(it) Roma: L'acqua non è una merce! - Incontro/dibattito sabato 13 marzo

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Gio 11 Mar 2010 16:50:38 CET


Il Comune di Roma, in linea col Decreto Ronchi, approvato dal Governo alla fine
dell'anno scorso, si appresta a privatizzare la gestione dell'acqua attraverso la
vendita ad imprese private di gran parte del 51% dell'ACEA, quota aziendale di sua
attuale proprietà. L'acqua, bene pubblico primario, elemento basilare per la vita,
diviene così una merce qualsiasi; e come ogni merce sarà soggetta alle leggi del
mercato capitalista e, cosa più importante, sarà soggetta alle speculazioni
economiche tipiche di questo mercato. Una gestione privata degli acquedotti, ed in
generale della rete di distribuzione dell'acqua, comporterà a Roma un inevitabile
aumento delle bollette che correrà di pari passo ad un aumento del disservizio.
Perché? È ovvio: il privato per offrire un servizio al pubblico deve tirare fuori
degli utili superiori alle spese per mantenere in piedi il funzionamento del
servizio stesso, altrimenti non avrebbe nessun interesse a sostituirsi all'ente
pubblico. La legge del mercato è sempre la stessa: cercare di ottenere il massimo
profitto con il minimo della spesa.

Nei comuni dove da tempo è stata privatizzata l'acqua, tutto ciò, aumento delle
bollette e aumento dei disservizi, è già avvenuto e molti sono i comitati di
cittadini sorti spontaneamente per spingere i comuni a ritornare alla gestione
pubblica. Ad esempio ad Agrigento la distribuzione idrica potabile è gestita dalla
società privata GIRGENTI ACQUE SPA; l'acqua arriva per poche ore ogni settimana e le
bollette sono tra le più costose d'Italia.

Ad Arezzo è la multinazionale francese Suez a gestire privatamente il servizio e
l'acqua costa mediamente al singolo utente 400 euro l'anno, a fronte di investimenti
dell'azienda che sono sotto la media nazionale (appunto massimo profitto con minima
spesa!).

Ad Aprilia il Consiglio di Stato ha dato ragione al comitato dei cittadini e al
movimento dei sindaci che si battono per riprendersi la gestione dell'acqua.

Parigi e altre 30 città francesi hanno appena deciso di ritornare alla gestione
pubblica dell'acqua, dopo 25 anni di disastri fatti dai privati.

A Roma, dove la gestione è ancora pubblica, se pur con un risicato 51%, il Sindaco
la sta vendendo ai privati. Impediamo questo scempio e spingiamo anzi per il
completo controllo pubblico della gestione delle risorse idriche romane!

Non dimentichiamo inoltre che la piovra dell'affarismo privato da decenni sfrutta le
nostre falde acquifere attraverso il meccanismo delle concessioni, con cui lo Stato
permette ai privati di commercializzare le acque minerali, ricevendone dei proventi
ridicoli rispetto alla mole degli affari. Beviamo l'acqua del rubinetto! Perché
oltretutto non dobbiamo dimenticare l'enorme spreco e impatto ambientale dovuto
all'utilizzo, al trasporto e allo smaltimento annuo di un milione e mezzo di
tonnellate di plastica sottoforma di bottiglie. Tutto questo quando, in termini di
valori nutrizionali, l'acqua in bottiglia non è meglio di quella del rubinetto, e
anzi spesso il sovra sfruttamento delle falde acquifere provoca dei problemi alla
qualità e alla sicurezza sanitaria delle acque minerali stesse.

L'acqua non è una merce!
Incontro-dibattito
Sabato 13 Marzo 2010 alle ore 18
presso lo Spazio Sociale 100celleAPERTE
Via delle Resede 5, Roma

Intervegono:
* Marco Bersani, Forum Italiano dei Movimenti per l'acqua
* Vincenzo Miliucci - Confederazione Cobas
* Coordinamento Romano Acqua Aniene

A seguire cena sociale
Reggae e ska con DJ Benny

NO alla privatizzazione dell'acqua!

