(it) Anarkismo.net: Imperialismo, Cina e Russia [en]

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Gio 11 Set 2008 08:56:45 CEST


Nel Caucaso è in atto uno scontro interimperialista in cui il nano
georgiano ha operato come "interposta persona" per conto degli Stati
Uniti. La prevedibile e immediata reazione russa - che ha aggiudicato
a Putin la prima mossa - ha solo messo in luce l'imbecillità del
Presidente della Georgia il quale, da buon nazionalista, ha scelto
(ancora una volta) la via della diversione bellica, contando su un
aiuto statunitense che non poteva essere di intervento militare sul
campo, invece di pensare alle disastrate condizioni del suo paese. Per
inciso: si manifesta ulteriormente la pericolosità dell'essere alleati
di Washington.
Detto ciò, passiamo al problema dell'imperialismo nell'epoca della
globalizzazione. Come ben sappiamo, di imperialismo si è cominciato a
parlare a cavallo tra la fine del secolo XIX e l'inizio del XX, in una
determinata fase di sviluppo del sistema capitalista. Il più noto
studio dell'epoca è di John Hobson, pubblicato nel 1902. Ma il primo
approfondito approccio economico alla questione risale a Charles A.
Conant, autore nel 1898 dello scritto "The Economic Basis of
Imperialism", pubblicato dalla North American Review. L'imperialismo
"classico" si colloca come una specie del genere storico
dell'espansionismo, sulla spinta dell'accumulazione di capitale
eccedente, necessariamente da "esportare" (e fermi restando i bassi
livelli di consumo nei mercati interni dei paesi imperialisti);
dell'esigenza di acquisire nuove fonti di materie prime a buon mercato
e nuovi mercati. Cosicché l'imperialismo è stato in genere definito
come l'imposizione, da parte
 di singoli Stati, del proprio dominio economico e politico su
territori e/o Stati stranieri a vantaggio del capitale nazionale del
soggetto imperialista. Questo fenomeno può utilizzare anche forme di
colonialismo in senso proprio, cioè di appropriazione formale e
diretta dei territori (e delle popolazioni) da sfruttare; pur tuttavia
non si identifica con il colonialismo in quanto tale.

L'imperialismo, quindi, come forma di appropriazione o controllo
monopolistico delle materie prime, delle fonti energetiche, e
dell'esportazione di capitali; che sul piano ideologico in qualche
modo si è coniugata con il nazionalismo europeo fiorito nel secolo XIX
e con sentimenti, a volte mascherati da umanitarismo, di superiorità
razziale - che in Europa non sono stati certo introdotti dal nazismo
tedesco (sono in molti a ricordare, per esempio, il rivoltante
razzismo di Winston Churchill?).

Costituisce ormai un classico l'interpretazione data da Lenin al
fenomeno imperialista. Interpretazione che ha scavato nella sua
essenza economica, individuandovi l'alto grado di sviluppo della
concentrazione della produzione e del capitale, tanto da dare origine
ai monopoli; la formazione (attraverso la fusione tra capitale
industriale e capitale bancario) di un forte capitale finanziario e,
quindi, di un'oligarchia finanziaria; la crescente importanza (non
solo qualitativa) dell'esportazione di capitali in rapporto
all'esportazione di merci; la ripartizione dei mercati mondiali fra le
grandi potenze. Guardando a questa analisi, e assumendo quindi il
punto di vista della fenomenologia economica, la globalizzazione
attuale può essere considerata una derivazione ulteriore, in epoca di
alta tecnologia informatica, dell'assetto studiato da Lenin.

