(it) Torino. Anarchici contro il Muro. Incontro con Ury Gordon

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Dom 10 Maggio 2009 23:39:26 CEST


Torino. Anarchici contro il Muro. Incontro con Ury Gordon
Martedì 12 maggio ore 21
nella sala di corso Ferrucci 65a
Anarchici contro il Muro.
Incontro con l’anarchico israeliano Ury Gordon.
Azioni dirette, manifestazioni, solidarietà attiva ai palestinesi in lotta
contro il muro dell’apartheid. La resistenza ai bombardamenti e
all’occupazione di Gaza.
Durante la serata verrà mostrato uno slide sul Muro e il video “All lies –
tutte bugie” su un’azione diretta contro il muro durante la quale venne
gravemente ferito un compagno.
“Gli Anarchici Contro Il Muro sono una bandiera nel cui nome vengono
compiute azioni che sono in radicale opposizione all’occupazione e alle
sue cause più profonde: il sistema politico, militare e civile, che
all’interno di Israele sostiene l’occupazione.
Gli ACIM cercano di evitare il peso eccessivo ed ingombrante delle
impalcature ideologiche, per assumere come proprio centro di gravità le
pratiche – ma non come “praxis”. Il che non implica – naturalmente – che
l’analisi teorica ed i principi non siano necessari, dal momento che noi
vi facciamo ricorso quando occorre decostruire i miti dell’apartheid
sionista. Tuttavia, in questo momento, le individualità che compongono gli
ACIM preferiscono dedicarsi, armati di corde da rocciatori, di tronchesi
per il fil di ferro e di mazze pesanti, alla decostruzione del muro di
Israele e ad esprimere il loro dissenso contro i blocchi stradali messi
dall’esercito israeliano.”
(Anarchici contro il muro, marzo 2009)
Di seguito alcuni articoli, interviste, schede sul muro