Organizzano:

Spazio Sociale 100celleAPERTE
www.100celleaperte.org

Laboratorio Sociale la Talpa
www.talpalab.com

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[Contributo per l'incontro-dibattito che si terrà a Roma il 13 marzo il cui scopo
sarà quello di informare il territorio sulla manovra del Comune di Roma di
privatizzare quasi completamente la gestione delle risorse idriche potabili romane.]


Altissima, Lievissima,... Carissima!
Ma soprattutto... Privatissima!!


Quello che sta avvenendo a livello della distribuzione delle risorse idriche nei
Comuni italiani, con il tentativo da parte delle imprese private di impossessarsi di
un bene comune di prima necessità, attraverso la gestione degli acquedotti comunali,
già avviene da decenni con le acque minerali.

Assuefatti dal vedere normalmente e costantemente bottiglie e bottigliette di acqua
minerale in ogni dove e bersagliati da campagne pubblicitarie con "illustri"
personaggi, che ne decantano le presunte qualità curative e/o nutrizionali,
probabilmente non ci rendiamo conto di quanto sia già molto grande il furto
consumato dalle imprese private alle spalle della collettività.

Con 196 litri pro capite all'anno (dati del 2007) l'Italia è il primo paese in
Europa per consumi di acque in bottiglia e il terzo al mondo, dopo Emirati Arabi
(260 l/anno) e Messico (205 l/anno).

L'Italia è, inoltre, il primo produttore mondiale di acqua in bottiglia, con una
produzione ad oggi di circa 11 miliardi di litri all'anno (di cui circa 1 viene
esportato all'estero, specialmente in Francia e nel resto dell'Europa e
secondariamente nel resto del mondo) e con un volume di affari di circa 4,5 miliardi
di euro, se si considera un prezzo medio di acqua minerale di circa 0,4 €/l.

Al consumatore l'acqua minerale in bottiglia, da uno studio condotto dall'Università
di Ginevra, costa circa mediamente 500 volte più di quella del rubinetto (circa 0,4
€/l per l'acqua in bottiglia rispetto a circa 0,0008 €/l per l'acqua del rubinetto).

Tra le imprese private che commercializzano l'acqua minerale in Italia la S.
Pellegrino (gruppo Nestlé), la San Benedetto (gruppo Danone) e la Cogedi coprono da
sole il 75% del mercato italiano. La Nestlé e la Danone sono rispettivamente la n.1
e la n.2 delle imprese a livello mondiale di acqua minerale, con la prima che, ad
esempio, ne vende annualmente 19 miliardi di litri. Sempre la Nestlé possiede più di
260 marche d'acqua minerale in tutto il mondo tra cui San Pellegrino, Vittel,
Contro, Perrier, Lievissima, Panna, San Bernardo, Pejo, Recoaro. La Danone possiede
invece tra le altre la Ferrarelle, San Benedetto, Guizza, Vitasnella, Boario, Fonte
viva ecc.

Uscendo un attimo dalle acque minerali, la Nestlé ha oltretutto messo gli occhi
sull'acquedotto pugliese, il più grande d'Europa.

A fronte di uno sfruttamento intensivo delle falde acquifere operato da queste
imprese private, che spesso, come abbiamo visto, sono delle grandi multinazionali,
le Regioni italiane ricevono, per la concessione delle sorgenti o delle
perforazioni, dei canoni molto irrisori.

Non esistendo una legge a carattere nazionale che gestisce il rapporto con l'impresa
privata, ciascuna Regione decide autonomamente, con la comune tendenza, come
vedremo, a favorire di gran lunga l'impresa privata, chi più chi meno.