In epoca contemporanea si è poi detto che si era passati alla fase del
neoimperialismo, caratterizzata da un dominio solo informale - morale
e mediatico - seppure non privo di tutela militare. Alla base vi
sarebbe stata una essenziale esigenza della globalizzazione. Di questo
fenomeno risaltano immediatamente il ruolo (e lo strapotere) delle
multinazionali, i grandi flussi di movimenti speculativi di capitali,
la schiacciante predominanza quantitativa dei movimenti di capitali
rispetto a quelli di merci, l'enorme circolazione di dati e
informazioni. Ma taluni si sono chiesti se tutto ciò costituisca
davvero tutta l'essenzialità di questo fenomeno epocale. Vale a dire,
se non si debbano prendere in considerazione aspetti inerenti alla
vera e propria dimensione produttiva, nel senso che rivolgersi alla
sfera dei rapporti di produzione implica la considerazione del ruolo
del capitale nell'attuale assetto dei livelli di "valorizzazione", in
rapporto alle
 sfere della produzione e della circolazione. Nel persistere di
sistemi di scambio ineguale, la maggiore capacità produttiva dei paesi
dominanti si risolve nella fruizione di tempi medi di lavoro meno alti
- per l'aspetto produttivo - e nell'acquisizione di valori monetari
assai più alti per ciò che concerne la circolazione. In buona
sostanza, in quest'ottica l'obiettivo reale e fondamentale
(strutturale si potrebbe dire) sarebbe il mantenimento del sistema di
scambio ineguale di valore-lavoro, a cui sarebbe strumentale (e non
più primaria) l'esigenza di appropriarsi di questa o di quella materia
prima, come era accaduto durante l'imperialismo proto-novecentesco. Il
fisiologico persistere e accrescersi delle tensioni internazionali
corrisponderebbe all'esigenza, per i soggetti in gioco, di difendere e
accrescere le posizioni rilevanti in una gerarchia economica
planetaria, al fine di fare prevalere le proprie ragioni di scambio in
un sistema di
 disuguaglianze. Gli esiti bellici, vale a dire, non come mera
espressione di una volontà di dominio (cioè non solo fenomeni
"soggettivi").

Oggi, però, in epoca caratterizzata dal ritorno dell'imperialismo
anche in termini di guerre senza apparente motivazione e di brutali
occupazioni militari, nonché dal trovarsi in primissimo piano gli
interessi petroliferi delle potenze capitaliste - e questa materia
prima, che sta alla base di ben oltre il 40% del consumo mondiale di
energia)[1] non appare più l'illimitata risorsa di un tempo - non
sembra condivisibile la tesi che vede come obiettivo essenziale il
mero mantenimento del sistema di scambio ineguale di valore-lavoro. La
prospettiva, a mio modo di vedere, va ribaltata: sono le risorse
energetiche ad assumere un carattere vitale e primario. D'altro canto
c'è da chiedersi se lo scambio ineguale non sia altro che la modalità
necessaria al conseguimento del dominio, e non già l'obiettivo del
dominio stesso.

L'imperialismo degli Stati Uniti al di fuori del continente americano
si è sviluppato in fasi diverse. Dopo la II Guerra Mondiale era
associato con l'intenzione di minare il sopravvissuto sistema
coloniale europeo per realizzare un insieme di Stati clienti di
Washington, ma formalmente indipendenti. E questa fase in genere è
stata definita di neocolonialismo, con i governi locali al servizio
delle multinazionali statunitensi e degli interessi politico/militari
degli Usa. Si creò una area di dominio avente come supporti
fondamentali - oltre alle forze armate degli Stati-clienti -
l'intervento militare, le operazioni di intelligence e soprattutto
l'azione di istituzioni finanziarie internazionali (come il FMI) e
statunitensi. Col crollo del sistema satellitare dell'URSS, e poi
dell'URSS medesima, per gli Stati Uniti si è aperta la possibilità di
estendere di gran lunga il proprio dominio mondiale, grazie anche al
diffondersi dell'ideologia
 neoliberista della globalizzazione e al sentimento di impunità totale
subentrato alla grande paura per il nemico d'oltre cortina.
Dall'avvento al potere di George W. Bush è diventata "lobby"
determinante per la politica imperialista (ma sempre insieme al
complesso militare/industriale) la lobby petrolifera, e dalla linea
conservatrice di Clinton si è passati a quella di ultradestra
dell'attuale presidenza Usa, propugnatrice della guerra permanente e
delle occupazioni militari, nonché teorizzatrice del diritto degli
Stati Uniti a non sentirsi vincolati da alcun trattato internazionale
quando siano in gioco i propri interessi.