Anarchist against the wall
Abbattere i Muri, costruire i ponti
Un ponte. Un ponte fatto di gente che si incontra, discute, collabora,
agisce insieme. Questa l’intuizione semplice e radicale degli anarchici
israeliani riuniti nella rete “Anarchici contro il Muro”. La maggior parte
di loro sono giovani e giovanissimi, cresciuti in un paese sempre più
dominato dalla paura, dall’odio, sempre più separato da quei territori
occupati durante la guerra dei 6 giorni nell’ormai lontano ’67. Sono ormai
40 anni… Almeno due generazioni di palestinesi sono nate e vissute nella
Cisgiordania occupata, dove il filo spinato, i posti di blocco, la
presenza costante dei militari hanno fatto parte del panorama quotidiano
ben prima che l’inevitabile fallimento della cosiddetta “pace” di Oslo
portasse alla rivolta, all’intifada.
Il Muro di separazione che taglia come un mostruoso serpente la
Cisgiordania non fa che rendere visibile la frattura tra due società che
la geografia vorrebbe vicine ma la politica statuale divide.
I giovani anarchici israeliani lottano contro il muro di cemento, la fitta
selva di filo spinato, i fossati che materialmente creano una serie di
bantustan nei quali è relegata la popolazione palestinese, ma anche contro
il muro di diffidenza ed odio che separa le persone tanto quanto la
struttura fisica, rendendola ancor più invalicabile.
Il percorso che li ha portati a costituirsi in gruppo parte dalla volontà
di conoscere la realtà al di là della rappresentazione mediatica,
recandosi nei territori, costruendo relazioni dirette, conoscendo e
facendosi conoscere. In un’intervista rilasciata nell’ottobre del 2003 ,
uno di loro, Jonathan, sosteneva: “La gente in Europa si deve rendere
conto che non usiamo la parola ‘Apartheid’ solo come uno slogan. C’è una
separazione assoluta tra le due società. Anche al di là della green line
non vi è nessuna occasione in cui le due società possono venire in
contatto. Allacciare relazioni personali e costruire la fiducia, che sono
la base dell’azione politica, è l’elemento più difficile e
contemporaneamente più importante.”
Un’occasione preziosa è stata il campo contro la costruzione del muro
svoltosi tra la primavera e l’estate del 2003 a Mash’ha. “Il campo di
Mas’ha è stato un’esperienza di reale coesistenza. La gente lavorava
assieme su una base di parità. Si discuteva assieme, si cercavano assieme
strategie, linee di azione. Naturalmente era difficile, ed era necessario
riconoscere le differenze tra di noi. Tutto quanto si basava sul principio
della democrazia diretta, la gente partecipava alle discussioni in cui si
prendevano le decisioni, quasi sempre sulla base del consenso.”
Durante il campo di Mas’ha - ha dichiarato in un’intervista Yossi - siamo
diventati realmente un gruppo. A Mash’a c’erano anarchici, palestinesi,
internazionali. Per la prima volta israeliani e palestinesi si univano per
costruire relazioni, conoscenze e per elaborare progetti: siamo riusciti a
costruire un rapporto continuativo. Per noi anarchici il Muro è stato
l’elemento catalizzatore della nostra stessa coscienza: noi siamo contro
tutti i muri, contro tutti i confini e gli stati. (…) Noi veniamo qui
uniti per combattere qualcosa che viene costruito per dividere.”
Sulla base delle relazioni dirette pazientemente costruite con la
popolazione locale, di gran lunga preferite a quelle con strutture
gerarchiche, violente e, spesso intrise di fanatismo religioso, come l’Olp
o Hamas, i compagni hanno intrapreso una serie di azioni dirette
non-violente che mettevano insieme anarchici israeliani, gruppi di
internazionali e popolazione dei villaggi direttamente colpiti dalla
costruzione del Muro. La scelta della non-violenza come metodo d’azione
serve, secondo i compagni, a tentare di ridurre l’enorme violenza che
negli ultimi anni ha segnato il conflitto asimmetrico nella regione. La
loro presenza durante le azioni contro il Muro ha rappresentato di fatto
una tutela per i palestinesi, contro i quali è diminuita la violenza
dell’esercito. Una violenza che si è comunque mantenuta forte: l’esercito
ha fatto uso di gas lacrimogeni, di proiettili di gomma, di manganelli
durante tutte le iniziative di protesta. Finché, il 26 dicembre del 2003,
durante un’azione diretta, l’esercito ha aperto il fuoco, colpendo ad
entrambe le gambe il compagno Gil Naa’mati. Era la prima volta che i
soldati usavano armi “vere” contro un cittadino israeliano ebreo. Un
cittadino israeliano ebreo che propugnava con la sua stessa presenza
fisica contro il muro le ragioni dell’internazionalismo contro quelle,
sempre feroci, spesso razziste, degli stati.
Il Muro è bagnato del sangue dei tanti che hanno resistito e ancora
resistono: palestinesi, israeliani, gente di altri paesi, tutti uniti da
un internazionalismo vero, fatto di opposizione concreta ad una frontiera
d’odio, per la distruzione di tutte le frontiere.
Ogni volta che si traccia un confine si finisce con il costruire un muro.
E dove c’è il muro spunta una garitta, del filo spinato, uomini armati
pronti a sparare. Ogni volta che si getta la campata per un ponte, sia
questo simbolico o reale, vengono meno le ragioni della guerra. Non è un
caso che la distruzione a Mostar del suo celebre ponte sia ancor oggi
ricordata come il simbolo di un conflitto feroce.
Gli anarchici israeliani ci stanno provando a tirare su un ponte, un ponte
che è possibile edificare solo dal basso, mettendo insieme le persone, e
lasciando fuori le follie nazionaliste. Quelle in nome delle quali uomini
e donne uccidono e vengono uccisi.

