(it) Comidad, le news del 18 marzo 2010

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Ven 19 Mar 2010 21:53:29 CET


Comidad, le news del 18 marzo 2010
NEWSCOMIDAD
Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news
precedenti, può reperirle sul sito http://www.comidad.org/ sotto la
voce “Commentario” e all'indirizzo http://adhoc-crazia.blogspot.com/.
IL LAVORATORE È ASSERVITO ALL’OCCIDENTE
Due settimane fa governo e parlamento hanno definitivamente liquidato
l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma questo era già stato
ridotto ad un guscio vuoto, ad una norma simbolica, più di trenta anni
fa, nell’autunno del 1979, quando sessantuno lavoratori della FIAT
furono licenziati con generiche motivazioni di comportamento incivile.
I lavoratori furono reintegrati dal Pretore, il quale aveva
riscontrato nel licenziamento le caratteristiche di discriminazione
sindacale previste e sanzionate dall’articolo 18. Ciononostante la
direzione della FIAT reiterò i licenziamenti con altre motivazioni
pretestuose, e l’FLM - l’allora sindacato unitario dei metalmeccanici
- non alzò un dito. Il vicesegretario della CGIL, Ottaviano del Turco,
affermò in un’intervista che gli risultava davvero difficile difendere
quei lavoratori, dato che uno di loro, alla domanda di un giornalista
de “La Repubblica” su cosa pensasse dell’assassinio del sindacalista
Guido Rossa da parte delle BR, aveva risposto con un “mah!”.

L’articolo 18 era stato inserito nello Statuto dal ministro socialista
Giacomo Brodolini con la specifica motivazione di impedire alle
aziende di liberarsi dei dipendenti scomodi sul piano sindacale, ma
nel 1979 era bastato lanciare su dei lavoratori il sospetto di
connivenza - anche solo morale - con il terrorismo, per svuotare
quella norma di contenuto.

Nell’autunno del 1979 moriva il vero articolo 18, quello nato per
impedire la discriminazione sindacale - ed anche la discriminazione
politica e religiosa -, ma nasceva, nella propaganda ufficiale, il
mito dell’articolo 18 come difesa a tutto tondo del posto di lavoro. I
padroni da quel momento furono presentati dai media come povere
vittime di una favoleggiata legislazione iper-garantistica, che
avrebbe proibito loro di liberarsi degli elementi in esubero e che
impediva di assumere quando avrebbero potuto, per timore di non poter
più licenziare. Da allora lo slogan dei governi e dei padroni diventò:
più lavoro con meno diritti; e si ponevano quindi le condizioni
psicologiche per l’attuale precarizzazione del lavoro.

Invece di contrastare questa propaganda ufficiale, Rifondazione
comunista circa dieci anni fa pensò di assecondarla, e di avviare una
controffensiva lanciando un referendum per l’estensione dell’articolo
18 anche alle aziende con meno di quindici dipendenti. In realtà
l’articolo 18 non si applicava alle aziende con meno di quindici
dipendenti solo perché, in quelle condizioni, sarebbe stato
impossibile per il giudice stabilire se vi fosse stata
discriminazione, dato che, con pochi dipendenti, il padrone avrebbe
potuto facilmente giustificare un licenziamento con motivi di economia
di gestione. La facoltà di licenziare per motivi economici quindi non
era mai stata toccata dall’articolo 18, e perciò il referendum di
Rifondazione si indirizzava su un obiettivo puramente astratto.

Il referendum di Rifondazione non raggiunse il quorum per essere
ritenuto valido, come pure accadde ad un altro referendum indetto dal
Partito Radicale, che si proponeva invece di abolire del tutto
l’articolo 18. Va sottolineato che la Corte Costituzionale ritenne
ammissibile il referendum radicale, sebbene l’articolo 18 non si
riferisca a diritti del lavoratore, ma a diritti della persona e del
cittadino. La Corte Costituzionale non aveva invece esitato ad
affossare la legge urbanistica del ministro repubblicano Bucalossi,
poiché questa aveva posto alcuni limiti alla proprietà privata; e non
si trattava di limiti alla proprietà della casa di abitazione, ma agli
abusi dei proprietari di patrimoni immobiliari. Coloro che sperano che
la Corte Costituzionale possa bloccare queste ultime norme del
governo, dovrebbero quindi ricordarsi dei precedenti, che indicano
quali siano i diritti davvero prediletti dalla Corte stessa, cioè i
diritti dei ricchi.

Ai primi di marzo, il quotidiano “La Repubblica” ha lanciato l’allarme
sul decreto che affossava l’articolo 18 e, con quello, anche ogni
possibilità del lavoratore di ricorrere al giudice. C’è forse più di
una coincidenza nel fatto che si tratti dello stesso quotidiano che
trenta anni fa inchiodò la sorte di un operaio della FIAT alla
interiezione “mah!”, consegnandolo alla gogna delle accuse di
complicità con il terrorismo. In realtà “La Repubblica”, con le sue
ambigue denunce, sta oggi continuando ad alimentare il mito
vittimistico dell’imprenditore con le mani legate dall’articolo 18, e
quindi sta dando una mano alla guerra psicologica attuata da quel
governo di cui, a chiacchiere, si dichiara oppositore. Uno degli
obiettivi principali del governo non è infatti quello di abrogare
un’inesistente legislazione garantistica sul lavoro, ma di far credere
che ci siano oggi lavoratori garantiti da una parte e lavoratori non
garantiti dall’altra, e che i non garantiti siano danneggiati proprio
dalle eccessive garanzie di cui godono gli altri lavoratori.