Oggi gli Stati Uniti hanno come nemici - oltre all'integralismo
musulmano, da essi stessi favorito nella fase genetica - la Cina e la
Russia, al di là del carattere formale più o meno cordiali dei
rapporti diplomatici. La Cina - che resta il paese più popolato del
mondo - in prospettiva appare oggi l'unico Stato capace di
rivaleggiare con gli Usa tra quindici o vent'anni, a parità di
condizioni. Una grande disponibilità di liquidità finanziaria consente
alla Cina di porsi come paese investitore in grado di giocare sugli
scenari internazionali, sostenendo progetti industriali in Sud Africa
come in Venezuela, in Sudan come nell'Indocina, entrando in accordi di
gestione dei corridoi delle materie prime dal Mar Caspio alle sue aree
industriali del sud-est, e ponendosi in quell'area come grande
competitore al pari di Russia, Usa e potenze locali come Iran ed
India, come gendarme anti-islamico del Patto di Shanghai. Il
gigantesco surplus finanziario
 cinese è stato anche il frutto di decenni di accumulazione assicurata
da quella seconda via dello "sviluppo parallelo" (i profitti
dell'agricoltura investiti nella industrializzazione), seguita dai
dirigenti cinesi tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70,
che è consistita nello sfruttamento dei lavoratori cinesi, e di
determinazione, appropriazione e gestione del sovrappiù da parte dello
Stato cinese, che non ha disdegnato di usare e pratica ampiamente oggi
la repressione aperta.

In realtà in Cina non vi è stata alcuna transizione al comunismo, non
è andata al potere nessuna tecnoburocrazia, ma abbiamo assistito in 60
anni alla gestione capitalistica di Stato da parte di un rigido
centralismo burocratico che oggi gestisce la transizione al
capitalismo nella forma più selvaggia, senza per questo effettuare il
passaggio ad un assetto politico da democrazia occidentale. Va tenuto
conto che il "miracolo economico" cinese, oltre a essersi basato su un
feroce sfruttamento della classe operaia e dei contadini, ha fatto
leva su una politica di esportazioni orientata verso un'economia
mondiale già piena di debiti e si va sempre più proiettando ben oltre
i suoi confini.

La Cina ha un tasso di sviluppo reale intorno al 10% annuo (se non di
più): già nel 1998 produceva l'11,5% del Pnl mondiale; e si calcola
che verso il 2015, il suo mercato interno possa raggiungere livelli
enormi. Pur tuttavia la Cina è largamente dipendente
dall'approvvigionamento petrolifero, a motivo della sua scarsa
produzione autonoma di petrolio. Si ritiene che dal 2015 dovrà
importare almeno 4 milioni di barili al giorno, pari alla metà
dell'intera produzione odierna dell'Arabia Saudita. Gli Stati Uniti
vedono nella politica della Cina un notevole fattore di alterazione
del quadro strategico, economico e politico, in Africa in Asia e
America Latina, cominciando localmente ad acquisire il controllo di
risorse naturali. La Cina tende a fare dei mari estremo-orientali
quello che per Roma era il mare nostrum, contenendo il Giappone e
avendo di mira la presenza militare statunitense. Nella sua orbita c'è
la Birmania, e vuole protendere la sua
 influenza verso il mare Arabico, il Golfo Persico e il Medio Oriente.
In Asia la Cina, insieme con la Russia, ha inoltre di recente esteso
la sua influenza su ex repubbliche sovietiche in cui l'influenza
statunitense si è affievolita, come ad esempio l'Uzbekistan. Sulle
voci di forniture cinesi ai Talebani in funzione anti-USA, allo stato
non si può dire nulla.