Scheda 1
Il Muro
Barrier, Fence, Wall: con questi tre termini inglesi vengono definiti i
650 km di costruzione di blocchi di cemento, filo spinato, palificazione
elettrica, dissuasori elettronici, videosorveglianza e polizia di
frontiera (con uno spazio di sicurezza che va dai 60 ai 100 metri di
larghezza) che dovrebbe garantire la tranquillità degli israeliani dalle
infiltrazioni dei terroristi e dei kamikaze palestinesi. I termini non
sono casuali ed hanno un peso specifico politico molto elevato. La
propaganda governativa mira ad evocare l’immagine di una sorta di porta
blindata destinata ad impedire l’accesso di malintenzionati e quindi
preferisce il termine barriera. Una barriera serve a fermare, mentre un
muro rinchiude. In un caso è sottolineata la funzione difensiva,
nell’altro quella disciplinare.
Ma cos’è in realtà il Muro?
Il Muro si insinua nei territori della Cisgiordania, il suo percorso non
segue quello della vecchia linea di frontiera tra Israele e Giordania ma
obbedisce alla necessità di garantire l’annessione delle colonie
israeliane in Cisgiordania. Esso disegna veri e propri bantustan, nei
quali la popolazione palestinese viene di fatto reclusa. Tristemente
famosa è la cittadina di Qualqilya che è completamente circondata dal
Muro, una sorta di prigione di cielo aperto, per uscire dalla quale gli
abitanti debbono sottostare alla volontà degli uomini armati piazzati alle
porte. Ma in realtà è l’intera Cisgiordania ad essere una prigione: il
Muro espropria terre, distrugge coltivazioni e pozzi, separa la
popolazione dalle proprie fonti di sussistenza, rende i movimenti interni
estremamente difficile e annette, di fatto, una larga percentuale di
territorio, soprattutto intorno alle zone degli insediamenti israeliani e
a quelle strategicamente ed economicamente più interessanti.
Al di del Muro le colonie israeliane sono collegate da una moderna strada
carrozzabile, mentre in Cisgiordania, i collegamenti sono difficili,
spesso resi impossibili da blocchi di cemento piazzati dall’esercito
israeliano in mezzo alle strade.
Mentre la costruzione del Muro va avanti gli attentati in Israele non sono
affatto cessati. D’altra parte, come sottolineano i compagni di “Anarchici
contro il Muro”, la funzione di questa mostruosa struttura è politica e
non difensiva: la questione “sicurezza” viene usata come alibi efficace
perché fa leva sul terrore suscitato in Israele dagli attentati suicidi.
Il controllo del territorio, delle sue risorse, della sua popolazione,
nonché la sua frantumazione in una miriade di microentità non collegate è
lo scopo vero del Muro, che non ferma terroristi e kamikaze ma incarcera
un intero popolo.

Scheda 2
Video e slide
È disponibile un CD rom con interviste, articoli, uno slide sul Muro e il
video – All lies – Tutte bugie - su un’azione diretta contro il Muro nel
dicembre del 2003.
Il video e lo slide sul Muro verranno proiettato durante la serata con Uri
Gordon

Scheda 3
I processi
I compagni di “Anarchici contro il Muro” sono stati più volte denunciati e
arrestati per le loro iniziative politiche sia in Israele sia in
Cisgiordania.
Durante il recente attacco israeliano a Gaza si sono svolte numerose
manifestazioni di protesta ed alcune azioni di contrasto (blocco
dell’aeroporto da cui partivano i bombardieri, blocco di strade e piazze
oltre alle settimanali azioni contro il Muro).
I compagni fanno appello alla solidarietà per raccogliere fondi per le
decine di procedimenti in corso.

Intervista a Liad attivista anarchica israeliana realizzata a Trieste il
10 marzo 2009

