà a quello dell’ideologia; un maestro,
dunque, che lo aveva messo in guardia verso ogni dottrina
autoreferenziale, insegnandogli ad affrontare l’esistente così come
questo si presentava nella sua irriducibile datità, rispetto alle
varie formulazioni dottrinarie ed astratte. E fu proprio l’aderenza
alla realtà che gli permise allo stesso tempo di mantenere sempre
libera l’istanza etica che ne motivava l’azione, un risultato, a sua
volta, che doveva scaturire da un’altrettanto libera ricerca
intellettuale condotta senza alcun pregiudizio. Berneri aveva piena
consapevolezza che i valori non sono sorretti da alcuna necessità
storica o naturale, per cui ne ricavava la lucida cognizione circa
l’incolmabile differenza esistente tra i giudizi di fatto e i giudizi
di valore, secondo quella tradizione teorica che, da Hume a Kant, era
risalita nel Novecento trapassando in Weber e in Kelsen.

Tenendo presenti anche queste ultime considerazioni di carattere
epistemologico, d’Errico rivisita a tutto campo gli scritti di
Berneri, cercando di estrapolarne il potenziale creativo e
progettuale, attivando allo stesso tempo un’analisi filologica,
critica e argomentata, costruita con l’occhio rivolto sempre ai
problemi attuali. Coglie soprattutto l’aspetto centrale della
riflessione di Berneri, che consiste nell’individuare la cifra della
sua modernità e del carattere altamente problematico che ne consegue,
nel senso che l’anarchico lodigiano è un intellettuale critico che
decodifica la dottrina altrui mettendo in gioco la propria. La sua
vita e la sua militanza testimoniano senza ombra di dubbio questa
tensione continua verso un traguardo di per sé irraggiungibile. Di qui
la difficoltà di interpretazione del suo pensiero e della sua azione.
E di qui anche la difficoltà di una lettura in grado di sottrarsi
all’ambiguità e alle sue inevitabili contraddizioni. Da questo punto
di vista, considerando l’insieme problematico, per non dire
complicato, della decifrazione del pensiero berneriano, si deve dire
perciò che lo sforzo di d’Errico costituisce un notevole contributo al
dibattito politico ideologico in corso all’interno del movimento
anarchico. Si tratta infatti di decifrare tale lascito traducendolo
sul piano della sua valenza attuale

Le riflessioni berneriane sul fascismo, sul comunismo, sul marxismo,
sullo stalinismo, sul militarismo, sull’operaismo, sull’ateismo,
sull’agnosticismo, sulla violenza (e la non violenza), sul nichilismo,
sulla psicoanalisi, sull’epistemologia, sull’umanesimo, sul lavoro,
sulla pedagogia sono la testimonianza di questa ricerca intellettuale
intesa ad intrecciare un sapere multiplo. Ecco perché d’Errico afferma
che l’anarchico lodigiano è stato un intellettuale che ancora oggi
merita di essere indagato, in quanto la sua riflessione teorica
permette l’apertura di nuove analisi e di nuovi spunti di attualità, e
quindi ulteriori possibilità di utili riflessioni per l’anarchismo
contemporaneo.

Entrando nel merito delle proposte pratiche formulate da Berneri,
d’Errico ne individua il programma minimo, volto a delineare una
sintesi eclettica di sovietismo e comunalismo, attraverso
l’attivazione di assemblee comunali, professionali, sindacali. Nel
caso italiano - siamo a metà degli anni Trenta - il terreno specifico
risultava quello comunalista e federalista; un dibattito,
quest’ultimo, che apriva la strada relativa ai rapporti fra libertà e
autorità alla luce di una possibile rivoluzione in chiave non soltanto
antifascista, ma anche anticomunista. Ne conseguiva, ovviamente, la
difficoltà dell’agire libertario nel campo antifascista.