Nel sud della Cina si stanno costruendo 1.850 chilometri di strade e
si vanno rafforzando le naturali barriere difensive delle pendici
dell'Himalaia. La "strada n. 3" che unisce direttamente il Kunming
cinese con Bangkok tocca anche le regioni poco abitate delle nord del
Vietnam e del Laos, dando il senso di una precisa espansione
geostrategica cinese. Al Pakistan la Cina dà assistenza tecnica e
militare, inclusa la tecnologia nucleare. Non mancano le fonti di
agenzie giornalistiche secondo cui i servizi segreti cinesi sarebbero
a conoscenza di trasferimenti di tecnologia nucleare dal Pakistan
all'Iran, alla Corea del nord e alla Libia. Inoltre, la costruzione di
un grande complesso portuale nella base navale di Gwadar sul Mar
Arabico dà alla Cina un accesso strategico sul Golfo Persico e un
avamposto sull'Oceano Indiano. Notoriamente il Tibet è oggetto di una
politica di vera e propria colonizzazione da parte della Cina.

È un dato oggettivo l'incremento delle relazioni politiche ed
economiche di Pechino anche in Medio Oriente, Africa e America Latina,
e con paesi che gli Stati Uniti da tempo hanno segnato nella loro
"lista nera", quali Iran, Sudan e Venezuela. E tra i suoi primi dieci
fornitori petroliferi ci sono, oltre a Sudan e Iran, Angola, Congo
Brazzaville e Guinea Equatoriale. La Cina ha iniziato anche a
esportare capitali, suscitando le reazioni di Washington che cerca di
ricostituire alleanze in funzione anticinese. Soprattutto in Africa,
al momento, si gioca una partita di rilievo, atteso che il commercio
cino-africano nel 2005 era arrivato al livello di 40 miliardi di
dollari, con un incremento del 35% rispetto all'anno precedente. I
giacimenti petroliferi africani si sono rivelati di estremo interesse,
tant'è che già nel corso degli anni '90 la Cina aveva investito 8
miliardi di dollari in Sudan e 9 miliardi nel 2005 in Nigeria, oltre a
concedere nel 2004
 all'Angola un prestito - a condizioni vantagiosissime - di 2,5
miliardi di dollari per la ricostruzione di quel paese devastato da 27
anni di guerra civile. Iniziativa dai forti effetti politici, avendo
consentito al governo angolano di rifiutare l'aiuto del FMI, foriero
di devastanti politiche neoliberiste.

Non va poi trascurato il fatto che il deficit commerciale statunitense
verso la Cina, che nel 2005 era stato di 202 miliardi di dollari,
ultimamente non si è certo ridotto. In più la Cina è diventata una
sorta di banchiere degli Stati Uniti, attraverso acquisti consistenti
di Buoni del Tesoro statunitensi, e possiede consistenti riserve
valutarie in dollari (si è calcolato che nel 2004 queste riserve
ammontassero a 600 miliardi di dollari tra valuta e Buoni del Tesoro).
Di tutta evidenza che in questo modo, se da un lato la Cina svolge
un'opera di sostegno del dollaro incidendo sui livelli dei tassi di
interesse, da un altro lato è suscettibile di svolgere un'opera di
condizionamento. Situazione assai pericolosa, perché se un domani le
difficoltà economico finanziarie statunitensi si aggravassero fino al
punto di non potere più fare fronte ai debiti esteri di varia fonte,
chi ci garantisce che la dirigenza USA non reputerebbe "opportuno"
azzerare
 le partite debitorie con una bella guerra? Sarebbe un classico. Al
momento, comunque, gli Stati Uniti sono costretti a mantenere verso
Pechino un atteggiamento "elastico" a motivo della sua necessità che
la Cina continui a finanziarne il debito e a comprarne i Buoni del
Tesoro.