Qual è la politica del governo israeliano nei territori occupati?
La presenza dello stato israeliano nei territori è sempre più invasiva; la
politica di aggressione nei confronti dei palestinesi si attua nella
quotidianità in due modi: tramite la restrizione di movimento e il furto
della terra. La restrizione di movimento implica l’impossibilità spesso di
recarsi al lavoro, di non avere acceso alle fonti d’acqua e di essere
costantemente sotto assedio, mentre il furto della terra significa
bloccare totalmente l’economia locale, impedire le coltivazioni delle
famiglie palestinesi, in pratica condannare alla fame milioni di persone.
Cos’è il muro?
E’ una barriera costruita all’interno dei territori, ufficialmente lungo
la “linea verde”, cioè lungo il confine stabilito dagli accordi di pace
del 1949 tra Israele e Cisgiordania. In realtà questa barriera supera la
linea verde di 5/6 Km (in certe zone anche di 20 Km) e in alcune zone
interi villaggi sono fisicamente circondati dal muro. E’ costituita a nord
da un muro di cemento alto fino a 8 metri e a sud da reticolati e cancelli
elettronici, sorvegliati da militari israeliani. Ufficialmente il muro è
stato fatto costruire per impedire ai terroristi di passare, ma nella
realtà si tratta di un modo per rubare la terra ai palestinesi.
Com’è nata la protesta contro il muro?
Prima della sua costruzione non c’era praticamente nessun contatto fra
israeliani e palestinesi. Il primo contatto avviene grazie all’iniziativa
di pochi compagni anarchici di “Anarchici contro il muro”, che organizzano
un campo a Mas’ha, uno dei primi villaggi  dove sarebbe stato innalzato il
muro. Palestinesi, Israeliani e attivisti internazionali occuparono il
terreno sul quale sarebbe dovuto sorgere il muro per quattro mesi, durante
i quali il campo divenne un centro di informazione e un luogo per
esperienze di democrazia diretta. In seguito altri villaggi si unirono
alla lotta.
Com’è ora la situazione?
Attualmente vi sono almeno 70 villaggi in lotta, di cui 4 ogni settimana
attuano azioni e manifestazioni. In ogni villaggio è presente un comitato
popolare che rappresenta diverse fazioni e decide sulle manifestazioni.
Come si svolge di solito una manifestazione?
L’obiettivo del corteo è di arrivare al muro, di solito partecipa buona
parte della popolazione, ma soprattutto i ragazzi. Naturalmente l’esercito
israeliano si mette in mezzo, cercando di bloccare il corteo. A quel punto
i ragazzi iniziano a lanciare pietre e l’esercito risponde. Bisogna dire
che se nel corteo vi sono anche attivisti israeliani e internazionali,
l’esercito usa lacrimogeni e pallottole di gomma. Se vi sono solo
palestinesi, allora usa proiettili veri. Fino a oggi sono morte 11 persone
in questo modo. Comunque viene usata anche la creatività per manifestare:
si usano maschere, cartelli, ecc. E’ importante dire che noi portiamo
avanti un’azione non-violenta proprio per contrastare le dinamiche
violente del militarismo.
Qual è l’azione di Anarchici contro il Muro?
Oltre a partecipare alle manifestazioni e alle azioni dirette contro il
muro, hanno coinvolto decine di migliaia di israeliani affinché vedessero
con i propri occhi cosa facesse l’esercito israeliano nei territori. Al
momento molti di coloro che partecipano alle manifestazioni di Anarchici
contro il Muro non sono né anarchici né militanti politici.
C’è un’altra importante azione che sta venendo portata avanti: la
costruzione di avamposti all’interno della terra confiscata. Il primo lo
abbiamo chiamato “Centro palestinese della pace”. Questo ha avuto un
impatto mediatico importante ed ha avuto anche ripercussioni legali: la
Corte Suprema, in seguito alle denunce raccolte anche tramite questo
osservatorio, ha imposto la modifica del tracciato del Muro. Il governo
naturalmente non ha recepito la sentenza, ma ciò è servito per smascherare
la loro contraddizione e ipocrisia.
Com’è la situazione in Israele?
Da parte di coloro che vivono  in Israele c’è sicuramente sofferenza,
soprattutto dal punto di vista psicologico, prima per gli attentati
suicidi e adesso per i razzi. Una volta ho provato, come esperimento, a
salire su un autobus avvolta dalla kefia nascondendo qualcosa sotto la
giacca e tutti sono scappati subito terrorizzati. Il territorio è sempre
più militarizzato.
Com’è la situazione sociale?
In Israele vivono circa 1.200.000 palestinesi. Sono considerati cittadini
di seconda classe, per loro è difficile acquistare un terreno e costruire
una casa e, d’altra parte, è molto difficile anche trovare un lavoro.
L’80% di coloro che vivono sotto la soglia di povertà sono palestinesi. A
Jaffa un terzo della popolazione è di origine palestinese, e pochissimi
possiedono una casa. Ma poiché è difficile anche affittarla, quasi tutti
costruiscono nuovi piani e appartamenti sopra le case esistenti. Questi
“abusi” vengono usati dalla giunta locale come pretesto per ordinare
centinaia di sfratti. Nel 2007 vi sono stati 400 sfratti solo a Jaffa.
Come vi opponete agli sfratti?
C’è un comitato unitario formato da attivisti israeliani, anarchici e non,
e famiglie palestinesi. Questo comitato ha come obiettivo fornire
assistenza legale e materiale, appoggiare le occupazioni di case, fare
pressione politica. In questo modo siamo riusciti a bloccare decine di
sfratti e inoltre siamo riusciti a costruire delle relazioni fra gli
abitanti di Jaffa: qui sono state fatte le prime manifestazioni unitarie
israelo-palestinesi e sono anche nati gruppi anarchici formati sia da
israeliani che da palestinesi.
Cosa ne pensi di questa politica abitativa?
E’ una forma vera e propria di pulizia etnica: i palestinesi di Jaffa non
hanno il diritto o la possibilità di trasferirsi altrove, ma vengono
allontanati dalle case per favorire l’urbanizzazione degli israeliani: in
questo modo, in pratica, diventano invisibili, senza alcun diritto né
possibilità.