Il problema è che la normativa che è stata oggetto di attacco da parte
del governo non riguarda i diritti del lavoro, ma proprio quelli che
nella propaganda ufficiale vengono chiamati pomposamente i diritti
dell’uomo e del cittadino. Con le attuali norme infatti un contratto
privato di lavoro diviene più vincolante della legge, e persino il
giudice è tenuto ad osservare questa priorità. Inoltre più nulla
impedirà di licenziare un lavoratore solo per le sue convinzioni
politiche o religiose.

Non si è trattato quindi per il governo di limitare semplicemente i
diritti del lavoratore, ma di stabilire che il lavoratore cessa di
essere un cittadino. Non è una novità dal punto di vista storico,
poiché due secoli fa in due Paesi-faro delle libertà occidentali, come
la Francia e la Gran Bretagna, la condizione del lavoratore era
inquadrata in termini giuridici di servitù e non di cittadinanza. Il
Codice Civile napoleonico sanciva l'inferiorità morale dell'operaio
rispetto al padrone in ogni lite giudiziaria, mentre in Gran Bretagna
l'associazione operaia era considerata alla stregua di un reato di
cospirazione e punita con l'impiccagione. In Inghilterra la risposta
dei lavoratori fu il luddismo, la distruzione delle macchine, e la
storiografia ufficiale, compresa quella marxista, continua ancor oggi
a diffondere la fiaba che i luddisti erano ex artigiani che si
opponevano al progresso tecnologico; una fiaba che non ha alcun
riscontro nei documenti giudiziari dell'epoca, ma che è diventata un
luogo comune intoccabile per puro pregiudizio antioperaio.

C’è una sorta di ironia nel fatto che l’11 febbraio, mentre il governo
italiano stava per liquidare i diritti umani e civili dei lavoratori,
i sindacati confederali CGIL, CISL e UIL erano impegnati invece a
firmare un appello congiunto per la difesa dei diritti umani in Iran.
Un analogo appello, per la "democrazia" in Iran, lo lanciava negli
stessi giorni il quotidiano "il Manifesto".  La violazione dei diritti
dell’uomo deve riguardare sempre gli “altri”, gli “Stati Canaglia”, le
“dittature”, non può mai coinvolgere un Paese del cosiddetto
Occidente. Tutto questo mentre, a pochi chilometri da noi, in uno
Stato inventato e pattugliato dalla NATO, il Kosovo, un governo
filo-NATO, composto da trafficanti di droga e armi, pratica
sistematicamente - e con l'avallo della NATO - l'assassinio preventivo
di ogni possibile oppositore. Anche il fatto che l'oppio che passa per
il Kosovo, controllato dalla NATO, sia stato coltivato
nell'Afghanistan, occupato dalla NATO, costituisce una mera
coincidenza che non intacca per niente il mito dell'Occidente.

I sindacati confederali preparano una giornata di sciopero contro
queste ultime norme del governo sul non-diritto al lavoro ed alla
cittadinanza, e chiamano i lavoratori alla mobilitazione. A parte il
fatto che CISL e UIL hanno già fatto capire che sono pronte ad
ingoiare tutto se il governo si degnerà di invitarle ad una
“trattativa tra le parti sociali”, inoltre questo appello alla
mobilitazione contiene, di per sé, quello che l’antropologo culturale
Gregory Bateson chiamava un “doppio vincolo”, cioè un comando
contraddittorio. Se i lavoratori non risponderanno alla mobilitazione,
sembrerà che avallino le scelte del governo, ma, se aderiranno allo
sciopero, essi contribuiranno a riportare la questione alla
“normalità” di una qualsiasi vertenza sindacale.

Ormai il mito della superiorità morale del sedicente Occidente - che
ha inventato i Diritti Umani solo per violarli impunemente - pesa
sulle lotte sindacali e le orienta in vicoli ciechi. Continuare a
cercare le cause delle sconfitte operaie solo in fabbrica diventa un
modo comodo per fare dell'antioperaismo.

Quando Enrico Berlinguer portò il Partito Comunista ad accettare la
NATO, privò la lotta operaia di ogni caratteristica di anti-sistema,
isolando gli operai in fabbrica e condannandoli alla sconfitta.
Accettando la NATO, si accettava di conseguenza anche la
santificazione dell'Occidente e di tutto il suo sistema
affaristico-criminale. Fu infatti lo stesso Berlinguer che, nel 1977,
votando in parlamento la legge per la riconversione industriale,
permise allo Stato di versare alla FIAT i sessantamila miliardi di
lire che le servirono per attuare i licenziamenti di massa del 1980;
licenziamenti di massa che erano stati però preceduti e preparati dai
licenziamenti "mirati" del 1979.

18 marzo 2010


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