C'è chi è convinto, continuando così le cose, della capacità cinese di
arrivare alla conquista del primato commerciale mondiale nel 2020. E
allora chi vivrà vedrà. La possibilità per la Cina di diventare un
gigante economico abbastanza autonomo ha indici rivelatori nella non
corrispondenza tra livelli di investimento di capitali stranieri in
Cina e i volumi delle vendite occidentali sui mercati cinesi. Il
rilevante squilibrio tra esportazioni cinesi e importazioni, che sta
anche alla base del boom economico del vecchio "Impero di Mezzo"
lascia ancora a livelli onirici il desiderio occidentale di fare dalla
Cina il grande mercato recettivo della produzione del "primo mondo".
Come ha sottolineato l'economista indiano Amartya Sen, peraltro premio
Nobel, l'epoca maoista ha lasciato in eredità alla Cina, oltre a un
servizio sanitario di massa abbastanza efficiente, anche e soprattutto
un servizio scolastico pubblico che va dalle scuole elementari fino
 all'Università, e che dagli anni '80 è gratuito per tutti; cosicché
il paese dispone anche della preziosa risorsa di una massa di laureati
di tutto rispetto qualitativo, tra i quali numerosi ingegneri delle
varie specializzazioni, tanto che l'industria americana da tempo si è
resa conto che la Cina è in grado di produrre a costi di gran lunga
inferiori ottime componenti elettroniche. L'incremento dei consumi
cinesi ha senz'altro contribuito all'innalzamento dei prezzi del
petrolio, mettendo in crisi i consumatori statunitensi, che oggi
cominciano a rendersi conto di quanto poco siano convenienti i loro
macchinoni che "bevono" come alcolizzati. Ma il meglio deve ancora
venire, atteso che si tratta di un paese di ben 1.300 milioni di
abitanti a fronte dei circa 300 milioni degli Stati Uniti.

Anche sul piano militare la Cina non è uno scherzo. Le spese militari
cinesi sono seconde solo a quelle statunitensi, e gli esperti del
Pentagono - che stanno studiando i possibili scenari della futura
guerra con la Cina - ritengono che questo paese abbia il più grande
potenziale militare per competere con gli Usa e delle tecnologie
militari di distruzione che potrebbero nel tempo controbilanciare il
tradizionale vantaggio statunitense. Non è un caso che (secondo
notizie pubblicate in occasione delle ultime Olimpiadi) la maggior
parte dei missili cinesi sia puntata verso gli Stati Uniti.

E poi c'è la Russia del dopo Yeltsin, che Putin ha rimesso un po' in
sesto, riportandola al rango di grande potenza quanto meno locale. Da
più di un quinquennio l'economia russa attraversa una fase di forte
crescita (per lo meno il 7% in media all'anno), grazie anche ai
rilevanti aumenti a raffica dei prezzi dell'energia. Due terzi delle
entrate, e circa la metà del bilancio russo, derivano dalle vendite di
petrolio e gas, e la crescita derivatane ha permesso di accumulare
riserve di oro e valuta estera per centinaia e centinaia di miliardi
di dollari, di rimborsare al Fondo Monetario Internazionale le
tranches del debito estero, e di realizzare un imponente programma di
stabilizzazione macroeconomica e finanziaria. La Russia non può dirsi
però un paese economicamente sano, atteso che il reddito pro capite è
ancora molto basso, e pari all'incirca al 35% di quello dell'UE e al
25% di quello statunitense. In termini più ampi l'economia globale
russa
 presenta una pericolosa fragilità proprio per la sua rilevante
dipendenza dal commercio di petrolio e gas, a cui si aggiungono il
basso grado del processo di diversificazione economica di questi
ultimi anni e il cattivo stato dell'industria manifatturiera, in linea
di massima debole e in certi settori addirittura in fase di declino.
Va comunque detto che un'eventuale futuro ribasso dei prezzi
energetici in teoria potrebbe essere compensato utilizzando le ingenti
risorse finora accumulate e mediante aumenti della spesa pubblica, con
particolare riguardo agli investimenti. E ferma restando l'incognita
dell'inflazione.

