(it) Torino. La rivolta in Iran

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Mer 30 Set 2009 08:43:58 CEST


Mercoledì 30 settembre
presentazione dell’opuscolo
La rivolta in Iran
Resistenza e repressione nel paese degli aiatollah. Tra il “riformismo” di
certo clero e il messianesimo “laico” di Ahmadinejad.
Interviene Stefano Capello
Ore 21 in corso Palermo 46
Resistenza e repressione nel paese degli aiatollah.
La rivolta in Iran
Il “riformismo” di certo clero e il messianesimo “laico” di Ahmadinejad.
La rivolta in Iran, scoppiata in seguito alla probabile truffa elettorale
ordita dal presidente confermato Amadhijnejad, è con ogni evidenza un
momento alto e reso visibile dai media occidentali di uno scontro sociale
in atto da anni all'interno del “Paese degli Ari”. A tale scontro si sono
saldate le contraddizioni interne al blocco di potere che gestisce il
paese a partire dalla controrivoluzione islamica del 1979 che distrusse
uno straordinario processo di mobilitazione sociale che aveva abbattuto il
regime dello Shah reza Pahlevi.
L'Iran, a differenza da quello che ci viene raccontato quotidianamente dai
media, è un paese con industria ed infrastrutture moderne, che da decenni
vede la presenza di organizzazioni sociali e sindacali capaci di sfidare i
regimi autoritari ed oppressivi che si sono succeduti, prima nel nome
della tradizione e dello schieramento con l'Occidente, poi con il ritorno
all'Islam e il presunto antimperialismo dei gestori della repubblica
islamica.
La struttura economica iraniana è conformata ad un capitalismo di stato
gestito per lo più dalle confraternite misericordiose saldamente insediate
al potere, cui rispondono direttamente i due corpi d'élite che hanno
guidato la repressione nel paese: i pasdaran della rivoluzione e i basij,
provenienti dalle fila dei ragazzini (a volte si trattava di bambini di
otto-nove anni) utilizzati durante la guerra Iran-Iraq per le incursioni
al fronte attraverso i campi minati.
La struttura sociale del paese è meno arretrata di quanto si pensi; esiste
una diffusa working class concentrata nei settori petrolifero e meccanico,
ed esiste una borghesia imprenditoriale di piccola e media impresa che
opera non solo nel commercio ma nella produzione di beni di consumo. Le
campagne soffrono invece di un'arretratezza dovuta alla mancata riforma
agraria del 1979 e dalla repressione dei moti contadino del 1980-81. La
concentrazione delle terre ha permesso, comunque, la formazione di una
borghesia agraria fedelissima della teocrazia che oggi preme sul
presidente confermato per ottenere una parziale privatizzazione del
settore manifatturiero pubblico. Allo stesso modo il bazar, la borghesia
commerciale diffusa soprattutto a Teheran ha aperto negli scorsi anni un
contenzioso con il potere centrale per ottenere l'allargamento del proprio
spazio economico. Amadhijnejad si è in realtà espresso a favore di queste
istanze preparando la strada alla partecipazione della borghesia agraria e
commerciale all'attività produttiva del paese, fermo restando il controllo
di questa nelle mani dello stato e delle confraternite, allo scopo di
permettere al bazar di fare profitti senza perdere importanti fattori di
liquidità e di consenso. Ci risulta, inoltre, che sia in corso un processo
di costruzione di una borghesia di stato che utilizza il proprio ruolo
all'interno della macchina economica per migliorare le posizioni personali
sia dal punto di vista del guadagno che da quello dell'influenza sugli
assetti di potere.
La presidenza Amadhjinejad è stata un momento importante in questo
processo, dal momento che l'attuale presidente ha rotto gli equilibri
interni al potere teocratico, rafforzando l'autorità della borghesia di
stato e minando alla base l'autorità del gruppo dirigente clericale
proveniente dalla “Rivoluzione”.