A questo proposito l’anarchico lodigiano sintetizzava il problema
della strategia rispetto ai rapporti con i comunisti, osservando che
l’antitesi sarà «tra comunismo dispotico centralizzatore o socialismo
federalista liberale». Le forze politiche affini al movimento
anarchico dovevano essere valutate sulla base di questa discriminante,
mentre passava in secondo piano quella tra riformismo e
rivoluzionarismo. Pertanto nella lotta contro il regime di Mussolini
gli anarchici potevano trovare intese con la formazione socialista
liberale di Giustizia e Libertà - anche se moderata -, ma sicuramente
non con i seguaci di Stalin. E non soltanto perché questi ultimi erano
portatori di un socialismo autoritario e dittatoriale, ma anche perché
fondavano la loro azione su una concezione grossolanamente classista
della trasformazione sociale. Ne discendeva la seguente considerazione
profondamente antidemagogica: che non sono le masse a determinare la
trasformazione sociale, bensì le minoranze rivoluzionarie a cui è
assegnato un compito eroico perché «il genio della rivoluzione non è
genio di maggioranze, ma di minoranze fattive». Di conseguenza era
sbagliato rinchiudersi «in una determinista o gradualista concezione
storica, nella quale non ci [fosse] posto per l’audacia, del pensiero
o dell’azione, del singolo e dei pochi». Le masse, dunque, non
potevano rovesciare il fascismo; potevano farlo solo le minoranze
rivoluzionarie disposte al supremo sacrificio. Riferendosi all’Italia,
Berneri scriveva: «senza qualche centinaio di uomini disposti a
morire, il regime resterà in piedi. Le profezie di una fine prossima
sono assurde».

Del resto, se le minoranze agenti erano decisive nella lotta contro il
fascismo, allora risultava altrettanto decisivo il superamento di ogni
concezione classista e operaista della trasformazione sociale; ancor
più risultava decisivo il superamento della demagogia populistica che
permeava, a vario titolo, tutta l’ideologia di sinistra - socialismo,
comunismo, anarchismo - circa il ruolo attivo delle masse  proletarie;
soprattutto era necessario abbandonare la prospettiva socialcomunista
circa la centralità rivoluzionaria della classe operaia quale soggetto
decisivo della trasformazione sociale. Nasceva da qui un’obiettiva
convergenza strategica con le forze liberalsocialiste concepita,
ancora una volta, secondo una modalità pluralistica ed empirica,
diretta a coinvolgere tutti coloro che erano interessati al mutamento
della società, secondo un’azione condotta su più piani e avente come
obiettivo una comune base di partenza con cui riconoscersi.

Anche in questo caso le valutazioni di d’Errico sono rivolte a capire
in che senso sia possibile ricavare da tale contesto storicamente
definito una strategia utile per il presente; giudizi e valutazioni
che si intrecciano con il dibattito attuale.

Stefano d’Errico mette in evidenza ulteriori aspetti del programma
berneriano. Oltre al Comune, ai consigli operai e contadini, alle
strutture tecniche del sindacato, ovunque articolati secondo un
autonomismo federalistico, sottolinea in che senso Berneri pensasse ad
un’integrazione della società politica con la società civile, fino
all’assorbimento della prima nella seconda. Entro questo quadro
generale diventava ovviamente impossibile il prevalere di un unico
indirizzo economico. Dovevano pertanto coesistere un’economia
socialista e un’economia liberale, senza nulla concedere a forme
demagogiche di assistenzialismo parassitario, dato che il socialismo
non era riuscito comunque ad elaborare una reale e credibile teoria
della socializzazione. Si configurava così il mantenimento della
piccola proprietà, con il conseguente impedimento delle requisizioni
forzate della città verso la campagna, l’apertura, a dispetto del mito
industrialista, di un indirizzo ruralistico (non in contrasto però con
lo sviluppo industriale). Inoltre il programma della transizione
contemplava la ragionevole conciliazione tra una concezione ludica del
lavoro con la disciplina imposta dalle esigenze razionalizzanti,
opponendosi, con la rivendicazione di una nuova etica intesa a dare
dignità alla figura del lavoratore, sia alla massificazione
taylorista, sia all’utopia di un’abolizione totale del lavoro e della
fatica.

È evidente che tutto ciò implicava, per Berneri, la piena
rivendicazione di un anarchismo e di un socialismo umanistici.
Dichiarava infatti che «l’anarchismo si è affermato in ogni Paese come
corrente socialista e come movimento proletario. Ma l’umanesimo si è
affermato nell’anarchismo come preoccupazione individualista di
garantire lo sviluppo delle personalità e come comprensione, nel segno
di emancipazione sociale, di tutte le classi, di tutti i ceti, ossia
di tutta l’umanità».

Stefano d’Errico, attraverso l’analisi del pensiero berneriano,
riconosce con me che l’anarchismo costituisce una delle grandi
soluzioni politiche della modernità e che pertanto è necessario
insistere sulla prospettiva teorica e pratica di una scienza politica
anarchica. E ha ragione, perché è questo il problema decisivo.



Giampietro Berti


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