C'è da dire che proprio la rozza ottusità nordamericana ha posto le
premesse per un tale accordo, non essendo più la Russia la cenerentola
di prima. Che la guerra in Irak, vale a dire, abbia fatto aumentare i
prezzi del greggio anche indipendentemente dall'incremento di consumo
cinese, è ben noto; e i suoi riflessi non potevano escludere il
settore degli idrocarburi, con la conseguenza che alla fine del
discorso si è verificata una lievitazione dei prezzi a livelli poco
tollerati dalla stessa economia statunitense, a tutto vantaggio della
Russia e della sua Gazprom. Come detto, questa congiuntura ha
consentito alla Russia di ridurre enormemente il proprio debito
estero, portando dall'80% del Pil a circa il 25-20%; situazione che ha
avuto altresì la conseguenza di permettere una certa ripresa di tutta
l'economia russa.

La Russia non sta portando avanti solo un processo di ricomposizione
della sua forza militare, ma anche e soprattutto di ristrutturazione
economica di quanto è rimasto della Comunità degli Stati Indipendenti.
Messa fuori causa l'ucraina Naftogaz, affogata dai debiti, la Russia
può progettare la costruzione, per 5 miliardi di euro, di un gasdotto
fino al mar Baltico per rifornire Germania e Inghilterra, tagliando
fuori, sia la Turchia sia la Polonia papalina e l'Ucraina, in modo da
mettere sotto il suo controllo il transito del gas dai giacimenti
dell'Asia centrale. A motivo della dipendenza energetica dell'UE
rispetto alla Russia, non si può escludere una crescita del rublo
rispetto all'euro; e comunque la creazione russa di notevoli riserve
valutarie è in grado di fare assumere a Mosca un crescente ruolo
egemonico sugli stati euroasiatici dell'ex Unione Sovietica; e inoltre
le ha consentito di migliorare le relazioni economiche con l'India di
cui
 è diventata il primo fornitore di armi) e con il Giappone.

Per quanto la Cina attualmente sopravanzi la Russia nelle esportazioni
- in particolare per quanto riguarda le telecomunicazioni, le grandi
infrastrutture e opere pubbliche - pur tuttavia la Russia sta facendo
grandi progressi nel settore delle cosiddette tecnologie
dell'informazione, settore che ha conosciuto una crescita di almeno
50%. Si calcola che dall'esportazione di tecnologie informatiche la
Russia sia in grado di ricavare nel 2010 circa 15 miliardi di dollari,
proiettandosi così al vertice delle classifiche internazionali di
questo settore, mentre dieci anni prima i ricavi non superavano i 200
milioni. Pochi sanno che oggi circa un terzo del software Microsoft è
prodotto da lavoratori russi (sia in patria sia nell'emigrazione), e
che in questo settore la Russia si situa al terzo posto come
esportatrice mondiale, dopo Cina e India.