Lo scontro in atto con Rafsanjani, ex pupillo dell'ayatollah Khomeini ed
ex Presidente della Repubblica tra il 1988 e il 1997, è sintomatico di
quello che sta avvenendo all'interno delle stanze del potere: da un lato
l'uomo della continuità, deciso a giocare il tutto per tutto nel tentativo
di conservare pienamente il potere per la casta sacerdotale, dall'altra il
carismatico “uomo nuovo”, laico e non clericale, mistico e non ortodosso,
deciso ad utilizzare l'appoggio della Guida Suprema, l'ayatollah Khamenei
- vecchio rivale di Rafsanjani - per trasformare l'Iran in uno stato
assolutista dove il potere sia concentrato nelle sue mani e in una cerchia
limitata di fedeli. In questo modo limiterebbe il potere dei religiosi nel
nome, sia ben chiaro, della religione.
Questo apparente paradosso spiega bene perché i settori più clericali del
potere iraniano abbiano appoggiato l'insurrezione quasi fino al punto di
non ritorno. Le stesse parole del principale candidato sconfitto, Mir
Hossein Mousavi (appartenente alla casta clericale) sono state fino alla
definitiva sconfitta, rivolte alla necessità del martirio”, regola
scolpita nella versione sciita della religione islamica. A Qom, principale
città santa sciita, luogo di elaborazione della khomeinista “supremazia
dei religiosi”, principio guida della Repubblica islamica, la classe
sacertodale si è pronunciata contro Amadhjinejad, pubblicando una lettera
aperta in cui dichiravano i risultati del voto “nulli, non avvenuti”. Da
Qom, ed è figlio di un Ayatollah, viene Larjiani, presidente del
Parlamento e figura di oppositore acerrimo di Amadhjinejad; sempre a Qom
Rafsanjani ha tentato di mettere in piedi una maggioranza di ayatollah che
destituisse la guida suprema Khamenei e dichiarasse nulle le elezioni.
Come è evidente non ci è riuscito, ma voci ben informate parlano di una
minoranza di 40 religiosi su 86 componenti il Consiglio degli esperti
favorevoli a tale iniziativa. Ricordiamo che la Repubblica islamica è
guidata da un Presidente sottoposto ai pareri della Guida Suprema, ma che
la Guida può essere destituita dal Consiglio degli esperti che peraltro la
nomina. In pratica un complicato meccanismo che permette una certa quota
di espressione popolare, sottoposta all'approvazione della casta
clericale. In altre parole gli Ayatollah si sono dati la garanzia che
nessuno potesse mettere in discussione l'islamicità del regime.
Amadhjinejad, in questo contesto, ha compiuto quello che possiamo definire
un colpo di stato modernista con il duplice obiettivo di impedire
qualsiasi espressione di dissenso interno, e di mettere nell'angolo la
casta clericale della generazione della rivoluzione.
Il vero segno del cambiamento imposto al paese dall'attuale Presidente è
l'intronizzazione dell'élite nata con la guerra Iran-Iraq. Amadhjinejad
era uno degli istruttori delle milizie Basji, nate appunto nel corso di
quella guerra; il Presidente basa il suo potere sul controllo di questa
milizia e su quella dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione che
dipendono da lui e da Khamenei. Queste milizie rimandano ad un potere
militarizzato che non può più contare sul sostegno del clero come
copertura “ideale” della propria azione.
Un potere militarizzato che si rivolge al nazionalismo ed al millenarismo
come proprie giustificazioni. La propaganda sull'atomica, in questo quadro
è lo specchio delle difficoltà di un regime che ha basato il suo consenso
sugli alti corsi del prezzo del petrolio, ma che non riesce ad uscire dai
colli di bottiglia tipici di un capitalismo di stato. La sfida
all'occidente e un presunto antimperialismo che ha sedotto gli orfani di
Stalin, Mao e del nazionalismo terzomondista in salsa
terzainternazionalista, è la disperata risorsa di un golpista bisognoso di
appoggio in un paese scosso dalle tensioni sociali. Quello di Amadhjinejad
è un potere militarizzato, più simile a quello dei militari islamici
pakistani che a quello esercitato da Khomeini dopo la controrivoluzione
del 1979-80. Nello schema del secondo il clero deteneva il monopolio della
verità e si arrogava il diritto di giudicare l'azione degli eletti, in
quello del primo sono il Presidente, le sue milizie e i responsabili
militari a detenere un potere assoluto non dissimile da quello di un
dittatore dell'Europa novecentesca.