Come infatti denuncia un inchiesta di Legambiente, i canoni di concessione sono
estremamente variabili da caso a caso e comprendono sia costi diversi che diversi
criteri di definizione, con alcune Regioni che fanno pagare in base agli ettari dati
in concessione e ai volumi emunti o imbottigliati (i volumi emunti dalla falda sono
molto più grandi rispetto a quelli imbottigliati, in quanto vari metri cubi d'acqua
vengono persi nei processi di lavorazione che accompagnano l'imbottigliamento),
altre che fanno pagare solo un canone per la superficie della concessione data, a
prescindere dalle quantità d'acqua prelevate. In alcuni casi il rapporto di
concessione è ancora regolato dal Regio Decreto del 1927.

* in 9 Regioni (Basilicata, Campania, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Sicilia,
Umbria, Veneto) è previsto il pagamento del canone doppio, in base alla superficie
della concessione e ai volumi di acqua emunta o imbottigliata;

* 8 Regioni (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Molise, Puglia,
Sardegna, Trentino, Valle d'Aosta) fanno pagare solo sulla base della superficie
della concessione;

* la Regione Abruzzo ha un sistema di tariffazione forfetario annuo a prescindere
dai volumi e dalle superfici della concessione (circa €1.400 per le acque di
sorgente e €2.800 per quelle minerali), mentre la Provincia autonoma di Bolzano
determina il canone annuo sulle portate medie annue concesse (quindi più su un
discorso potenziale che non sulle quantità realmente emunte o imbottigliate).

* in Toscana, dove è in corso di pubblicazione la nuova legge regionale in materia,
saranno inseriti i canoni in funzione dei metri cubi imbottigliati ogni anno (in un
intervallo compreso tra 0,5 e 2 euro ogni mille litri), mentre in Val d'Aosta grazie
alla legge regionale approvata nel 2008, da quest'anno si dovrebbe pagare €1,5 per
metro cubo imbottigliato.

Oltre alle modalità, anche il livello dei canoni è molto diverso.

Infatti il pagamento in funzione degli ettari oscilla tra un minimo di 1,033 €/ha
della Puglia (che in un anno incassa appena €1.250, visti i 1.211 ettari totali dati
in concessione alle 16 società che imbottigliano l'acqua) ad un massimo di 587,69
€/ha per le zone di pianura del Veneto. Nelle altre regioni si va dai circa €5 per
ettaro pagati nella regione Liguria e i 10 €/ha in Sicilia e in Molise, fino ai
sistemi di Marche e Lazio che prevedono una differenziazione dei canoni, per ciascun
ettaro di concessione, in proporzione alle quantità di acqua prelevata.

Anche quando si paga in base ai litri prelevati il costo varia di molto: infatti si
va da €0,3 ogni mille litri emunti della Campania, fino ai €2 a metro cubo del Lazio
e ai €3 per ogni mille litri prelevati nel Veneto.

Sono dei canoni veramente insignificanti che incidono sul costo finale della
bottiglia da un litro con delle percentuali inferiori all'1%. Facendo infatti un
calcolo del costo dell'acqua, dovuto ai canoni di concessione, nel Veneto, dove
questo costo è il più elevato, si arriva ad un incidenza dello 0,6%.

Secondo l'EURISPES infatti sul costo finale della bottiglia di acqua minerale incide
per il 60% l'imballaggio (plastica per l'80% e vetro per il 20%), per il 15% il
trasporto, per il 15% la mano d'opera della filiera produttiva e per il 10% la
pubblicità e gli altri oneri. All'interno di questi vanno collocati ovviamente i
dividendi degli azionisti delle multinazionali ed in genere i profitti delle imprese
operanti nell'intero indotto.

Quello che invece risulta lampante è che alla collettività, a fronte dello
sfruttamento di una risorsa a lei appartenente, ritorna in tasca un misero provento:
meno dell'1% del costo totale della bottiglia. Un provento che oltretutto è ben al
di sotto del costo necessario alla copertura economica dello smaltimento delle quasi
10 miliardi di bottiglie di plastica e circa 2 di vetro, prodotte in un anno di
consumi, il cui trattamento come rifiuto (che sia di recupero o di conferimento
diretto in discarica) è ovviamente a spese della fiscalità generale.

