(it) Comidad, le news del 17 settembre 2009

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Gio 17 Set 2009 08:23:50 CEST


Comidad, le news del 17 settembre 2009
NEWSCOMIDAD
 Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news
precedenti, può reperirle sul sito http://www.comidad.org/ sotto la
voce “Commentario” e all'indirizzo http://adhoc-crazia.blogspot.com/.
CHAVEZ E IL DIRITTO UMANO ALLA PROPRIETÀ PRIVATA
L’arrivo del presidente venezuelano Hugo Chavez alla Mostra di
Venezia, per la proiezione di un documentario in parte a lui dedicato,
ha suscitato il consueto “disgusto” della stampa italiana, che si è
domandata, con toni gravi, come mai la sinistra italiana possa
prostrarsi davanti a questo “dittatore”. Non si capisce a quale
“sinistra” ci si riferisca, dato che i due quotidiani ascritti
generalmente a questa area politica, “La Repubblica” e “l’Unità”, sono
tra i più inflessibili e sprezzanti nel denunciare i “crimini” del
“dittatore”. Comunque la “sinistra” genericamente intesa  è, per
definizione e missione storica, sempre sotto accusa, perciò non è il
caso di sottilizzare.
Nei confronti di Chavez la propaganda ufficiale ricorre a tutte le
varianti dell’epiteto di “dittatore”, sebbene in Venezuela circoli
oggi abbastanza denaro da reggere quella costosa impalcatura di
pubbliche relazioni detta “democrazia”, in modo più credibile di
quanto non avvenga nel sedicente Occidente. Ciononostante, l’attuale
Arcivescovo di Caracas ha definito Chavez un “dittatore paranoico”,
forse perché questi non si fida più dei preti da quando la Chiesa
Cattolica appoggiò il tentativo di golpe militare contro di lui nel
2002. Un comportamento davvero irrazionale.
Chavez si sarebbe dimostrato inoltre un dittatore demagogo, poiché ha
istituito in Venezuela una assistenza sanitaria pubblica, acquistando
dal regime di Cuba le strutture e i servizi sanitari necessari. Il
regime cubano, a sua volta, è giustamente oggetto della riprovazione
internazionale, poiché approfitta cinicamente delle sanzioni
economiche che gli Stati Uniti gli impongono da mezzo secolo, per
circondare Cuba dell’alone eroico del piccolo Paese che resiste
all’aggressione del gigante colonialista; come se gli Stati Uniti,
nell’imporre le sanzioni a Cuba, non fossero stati mossi
esclusivamente dal loro ingenuo e generoso intento di difendere i
diritti umani.
Secondo l’opposizione, Chavez sarebbe poi un “dittatore sanguinario”,
ciò non in base a delitti commessi, ma che starebbe per commettere; e,
comunque, certe denunce non si basano su notizie dirette, ma sui
rapporti di Organizzazioni Non Governative specializzate nella difesa
di “diritti umani”, nel senso di diritti umani delle multinazionali.

L’espressione “diritti umani delle multinazionali” non va intesa come
un paradosso scherzoso, ma riguarda proprio quel “diritto umano” che
fa etichettare chi cerchi di limitarlo con l’epiteto di “dittatore
comunista”: il diritto alla proprietà privata. Per comprendere bene il
vero oggetto del contendere, è necessario anche sgombrare il campo
dallo slogan del “socialismo bolivariano”, che rappresenta una
contromossa propagandistica piuttosto ingenua di Chavez e dei suoi
sostenitori, pericolosamente inclini a ricadere nelle sabbie mobili
della retorica, in cui troppo spesso in passato sono annegati i
movimenti di resistenza popolare.

