(it) Torino. Riunione della Rete Antimilitarista Anarchica

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Sab 12 Set 2009 08:24:12 CEST


Torino. Riunione della Rete Antimilitarista Anarchica
Domenica 13 settembre si svolgerà a Torino la prossima riunione della Rete
Antimilitarista Anarchica.
L’incontro si terrà in corso Palermo 46 presso la sede della FAI torinese.
Si comincia alle 11 e si pranza in sede. Ci sarebbe utile sapere prima
quanti arrivano per poterci regolare meglio con la cucina.
Se qualcuno ha bisogno di ospitalità ci chiami prima.
Tel. 338 6594361
Chi arriva in treno a porta Nuova può prendere il 57 oppure il 27 e
scendere in corso Palermo (la prima dopo corso Brescia) oppure il 4 e
scendere in corso Giulio e poi a piedi per corso Brescia sino a corso
Palermo.
Chi arriva in treno a Porta Susa (quelli che arrivano da est) possono
prendere il 49 e scendere in corso Novara.
Chi arriva in auto telefoni e forniremo le indicazioni stradali.
Sotto trovate l'appello che abbiamo fatto in vista l'Aerospace and defence
meeting che si svolgerà a Torino il 28 e 29 luglio.
Nel testo ci sono alcune delle idee su cui stiamo lavorando in vista del
meeting e che vorremmo discutere domenica. Naturalmente altre idee e
proposte sono le benvenute.

Aerospace and Defense Meetings Turin 2009

Il 28 e 29 ottobre si svolgerà a Torino la seconda edizione
dell’“Aerospace and Defense Meeting”. Una fiera mercato dell’industria
bellica aerospaziale che ha in Piemonte uno dei suoi poli di “eccellenza”.
Il Meeting, rigorosamente riservato agli “addetti ai lavori”, è promosso
dalla Camera di Commercio e organizzato da Ceipiemonte in collaborazione
con BCI - Business Conventions International, Comitato Promotore del
Distretto Aerospaziale Piemontese, Città di Torino, Provincia di Torino,
Regione Piemonte e AIAD (Associazione Industrie per l’Aerospazio, i
Sistemi e la Difesa).
In altre parole una montagna di soldi pubblici al servizio di un’industria
di morte. In prima linea tutti i maggiori produttori nazionali e
internazionali.
La prima edizione si è svolta in sordina nel marzo del 2008 senza che vi
fosse stato alcun annuncio. A cose fatte il tg3 le dedicò un breve
servizio.
La guerra è un buon affare, ma non bisogna parlarne troppo.

L’Italia è in guerra da molti anni. Ne parlano solo quando un ben pagato
professionista ci lascia la pelle: un po’ di retorica su interventi
umanitari e democrazia, Napolitano che saluta la salma, una bella pensione
a coniugi e figli.
È una guerra su più fronti, che si coniuga nella neolingua del
peacekeeping, dell’intervento umanitario, ma parla il lessico feroce
dell’emergenza, dell’ordine pubblico, della repressione.
Gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi
delle torture e degli stupri in Somalia, dall’estate del 2008 sono nelle
strade e nelle piazze delle nostre città.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Lo
rivela l’armamentario propagandistico che le sostiene. Le questioni
sociali, coniugate sapientemente in termini di ordine pubblico, sono il
perno dell’intera operazione.
Il paradigma della guerra come operazione di polizia, con i militari
affiancati da specialisti dell’umanitario, perché il fine dichiarato non è
la tutela di interessi di parte ma la generosa difesa dei civili, rende
sempre più labile la separazione tra guerra e ordine pubblico, tra
esercito e polizia. L’alibi della salvaguardia dei civili è una menzogna
mal mascherata di fronte all’evidenza che le principali vittime ed
obiettivi delle guerre moderne sono proprio i civili. Civili bombardati,
affamati, controllati, inquisiti, stuprati, derubati: è quotidiana cronaca
di guerra. Poi arriva la “ricostruzione”, la creazione di uno stato
democratico fantoccio delle truppe occupanti, l’organizzazione di
esercito, polizia, magistratura leali ai nuovi padroni. È la prosecuzione
con altri mezzi della guerra guerreggiata, obiettivo e insieme strumento
di guerra.
La costruzione di un nuovo modello polemologico era funzionale a
contrastare una tensione pacifista molto forte nel nostro paese.
Prima c’è stata la guerra “umanitaria”, l’intervento di truppe per
soccorrere popolazioni stremate, incapaci di difendersi, strette in paesi
in cui dominava il “caos”. L’aspetto “poliziesco”, pur presente, era
ancora in secondo piano. La più emblematica delle guerre “umanitarie” fu
quella in Somalia: peccato che le foto di torture e stupri abbiano un po’
sporcato l’operazione. La guerra irachena di Bush padre e quella per il
Kosovo hanno segnato il primo salto di paradigma: l’intervento umanitario
è garantito da un’operazione di “polizia internazionale”. In Kosovo e
Serbia l’aviazione italiana ha bombardato per settimane case, ospedali,
ferrovie, fabbriche, strade.
Prima i militari, poi la Croce Rossa.
Come nei CIE, ieri CPT, inventati dal governo di centro sinistra pochi
mesi prima delle bombe su Belgrado. A volte le coincidenze…
Da qui ad applicare nel nostro paese teorie e tattiche sperimentate dalla
Somalia all’Afganistan il passo era breve.
Se la guerra è filantropia planetaria, se condizione per il soccorso sono
le bombe, l’occupazione militare, i rastrellamenti, se il militare si fa
poliziotto ed insieme sono anche operatori umanitari il gioco è fatto.
L’11 settembre, le guerre afgana e irachena chiuderanno il cerchio.
Riappare il fantasma della guerra “giusta”, quella che si combatte per
difendersi da nemici irriducibili, malvagi, feroci; per affermare la
superiorità di un modello politico, culturale, economico, finanche
religioso. In Afganistan e Iraq si combattono guerre in nome dell’umanità.
Astrazione assoluta per una guerra assoluta, la guerra contro il nuovo
impero del male. Una guerra totale, perché il nemico può solo distruggerci
o essere distrutto. Non c’è spazio per le mediazioni, non c’è spazio per i
neutrali.
La guerra umanitaria, l’operazione di polizia internazionale, la guerra
giusta, la guerra totale hanno di volta in volta modellato le politiche
del governo contro il principale nemico “interno”, l’immigrato povero, e
con lui, i miliardi di diseredati cui la ferocia di stati e capitale ha
sottratto un futuro.