In questo enorme consumo un ruolo fondamentale è svolto dalla pubblicità.

Le marche più famose infatti investono centinaia di migliaia di euro in campagne
pubblicitarie.

E ovviamente questa strategia è vincente, come è possibile osservare
nell'accostamento tra i due grafici, di cui il primo evidenzia il trend del consumo
pro capite di acqua minerale in Italia ed il secondo il trend dell'investimento
economico in pubblicità.

Trend crescente quasi linearmente in ambedue i casi, a rimarcare, se mai ce ne fosse
necessità, di come i bisogni indotti dalla pubblicità siano un propellente
fondamentale della società dei consumi, funzionali all'accumulazione di ricchezze. E
questo lo sa bene anche Mineracqua, la Confindustria delle acque, in grado di
pilotare le campagne pubblicitarie e "convincere" il legislatore a tutelare più il
business degli industriali che la salute dei consumatori.

Infatti non è tanto l'ormai provato collegamento tra bisogni indotti e consumo
l'aspetto saliente che si voleva evidenziare; in quanto tutte le merci prodotte
all'interno di questo sistema economico hanno lo scopo principale di far arricchire
una ristretta oligarchia.

Semmai si volevano evidenziare gli elementi su cui fanno leva le campagne
pubblicitarie per indurre il consumatore a comprare acqua minerale in bottiglia,
quando abbiamo visto che il suo costo è circa 500 volte quello dell'acqua del
rubinetto.

I fondamenti più importanti su cui fa leva la pubblicità dell'acqua imbottigliata
sono il gusto e la salute.

Nel primo caso si fa leva sul migliore gusto delle acque minerali imbottigliate
rispetto a quelle degli acquedotti, spesso aventi uno sgradevole sapore di cloro,
elemento utilizzato per combattere la prolificazione di microrganismi patogeni.

Questo è vero specialmente in alcune regioni, tuttavia, essendo il cloro un elemento
molto volatile alle nostre condizioni ambientali, è facilmente eliminabile mettendo
l'acqua in una brocca per una quarantina di minuti e permettere al cloro di
evaporare.

Esistono inoltre molte altre metodologie per depurare biologicamente l'acqua che non
prevedono l'utilizzo del cloro. Dalla più comune UV, metodo con raggi ultravioletti,
al nuovo metodo messo a punto dai ricercatori della Duke University dal nome
micro-RNA, che è un metodo di "filtraggio" biologico, oltretutto a più basso costo
rispetto ai precedenti citati.

Nel secondo caso si fa leva sull'aspetto salutistico legato al consumo di acqua
minerale in bottiglia, aspetto questo collegato anche all'altro aspetto della
sicurezza alimentare, per cui nel consumatore predomina la convinzione che le acque
minerali imbottigliate sarebbero più igienicamente sicure di quelle degli acquedotti
comunali. Niente di più falso se pensiamo che l'acqua di un acquedotto viene
controllata decine di volte al giorno mentre una marca in bottiglia subisce, nel
migliore dei casi, un controllo ogni due anni. Ed inoltre i parametri che deve
rispettare l'acqua dell'acquedotto sono 200, mentre quelli delle acque minerali
imbottigliate sono 48.

Ed in più per alcuni dei parametri in comune, come ad esempio la presenza di metalli
pesanti, i limiti di legge sono molto più restrittivi, in termini quantitativi, per
l'acqua dell'acquedotto.

Se applicassimo gli stessi limiti imposti all'acqua dell'acquedotto alle acque
minerali, molte di queste non sarebbero di fatto potabili per legge, superando ad
esempio la soglia di attenzione per i nitrati, per la durezza e per altre sostanze
come arsenico, cadmio, ferro, manganese, nichel, piombo, fluoro ed altri minerali.
Basterebbe applicare realmente la direttiva europea 2003/40, la quale invece viene
applicata, come vedremo più sotto, solo parzialmente.