Chavez ha effettivamente commesso un grave crimine contro l’Umanità,
quando ha costretto le multinazionali a rinegoziare tutti i contratti
per lo sfruttamento del petrolio del bacino del fiume Orinoco,
esigendo la formazione di società miste in cui l’ente petrolifero
pubblico venezuelano detenesse la maggioranza azionaria. La più
importante multinazionale del petrolio, l’americana Exxon, non ha
voluto sottostare a questa pretesa contro natura, per la quale i
Venezuelani comanderebbero nientemeno che in Venezuela, e ha citato
l’ente petrolifero venezuelano in giudizio, ottenendo il congelamento
dei suoi beni su scala planetaria. Ma Chavez ha riportato lo scorso
anno contro la Exxon una prima vittoria giudiziaria, cosa che ha
rafforzato la campagna propagandistica mondiale che lo dipinge come
una minaccia.

Oggi tutti i Paesi che chiedono alle multinazionali di rivedere le
loro concessioni nel senso della formazione di società miste, con la
maggioranza azionaria nelle mani del Paese ospitante, finiscono
immancabilmente nel mirino delle ONG per i “diritti umani”, perché è
il diritto di proprietà delle multinazionali a non dover subire alcun
tipo di limitazione. Ad essere inseriti nella lista nera per questo
motivo, sono stati Paesi come lo Zimbabwe, il Sudan e, recentemente,
l’Eritrea. Quindi è considerato “dittatore comunista” (o, nel caso del
Sudan, “terrorista islamico”), non solo chi abolisca la proprietà
privata, bensì anche chi cerchi semplicemente di regolarla. Chavez ha
infatti offerto alle multinazionali ricchi risarcimenti per essersi
ripreso solo risorse venezuelane.

Quindi, se sfrondiamo il programma di Chavez dai diaframmi retorici e
propagandistici - i pochi a favore e i moltissimi contro -, notiamo
che esso si riduce alla rivendicazione di un po’ di sovranità
nazionale e di qualche garanzia sociale, ed è solo nell’ottica del
dominio coloniale delle multinazionali anglo-americane che queste
istanze modeste, e persino ovvie, possono apparire mostruose e
sovversive.

La multinazionale cinese Petrochina ha invece favorito questa piccola
svolta in Venezuela, ed anche  l’ENI ha pensato bene di accettare le
nuove condizioni, estorcendo alla controparte venezuelana un
risarcimento maggiore e persino nuovi contratti, che sono stati
formalizzati a Caracas nel marzo dello scorso anno, con la presenza
dell’allora ministro degli Esteri D’Alema. Ciò conferma che l’ENI fa i
suoi affari con qualsiasi governo in carica in Italia, e che il
presunto flirt di Berlusconi con Putin non c’entra nulla con gli
ultimi accordi ENI-Gazprom per il gasdotto South Stream; ma conferma
anche che i rischi di privatizzazione dell’ENI si fanno sempre più
seri. Occorrerà perciò stare attenti alle scelte di un eventuale e
prossimo governo Fini, e non perché Berlusconi non sarebbe
personalmente disposto a privatizzare  l’ENI, ma solo perché è
mentalmente incapace di reggere lo stress di una tale impresa.

Tra le critiche “da sinistra” piovute su Chavez, c’è quella che lo
accusa di continuare a vendere petrolio al nemico americano; ma le
forniture agli Stati Uniti non sono mai state messe in discussione da
Chavez. In realtà, il problema non è mai stato la fornitura del
petrolio venezuelano agli USA, ma il possesso esclusivo che la Exxon
poteva vantare sui giacimenti venezuelani sino a pochi anni fa, tanto
che era in effetti la Exxon a rivendere il petrolio ai Venezuelani
sotto forma di derivati.

La Exxon è arrivata in Venezuela negli anni ’40, con i finanziamenti
del governo statunitense e del Fondo Monetario Internazionale (una
banca privata che usa però, tanto per cambiare, solo fondi pubblici),
ottenendo inoltre dal Venezuela una totale esenzione fiscale, oltre
alla fornitura gratuita di infrastrutture. Quindi la Exxon poteva
sfruttare a piacimento il Venezuela senza investire un soldo di tasca
propria: queste sono le condizioni che le multinazionali chiamano
“proprietà privata” e “libero mercato”, cioè un socialismo per i
ricchi. Alla Exxon sono stati perciò offerti risarcimenti ingenti per
proprietà che aveva incamerato, a suo tempo, praticamente gratis; ma
ciononostante la Exxon trova di che lamentarsi e gridare al sopruso.

