(it) Torino: debuttano i “Non Dormienti”

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Ven 2 Dic 2011 20:12:14 CET


 Non Dormienti da Bologna a Napoli!
A Torino debuttano i “Non Dormienti”
Operatori sociali senza stipendio
Dopo Napoli e Bologna, dilaga la protesta delle cooperative che
garantiscono i servizi a minori, anziani, disabili e alle altre fasce
deboli della popolazione. Per i ritardi nei pagamenti del Comune e
della Regione Piemonte, i già magri stipendi arrivano dopo mesi
Basta fare dibattiti rimanendo al chiuso in qualche locale. È venuta
l’ora di rendere pubblica la protesta. È quello che ha appena deciso
la neonata rete degli Operatori Sociali Non Dormienti, per sollevare
il problema dei tagli sistematici al Welfare effettuati dalla Regione
Piemonte e dal Comune. Una sessantina di persone armate di sedie e
thermos di tè si sono appostate nella piazza del Municipio di Torino
per dare vita a una riunione pubblica.
La Regione, il Comune e le Asl hanno accumulato ritardi di dieci,
dodici mesi nell’erogazione dei fondi ai servizi sociali. Ma non sono
solo i ritardi a preoccupare l’intero settore: negli ultimi anni si è
assistito a una riduzione dei contributi e a tagli veri e propri.
Tutto ciò ha portato gli operatori all’esasperazione anche se in tanti
sono convinti che questo non dipenda solo dalla mancanza di risorse:
dal momento che ai tagli spesso non corrisponde una riduzione
proporzionale dei servizi, si è di fronte a una strategia di risparmio
adottata volontariamente dalle istituzioni. Perché vuoi per spirito
solidale – o a detta di alcuni “missionario” – vuoi per il timore di
perdere gli appalti – indicato pure come “ricatto” – gli operatori
sociali i servizi continuano a mantenerli in vita. Anche se poi le
macchine grigie degli amministratori vengono a costare quanto un anno
di educativa o i progetti destinati ai campi rom spariscono del tutto.
E nonostante ancora le associazioni di volontariato possano
presentarsi alle gare d’appalto: un chiaro segnale della tendenza al
ribasso a cui è destinato il settore sociale in Piemonte.
Disabili, anziani, minori, psichiatrici ed ex-tossicodipendenti
rischiano di ritrovarsi a essere trattati come pazienti e non più come
utenti, quindi a venire curati con pasticche piuttosto che essere
accompagnati da un programma di inserimento specifico. Tutto questo
richiama la “questione etica” come la chiama R., uno dei portavoce
della rete: «Voglio smettere di lavorare per cooperative che
sottostanno alle decisioni di un Comune di non inserire bambini in
comunità perché costano troppo oppure di far partire campagne
indiscriminate di affidamento. Voglio smettere di lavorare per quelle
cooperative che sostituiscono una medicina che dà dei risultati con il
metadone solo perché più conveniente. Voglio che tutti si rendano
conto che oltre all’assistenza sociale questa società si sta privando
della prevenzione». Non è un caso se al momento si contano 6 operatori
ogni 100mila abitanti.
Ovviamente i tagli riguardano anche la formazione universitaria: la
giunta guidata da Roberto Cota ha appena eliminato il tirocinio
formativo per educatori professionali, probabilmente la parte più
importante dell’intero processo formativo. Lo stesso Cota che nel suo
programma elettorale del 2010 definiva il Terzo Settore come
“confinato in un ruolo secondario a cui sono state indirizzate poche
risorse” da sostituire con un “welfare delle opportunità destinato
progressivamente a sostituire il modello attuale di tipo
prevalentemente risarcitorio: un welfare che interviene in anticipo”.
Complessivamente, in Italia gli enti pubblici hanno contratto un
debito con il terzo settore di 25 miliardi di euro. A Napoli è dal
2007 che 150 fra cooperative e associazioni socio-assistenziali si
sono unite per richiedere i 200 milioni di euro che la Regione
Campania deve ancora pagare. In Emilia-Romagna invece a fine ottobre
centinaia di disabili si sono sdraiati a terra per revocare i tagli
del 63% introdotti negli ultimi due anni. Alla voce politiche sociali,
l’Italia spendeva fino a tre anni fa 780 milioni di euro l’anno:
quest’anno non supererà i 218. Anche a livello europeo siamo sotto la
media, ben del 31% rispetto alle altre nazioni.

Ma tornando a Torino: i Non Dormienti, che si sono organizzati
attraverso Facebook facendo di loro una sorta di “indignados” del
sociale, si ritroveranno ogni 15 giorni davanti a un’istituzione
diversa. Tra due lunedì saranno in Piazza Castello davanti al Palazzo
della Regione. Rigorosamente all’aperto.

di Maurizio Bongioanni

“NON PRENDO SOLDI DA QUATTRO MESI”. STORIE DEGLI INDIGNADOS TORINESI
Marco, 40 anni: “Guadagno 1000 euro al mese. Per prendere qualcosa in
più faccio delle ore straordinarie in un’altra cooperativa per 300
euro. Tutto questo lavoro e ora non prendo lo stipendio da due mesi.
Addirittura dall’ultima cooperativa me ne sono andato perché si
arrivava a legare i pazienti per mancanza di strategie e di personale.
Ora invece rischio di perdere il posto per mancanza di titoli: io ho
fatto tutta la vita questo lavoro. È l’unica cosa che so fare”.
Roberto, 36 anni: “Nell’ultimo anno ho ricevuto lo stipendio a
singhiozzo: all’inizio dell’anno non ho preso nulla per 4 mesi, ora
attendo da due. Dopo 8 anni di questo lavoro, a causa dei ripetuti
ritardi sono tornato a vivere a casa dei miei genitori”.
Federica, 32 anni: “Dal 2002 ho lavorato con minori, rom e disabili.
Quest’anno da gennaio a marzo non ho ricevuto nulla: ora mi stanno
tornando ma non prendo più la tredicesima e nemmeno il rimborso Inps.
Lavorando per il Comune è come se fossimo ricattati continuamente
perché non possiamo denunciare né lamentarci con nessuno per paura di
perdere l’appalto”.
Nicola, 51 anni: “Ho iniziato negli anni ’80, poi a metà dei ’90 me ne
sono andato perché eravamo trattati come manovalanza. Ora per
ritornare a fare questo lavoro sono obbligato a studiare, per questo
mi sono iscritto all’università. Tutta la mia esperienza sul campo non
mi dà nessuna garanzia”.
Giovanna, 52 anni: “Da trent’anni faccio questo lavoro e posso dire
che in passato lavorare in cooperativa significava fornire
un’alternativa sociale e politica forte. Poi le coop si sono divise e
hanno cominciato a farsi concorrenza. Che senso ha che oggigiorno i
servizi dipendano dai finanziamenti delle banche?”
<cubsurbologna-a-libero.it>


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