Di seguito una recente autopresentazione quest’anno:

“Gli Anarchici Contro Il Muro sono una bandiera nel cui nome vengono
compiute azioni che sono radicale opposizione all’occupazione e alle sue
cause più profonde: Il sistema politico, militare e civile, che
all’interno di Israele sostiene l’occupazione.
Gli ACIM cercano di evitare il peso eccessivo ed ingombrante delle
impalcature ideologiche, per assumere come proprio centro di gravità le
pratiche – ma non come “praxis”. Il che non implica – naturalmente – che
l’analisi teorica ed i principi non siano necessari, dal momento che noi
vi facciamo ricorso quando occorre decostruire i miti dell’apartheid
sionista. Tuttavia, in questo momento, le individualità che compongono gli
ACIM preferiscono dedicarsi, armati di corde da rocciatori, di tronchesi
per il fil di ferro e di mazze pesanti, alla decostruzione del muro di
Israele e ad esprimere il loro dissenso contro i blocchi stradali messi
dall’esercito israeliano.” Non solo l’azione diretta, ma anche la lotta
unitaria sta nel cuore pulsante degli ACIM. Infatti, le premesse del
gruppo possono essere fatte risalire alla fusione di due sottocorrenti
parallele durante l’intifada di al-Aqsa, la seconda rivolta palestinese.
In Israele, il fallimento degli Accordi di Oslo aveva provocato una
generale recrudescenza nazionalista ed una svolta a destra anche
all’interno del cosiddetto “Campo della Pace”; tuttavia, si ebbe un
effetto opposto sulle frange radicali di quest’area, dal momento che
l’analisi sul perché Oslo era fallito portò molti a sganciarsi
permanentemente dalla coda della sinistra sionista. Nel frattempo, in
Cisgiordania e nella striscia di Gaza, la seconda intifada, sebbene molto
più militarizzata della prima, conteneva anche diffuse istanze di lotta
popolare e di resistenza civile, espresse con azioni dirette (proteste e
manifestazioni), iniziative delle ONG, informazione indipendente con
grande sforzo dei media, progetti dei giovani, campagne di boicottaggio e
disobbedienza civile in genere messe in atto da comitati popolari. Sebbene
marginalizzati dai livelli di violenza e dal crescente centralismo
gerarchico dell’Autorità Palestinese, questi sforzi hanno comunque messo
radici ed in certi casi hanno anche dato frutti.
Gli ACIM sono stati un prodotto di queste due sottocorrenti che si sono
incontrate nel 2003 – un anno dopo l’inizio della costruzione del muro da
parte di Israele – nel campo di protesta durato 4 mesi formato da
attivisti palestinesi, israeliani ed internazionali nel villaggio di
Mas’ha, che stava per perdere le
terre a causa del passaggio del muro. Questo campo è diventato il punto
focale per una nuova forma di lotta: unitaria, civile, a democrazia
diretta, su base territoriale – di fatto una terza intifada conosciuta
come “l’intifada del Muro”. Sebbene forti solo di pochi attivisti
israeliani, gli ACIM presero parte intensamente a questo nuovo sviluppo
insieme ad un numero sempre più alto di villaggi palestinesi le cui
condizioni di vita erano minacciate dal passaggio del muro: da Mas’ha a
Budrus, da Bil’in a Jayyous, da Ni’ilin a Um Salmuna, e così via, in uno
schema di azione diretta e di lotta unitaria che prosegue tutt’oggi. Una
componente chiave del modus operandi degli ACIM era e rimane il
reindirizzare il privilegio razzista di cui essi godono sotto le politiche
discriminatorie di Israele, usandolo per ridurre la violenza militare
contro le proteste palestinesi per il solo fatto di stare con loro, dal
momento che le regole di ingaggio dell’esercito sono significativamente
diverse (specialmente per l’uso di armi vere) quando si trovano di fronte
degli israeliani.


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