La particolarità iraniana, però, è quella del millenarismo religioso nel
nome del quale si compie questa trasformazione: nella religione sciita,
che è religione del martirio, la figura centrale è il dodicesimo imam,
l'imam nascosto che tornerà alla fine dei tempi per guidare la riscossa
dei puri contro la falsa religione, ossia la corrente maggioritaria
sunnita dell'islamismo. La religione islamica è una religione fortemente
politica e la figura dell'imam nascosto, il Mahdi, è la figura di un
leader politico capace di guidare le masse alla vittoria finale del bene.
In questo quadro la mediazione del clero scompare dal campo religioso e
appare solitaria la figura del leader carismatico in diretto contatto con
dio e capace di portare il suo popolo allo scontro finale. In particolare
in Iran si è particolarmente distinta nella riflessione sull'Apocalisse
mahdista la scuola Hakkani, diretta dall'ayatollah Yazdi, sostenitore
convinto della prossima apertura dell'era dell'ultimo Imam. Tale era si
dovrebbe riaprire con il ritorno del Mahdi in un contesto di rafforzamento
del male e della necessità dei puri di utilizzare i mezzi del male per
combatterlo. Amadhjinejad appartiene a questa scuola e, il giorno
dell'insediamento ha invocato sulla sua presidenza la protezione del
dodicesimo imam, fatto del tutto irrituale.
Un potere assoluto, basato sul nazionalismo e sul messianesimo è dunque
quello che si è affermato in Iran; chi continua a parlare di teocrazia sta
perdendo i contatti con la realtà. Inoltre a questo quadro bisogna
aggiungere l'aspetto diciamo così “peronista” della politica di
Amadhjinejad, capace di utilizzare i proventi petroliferi non solo per
rafforzare le capacità militari, ma anche per sovvenzionare un diffuso
sottoproletariato nelle immense periferie delle principali città e nelle
campagne. Aumento dei sussidi di disoccupazione e delle pensioni minime,
sovvenzioni all'acquisto dei generi di prima necessità e diffusione della
sanità pubblica sono le misure che hanno fatto gridare una sinistra ormai
preda assoluta del nazionalismo antiamericano ad un presunto “socialismo”
del Presidente iraniano. Nella realtà non c'è nulla di nuovo nella
politica di Amadhjinejad che utilizza i proventi del petrolio per
acquistare consenso tra i diseredati e per utilizzarli come massa di
manovra contro un ceto medio di laureati costretti al sotto impiego e
contro una working class cui scioperi e sindacati rimangono strettamente
vietati. In fondo negli anni Quaranta il dittatore argentino Peron fece la
stessa cosa, utilizzando i descamicados contro una working class
combattiva in cui era forte l'influsso del sindacalismo libertario.
Nelle manifestazioni di Teheran, però, non si è visto solo l'ambito di uno
scontro di potere, ma anche quello di una vera e propria insurrezione
sociale della quale sono stati protagonisti un ceto medio di alto livello
culturale e occidentalizzato nei costumi, e una working class la cui
combattività non è mai venuta meno. Il giorno successivo alla
proclamazione dei risultati e i due giorni successivi sono state giornate
di sciopero generale proclamato dalle centrali sindacali clandestine. Il
tutto in un paese dove l'ultimo sciopero di massa, quello dei trasporti
pubblici a Teheran nel 2005 è costato il licenziamento a centinaia di
autisti e la forca ai presunti leader.
Gli impiegati dei trasporti pubblici, gli operai del petrolio e quelli
manifatturieri, per quanto sottoposti a controllo e repressione tra i più
severi nel mondo continuano ad essere una spina del fianco del regime. Lo
sono per quello in costruzione di Amadhjinejad, così come lo sono stati
per quello degli ayatollah, così come lo furono per lo Shah.