L’opposizione alla guerra, che sei anni fa ha riempito le piazze di folle
oceaniche, si è lentamente esaurita, come le bandiere arcobaleno, che il
sole e la pioggia hanno stinto e lacerato sui balconi delle case.
La mera testimonianza, la rivolta morale non basta a fermare la guerra, se
non sa, e non ha saputo né voluto, farsi resistenza concreta. La delega ad
una sinistra ipocrita, che si opponeva all’intervento in Iraq ma sosteneva
l’avventura afgana, ha tolto ogni linfa a movimenti che pur avevano
portato in piazza milioni di persone.
La guerra, interna ed esterna, è diventata “normale”. La costituzione di
un esercito di professionisti, lungi dal decretare il declino del
patriottismo classico, lo riporta in auge. Tensione emotiva, tricolore e
mano sul cuore, inni e retorica da gustare comodi in poltrona. Una roba
come le partite in TV: probabilmente più costosa.
Le bombe, le torture, l’occupazione militare è roba lontana, che non ci
tocca direttamente. La mera compassione per le vittime si scolora nella
consapevolezza che “loro” non sono come noi.
La propaganda della paura, alimentata per anni con tenacia, ha prodotto i
suoi frutti avvelenati. Ri-costruire un’opposizione efficace non è facile.
Serve che nuova linfa alimenti l’esperienza concreta della solidarietà tra
oppressi e sfruttati. Sarebbe stolido darla per scontata. La leva degli
interessi immediati, rafforzata dal timore dell’altro, da molto tempo
spinge nel campo avverso. Questa partita si gioca soprattutto nelle strade
e nei quartieri popolari, dove uomini in armi, poco a poco, sperimentano
su di noi le tattiche già testate nelle missioni militari all’estero.
Saper riconoscere i propri nemici nel terreno infido della guerra tra
poveri è il primo passo per liberare le “nostre” strade dall’esercito,
mandando in frantumi le frontiere identitarie che ci stanno cucendo
addosso. Le stesse che hanno eroso l’opposizione alla guerra esterna,
facendone patrimonio di pochi.

Se rompere la propaganda di guerra è un esercizio ben più concreto della
semplice affermazione di principio, altrettanto concreta deve essere la
lotta a chi la guerra la prepara, la finanzia, la alimenta, la fa.
Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi,
partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono
caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi.
In questi anni qualche segnale, pur tra mille difficoltà, c’è stato: dalla
lotta contro la nuova base di Vicenza a quella contro gli F35 a Cameri,
dall’opposizione alla base di Mattarello alla resistenza contro la base di
Aviano, sino alle mai sopite lotte delle popolazioni sarde contro le
servitù militari che schiacciano il loro territorio.

Anche a Torino si sono moltiplicate le iniziative contro le industrie
belliche e la presenza dei militari nelle strade.
Ma non basta. Occorre un impegno maggiore, sia sul piano dell’informazione
che su quello della lotta.
In occasione della mostra dell’“Aerospace and Defense Meeting” proponiamo
dieci giorni di iniziative di confronto, informazione, lotta.
Facciamo in modo che i mercanti di morte non abbiano una buona accoglienza!

Alcune iniziative sono già in cantiere, altre ci auguriamo scaturiscano
dal confronto che ci auguriamo il più allargato possibile a quanti
vogliono mettersi in mezzo per inceppare il meccanismo della guerra.
Nei dieci giorni di ottobre proponiamo:

Un meeting antimilitarista di due giorni (sabato 24 e domenica 25 ottobre)
che unisca un momento di “convegno” all’incontro e confronto tra compagni
impegnati nelle lotte.
I temi da noi individuati sono cinque:
- basi militari/movimenti di opposizione popolare
- fabbriche d’armi/banche armate/lotte per la riconversione
- l’Italia in guerra: le missioni militari all’“estero” i professionisti
delle armi e quelli dell’umanitario
- guerra “interna”
- Resistere alla guerra: esperienze a confronto
Nella serata tra il 24 e il 25 cena, musica e proiezioni.

E poi…
- manifesti
- presidi informativi
- azioni simboliche sul territorio…

I compagni e le compagne della FAI torinese


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