Ma la storia italiana recente è inoltre piena di episodi di sforamento anche di
questi privilegiati limiti. Nel 2003, ad esempio, una serie di inchieste scoprivano
che nella Guizza c'erano contenuti di idrocarburi al benzene in quantità 10 volte
superiore alla media. Ancora nello stesso anno, ad esempio, le fonti della Fiuggi
vennero chiuse dopo la scoperta di sostanze nocive nell'acqua imbottigliata.

E per capire quale sia il potere economico delle multinazionali dell'acqua e di
quanto queste riescano ad influenzare la politica, in quell'occasione l'allora
ministro Sirchia, varò in tutta fretta, ed in pieno periodo di festività natalizie,
un decreto che innalzava la soglia di tolleranza per molte sostanze inquinanti
trovate nelle acque minerali, come i tensioattivi, gli antiparassitari e gli
idrocarburi; un decreto che permetteva inoltre di abbassare la quantità di alcuni
inquinanti, come l'arsenico e il manganese, con un trattamento di ozonizzazione,
procedimento sospettato di dar luogo a sostanze indesiderate ancora più pericolose
di quelle da eliminare, ossia i bromati, fortemente cancerogeni.

Un anno dopo, in applicazione della direttiva europea 2003/40, che prevede
l'applicazione dei limiti di legge riguardanti le acque potabili anche per quelle
minerali imbottigliate, il ministero della sanità fu comunque costretto a dichiarare
fuori legge ben 126 marchi di acque minerali, e tuttavia questi marchi sono ancora
in bella mostra sugli scaffali dei supermercati, dato che nessuno a tutt'oggi ha
dato mandato agli organi competenti di imporne il ritiro. Potenza degli industriali
dell'acqua!

Dal punto di vista più strettamente salutistico, alcune sostanze minerali contenute
in diverse acque di falda hanno delle proprietà curative, ma al limite vanno
prescritte soltanto a chi soffre di certe patologie. La stragrande maggioranza della
popolazione non ne ha bisogno e da questo punto di vista non è giustificato l'enorme
consumo di acqua minerale in bottiglia.

Inoltre vanno sfatate delle vere e proprie leggende come quella, ad esempio, che
vede solo in alcuni tipi di acque minerali il potere diuretico. Infatti, anche se
tale effetto è favorito dalla presenza di alcuni composti, come il bicarbonato,
tutte le acque sono diuretiche, dipende dalla quantità che ne viene bevuta.

Come è leggenda che assumere acqua povera di sodio permette di diminuire
notevolmente la dose quotidiana di questo elemento responsabile dell'ipertensione,
quando è facilmente dimostrabile che bere acqua povera di sodio comporta una
diminuzione trascurabilissima di questo elemento nell'organismo; molto più efficace
è moderare il consumo di sale da cucina.

Infine c'è un altro genere d'inganno che sta prendendo sempre più piede nel mercato
del consumo di acqua, ed è quello dell'acqua microfiltrata.

Infatti oggi, sempre più spesso, nelle bottiglie di plastica in vendita sugli
scaffali dei supermercati, o sui tavoli dei ristoranti, si trova l'acqua
microfiltrata. Questa è pagata a prezzo dell'acqua minerale, ma altro non è che
acqua del rubinetto che è stata messa in bottiglia e ricostituita con l'aggiunta di
anidride carbonica e sali minerali.

L'azienda leader nel mondo nella vendita di "acqua microfiltrata" è la Coca Cola,
che la imbottiglia e la vende soprattutto ai paesi del terzo mondo, speculando
sull'irrinunciabilità ad un bene di prima necessità.

Francesco Aucone

marzo 2010

http://www.fdca.it

Fonti:
Dossier Legambiente "La lotteria dei canoni di concessione per le acque minerali" -
del 17 Marzo 2009
http://www.ares2000.net
http://www.galanet.eu
http://www.physorg.com/news131712320.html


[Da: FdCA Sezione "Luigi Fabbri" <fdcaroma -A- fdca.it>]




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