La working class e il ceto medio sono i settori di classe che maggiormente
pagano il costo delle politiche militariste e nazionaliste del Presidente
così come di quelle di sussidio alla massa di manovra dei sottoproletari
delle periferie cittadine. A questo si aggiunga la sempre più diffusa
insofferenza in queste classi per il controllo asfissiante sulla vita
privata dei singoli da parte dei Guardiani del Buoncostume. L'Iran è
tuttora un paese dove una risata per strada tra due amiche può costare se
non l'arresto un pomeriggio in commissariato e la schedatura. Schedatura
che impedisce l'accesso alle libere professioni e agli impeghi statali. In
questi anni il regime ha accettato una certa libertà di comportamento
diradando le incursioni nelle case private e i fermi di auto sospette con
componenti dei due sessi a bordo; lo ha fatto sperando così di allontanare
la gioventù occidentalizzante e con alta formazione dalla politica.
L'improvvisa messa in moto di questa generazione e la sua scesa in campo
avrà come immediata conseguenza una recrudescenza del controllo della vita
personale anche nei quartieri del ceto medio, cos' come la rivolta del
2002 nelle università aveva riportato i Pasdaran a effettuare i loro
controlli direttamente dentro le facoltà. Le crescenti difficoltà
economiche del regime non potranno che acuire la repressione su quei
settori sociali che sono, per le aspirazioni di vita, in evidente
contrasto con la svolta millenaristico-miltare del regime.
Per quanto riguarda i rapporti con l'estero, è evidente che l'occidente si
è astenuto da qualsiasi interferenza nei fatti di Teheran; al di là di
tardive condanne e di inviti a limitare la repressione, nessuna pressione
vera e propria è stata messa in campo da americani ed europei. Lo stesso
sequestro di otto impiegati iraniani dell'ambasciata britannica è parso
più un modo di sollevare un'ondata di orgoglio nazionalistico da parte del
regime più che una rappresaglia contro inesistenti finanziamenti
all'opposizione. Opposizione, oltretutto, i cui leader discendono
direttamente dall'élite politica che concepì ed appoggiò il sequestro del
personale dell'ambasciata americana nel 1980. A un occhio esperto le prese
di posizione della presidenza americana e dei leader politici europei sono
state caute e finalizzate a rendere fruttuose le aperture del Presidente
americano Obama verso la leadership iraniana. È evidente che per gli USA
sarebbe meglio trattare con un conservatore islamico come Rafsanjani,
interessato più al mantenimento al potere della sua casta che non al
rafforzamento dell'immagine nazionalista del regime; è però altrettanto
evidente che il progetto di distensione in Medio Oriente, stella polare
dell'attuale politica americana prevede la necessità di relazionarsi con
chi comanda a Teheran, chiunque esso sia. I contrasti evidenti a riguardo
dell'Iran tra gli USA e il loro alleato israeliano sono spia di questa
necessità e del pragmatismo del neo presidente americano. L'Iran è
necesaario agli USA per pacificare l'Iraq e l'Afganistan, e la retorica
roboante di Amadhjnejad è un prezzo sopportabile per ottenere questo fine.
Per quanto riguarda l'Italia, la preferenza per un’Iran stabile è più che
evidente nelle mosse di Frattini che fino all'ultimo ha sperato di
ottenere una presenza iraniana al G8 sull'Afganistan di Trieste. D'altra
parte la presenza economica italiana in Iran, grazie anche all'assenza
forzata di USA e Regno Unito dalla scena è una presenza importante come
forniture di merci e, soprattutto tecnologie. Non dimentichiamoci che
l'ENI è il partner prescelto dall'Iran per l'azione di modernizzazione
degli impianti di raffinamento del petrolio, modernizzazione resa
impellente dalla crisi della benzina, quando l'Iran, uno dei principali
produttori petroliferi del mondo, dovette razionare la benzina causa
insufficiente produttività dei suoi impianti. In questo quadro deve essere
analizzato il rapporto tra l'Iran e un occidente sempre più vicino alla
riconciliazione con Teheran e disposto anche all'affermazione di questi
come potenza regionale in cambio di una sua fattiva collaborazione alla
stabilizzazione dell'area. Lo stesso ruolo pacificatore messo in opera in
Libano da parte di Hezbollah, partito sciita direttamente legato alla
fazione di Amadhjinejad, nonostante la sconfitta elettorale dice molto di
più sugli scenari in atto nell'area rispetto alle sparate millenaristiche
dell’“antimperialista” Presidente iraniano.
Stefano Capello

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