Quando si tratta di multinazionali, il concetto di economia è fuori
luogo, perché le Corporation non sono soggetti economici, in quanto
mancano di qualsiasi senso della reciprocità. Le multinazionali sono
esclusivamente soggetti affaristico-criminali.

Per capire sino a che punto arrivino l’avarizia e il razzismo della
Exxon, vale l’esempio del tentativo di golpe contro Chavez del 2002.
Il golpe militare organizzato dalla Exxon fallì per l’atteggiamento
degli ufficiali intermedi dell’esercito che rimasero fedeli a Chavez.
In quella circostanza furono i soldi l’elemento determinante, poiché
gli amici di Chavez riuscirono a risvegliare negli ufficiali
venezuelani il patriottismo ed il senso dell’onore grazie a
significative elargizioni di denaro; elargizioni che risultarono molto
superiori a quelle distribuite dalla Exxon, che si atteneva
rigidamente al misero tariffario in vigore in America Latina, nella
quale le multinazionali avevano sempre potuto organizzare i loro golpe
con budget ridottissimi.

Il golpe del 2002 poteva considerarsi già riuscito, poiché Chavez era
anche stato fatto prigioniero dei generali ribelli, ma alla fine si
sgonfiò  tutto per l’incapacità della Exxon di allargare i cordoni
della borsa un po’ di più rispetto a quanto aveva preventivato. Se il
funzionario della Exxon incaricato di organizzare il golpe, avesse
agito di sua iniziativa e aumentato il peso delle mazzette agli
ufficiali, sarebbe stato poi chiamato a risponderne davanti al
Consiglio di Amministrazione, che gli avrebbe chiesto conto di un tale
spreco. Neppure il fatto di esibire un successo avrebbe potuto salvare
il funzionario, poiché non sarebbe mai riuscito a dimostrare che, con
una spesa minore, il golpe non sarebbe andato a segno ugualmente.

Negli anni ’60 e ’70 vi è stata una offensiva propagandistica tendente
a convincere i lavoratori che proprietà privata e proprietà pubblica
costituiscano situazioni di oppressione del tutto analoghe per il
lavoro. Furono anche diffuse tutta una serie di teorie
socio-economiche sull’avvento di “nuove classi” che avrebbero gestito
a loro vantaggio l’economia pubblica: la “tecnoburocrazia”, la
“rivoluzione dei manager”, la “razza padrona”, ecc. Persino alcune
tesi di Bakunin furono distorte  e travisate per fargli profetizzare
l’avvento di queste presunte nuove classi.

In realtà Bakunin aveva detto che ogni situazione di privilegio
parziale tende a cercare di diventare assoluto, quindi un socialismo
autoritario è una  contraddizione in termini, perché pone le
condizioni per un ritorno alla proprietà privata; esattamente ciò che
è successo in Unione Sovietica, dove proprio lo Stato ha reimposto la
privatizzazione.

Ma, se è vero che la proprietà pubblica in sé non è socialismo, e non
evita neppure il consolidarsi di ceti privilegiati, ciò non vuol dire
che per il lavoratore sia la stessa cosa di un sistema  a gestione
privata, che diventa inevitabilmente il socialismo per ricchi, ad uso
delle multinazionali. La proprietà pubblica costituisce comunque una
minima garanzia, poiché vincola l’impresa al territorio, aumenta il
potere contrattuale del lavoro, e non lo espone al rischio di
dislocazione degli impianti. Invece la gestione privata obbliga il
lavoratore a pagare il costo della privatizzazione attraverso le
tasse, e lo costringe a ricomprare dalle multinazionali le risorse che
aveva già in loco; e non solo il petrolio o il gas, ma anche l’acqua.

È chiaro però che il socialismo per i poveri può realizzarsi davvero
non solo quando cessino le privatizzazioni, ma si elimini anche il
soggetto in grado di privatizzare, cioè lo Stato.

17 settembre 2009


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