(it) FdCA: NO TAV! E BENI COLLETTIVI

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Sab 2 Lug 2011 12:22:32 CEST


Ormai abituati alle missioni di pace, l’esercito italiano occupa la
Val di Susa per proteggere i cantieri della TAV. In fondo anche questo
è portare il progresso e la democrazia. Come quando negli anni venti
si costruivano le strade e i ponti in Eritrea a colpi di iprite. E
come nelle missioni di pace con cui portiamo la democrazia in giro per
il mondo  gli effetti collaterali sono da mettere nel conto. Così
abbiamo la prima vittima civile di questa guerra interna non
dichiarata, travolta a 65 anni da un blindato che “faceva manovra”. La
prima vittima civile, se non ci ricordassimo di  Sole e Baleno.

Una guerra civile non dichiarata non è altro che questo, l’esercito
mosso a sedare una rivolta pacifica e coerente che nasce nel 1991 (si,
venti anni fa) e a occupare militarmente zone ribelli.

La lotta dei valsusini contro la costruzione della linea TAV non è
solo la lotta di una comunità locale contro la rovina del proprio
territorio: è anche questo ma è anche qualcosa di molto più
importante.



La lotta noTAV è un’opposizione globale che travalica il territorio
della Valle di Susa, in quanto riproduce non solo la contrarietà
locale all’occupazione devastante e socialmente inutile del territorio
da parte dell’industrialismo capitalista, ma è capace di delinearla
come opposizione al mito dello sviluppo infinito, bandiera bipartisan
sia del liberismo che del Capitalismo di Stato.

Mito la cui adorazione senza riserve porta con se il sacrificio
incondizionato delle nostre vite, del nostro lavoro, della qualità
della nostra vita, sul sacro altare del profitto. Modello di sviluppo
tanto caro non solo alla destra ma anche a quella sinistra
istituzionale che, con la scusa del benessere, oltre a garantire il
completo asservimento e sfruttamento economico della gran parte della
popolazione, ha consegnato il territorio e l’ambiente nelle mani
rapaci e distruttive del Capitale.



E per quanto la propaganda di regime cerchi di spacciare  da decenni
la TAV come fondamentale, facendo adesso appello ai 600 milioni di
finanziamento europeo persi in caso di mancata apertura dei cantieri,
e continuando a millantare le enormi prospettive economiche, come i
nuovi posti di lavoro che si creerebbero in valle, sappiamo che i
circa 12 miliardi di soldi pubblici che occorreranno a completare
l’opera serviranno esclusivamente a dirottare i soldi dei lavoratori e
delle lavoratrici italiane, i principali contribuenti fiscali, nelle
tasche dei grandi imprenditori privati e dei burocrati statali loro
amici.

Potremmo ripetere ancora fino allo sfinimento, anche  rimanendo
nell’ambito del puro ragionamento economico di sviluppo
infrastrutturale, quello che da anni gli abitanti della  Val di Susa
sanno e ripetono:  che esiste  già una linea ferroviaria che è
sottoutilizzata, sia per quanto riguarda il trasporto delle merci che
delle persone,  che in buona parte dell’Italia esistono delle linee in
pessimo stato, che avrebbero bisogno, loro si, di essere rimodernate,
e che le centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici pendolari
che viaggiano tutti i giorni in treno per far arricchire i soliti
pochi, sono costretti a spostarsi in condizioni di assoluto disagio.
Ci si potrebbe chiedere, come si fa da anni, perché non spendere,
molto più oculatamente, i miliardi di risorse pubbliche in opere di
ammodernamento delle attuali linee ferroviarie, col conseguente
miglioramento delle condizioni di viaggio dei lavoratori e delle
lavoratrici pendolari, progetto questo si ambizioso e che creerebbe
nuovi posti di lavoro, keynesiamente più intelligente, soprattutto ora
che  per siamo  in un’era di contrazione dei consumi e della
produzione di merci.

Sappiamo tutti che invece l’opera va  iniziata per arricchire la
solita casta industriale italiana, col beneplacito e l’appoggio,
ovviamente interessato, dell’apparato legislativo ed esecutivo dello
Stato e con la scontata violenza delle forze di repressione, naturali
diramazioni dell’oligarchia dei poteri economico e politico.

Ma non siamo disposti ad accettare la violenza che per l’ennesima
volta si è riversata sull’autodeterminazione della comunità locale
della Val di Susa, violenza che, oltre a garantire con la forza
l’occupazione della valle da parte della piovra capitale-stato, ha
anche lo scopo di cancellare l’elemento politico per loro più
pericoloso che nasce e che permea la lotta delle comunità locali degli
sfruttati, e cioè l’autogestione delle scelte sulle proprie vite, a
partire dalla gestione ambientalmente e socialmente sostenibile dei
territori, che si  lega alla grande battaglia per la gestione dei beni
comuni e delle risorse collettive, nell’ambito della più generale
lotta verso una società egualitaria, libera e solidale.

L’occupazione militare in Val di Susa testimonia la debolezza di uno
Stato costretto a ricorrere alla forza  per dimostrare il proprio
controllo sul territorio, sbugiardato di fronte alla comunità
internazionale nelle proprie politiche di pianificazione e di
concertazione.

Una prova di forza e una vittoria di facciata, la dimostrazione, se ce
ne fosse bisogno, che il  Capitale e lo Stato sono subito  pronti a
gettare la maschera della democrazia quando si attenta alla loro
possibilità di gestione delle risorse territoriali. Pena la loro
liquidazione.

La lotta della Val di Susa  dimostra questo, e per questo la lotta
contro la devastazione della TAV è la lotta di tutti/e.


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