E veniamo ora ai fatti di Georgia/Ossezia. Non mi pare sussistano
dubbi circa il loro rientrare in uno scontro interimperialista tra
Russia e Stati Uniti, quand'anche certi aspetti possano in apparenza
far pensare il contrario. Ci riferiamo al fatto che, dopo il
disastroso periodo seguito all'implosione dell'Unione Sovietica, la
Russia non ha realmente completato l'opera di ristrutturazione
interna, e non pare in grado di attuare una vera e propria
competizione imperialista con gli Stati Uniti, quanto meno fuori
dall'area. L'incremento delle sue relazioni economiche e politiche sul
piano internazionale attengono sì a una fase di espansione, ma allo
stato delle cose più difensiva che offensiva. Difensiva nei confronti
di un'evidentissima manovra di accerchiamento da parte degli Stati
Uniti, già installatisi militarmente in Kirghizistan e Uzbekistan: in
quell'Asia centrale, cioè, dove ancora fino al 2002 la Russia era
sotto scacco; ma in seguito lo
 scacco matto non c'è stato. Paesi baltici, Armenia, Azerbaigian,
Georgia e Ucraina hanno attualmente governi filo-statunitensi; c'è il
discorso dell'installazione di missili USA in Polonia; forti sono le
pressioni per l'ingresso nella NATO di Ucraina e Georgia. Ce n'è a
iosa per giustificare la reazione russa all'attacco georgiano alla
separatista Ossezia, a cui l'occidente disconosce quel diritto
all'autodeterminazione politico-statuale che invece ha imposto, con
massicci bombardamenti (i primi contro uno Stato europeo a far tempo
dalla fine della II Guerra Mondiale) alla Serbia per il Kóssovo. Vero
è che questa difesa dell'autodeterminazione osseta rivela una
altrettanto buona dose di ipocrisia della politica russa, che nega
alla Cecenia quanto rivendica per l'Ossezia. Ma tant'è. Una cosa è la
realpolitik, e altra la coerenza. Dispiace, semmai, che dalle
popolazioni oggetto di queste ricorrenti contese nazionaliste (e dei
sottostanti interessi
 economici ad esse estranei) non si sviluppi alcun moto di reazione in
nome dei propri reali interessi sociali.

Esiste però un interesse primario della Russia per il problema
energetico, suscettibile di sviluppi imperialisti. La questione
osseto-georgiana, oltre che attenere alle esigenze di difesa russa, si
collega direttamente al costruendo oleodotto BTC (da Baku in
Azerbaigian, via Tbilisi in Georgia fino a Ceyhan in Turchia), che
dovrebbe contornare il territorio della Federazione Russa. Azerbaigian
e Georgia sono in atto veri e propri protettorati statunitensi, legati
da cooperazione militare anche con Israele, a sua volta interessata ai
campi petroliferi azeri dai quali importa il 20% circa del suo
fabbisogno. La Russia è quindi parte della competizione energetica
mondiale, indipendentemente dal fatto di non avere bisogno di
importare petrolio o gas naturale. Tuttavia, ha l'esigenza di
controllare il trasporto dell'energia, in particolare verso l'Europa.
Non è per nulla azzardato pensare che il rafforzamento di questo
controllo possa rafforzare la
 posizione russa e consentire a Mosca di ristrutturarsi come grande
potenza, a scapito dell'influenza statunitense nella regione. Siamo in
una fase in cui le riserve mondiali di petrolio, gas naturale, uranio
e, per le necessita industriali, di rame e cobalto diminuiscono, e il
loro controllo è diventato vitale per i grandi sistemi economici.

Non vi è dubbio che se gli Stati Uniti riuscissero a mettere le mani
anche su petrolio iraniano (oltre a quello iracheno; l'Irak, non
dimentichiamocene, sta al secondo posto nel mondo per riserve
petrolifere comprovate), e a ridurre al rango di docili vassalli gli
Stati asiatico-caucasici attraverso cui dovrebbero passare i
progettati nuovi oleodotti, avrebbe tutti i numeri per diventare
realtà il sogno dell'establishment yankee di fare del XXI secolo un
secolo più statunitense di quello già trascorso. Nella situazione
globale del nostro tempo, a conti fatti, finisce con l'avere scarso
peso il nome del prossimo inquilino della Casa Bianca, poiché - se è
giusto vedere un elemento duramente propulsore verso questo obiettivo
nell'attuale dirigenza statunitense, legata alla lobby petrolifera
texana - è altresì vero che ogni Presidente prossimo venturo dovrà
fare i conti con quella che è una specifica esigenza
economico-strategica degli Stati Uniti
 (paese, ed economia, oggi in forte crisi, con debito estero
spaventoso e in una parte non secondaria verso la Cina). Se il
progetto si realizzasse lo strangolamento cinese e russo avrebbe
un'ovvia conseguenza. La grande pericolosità di siffatta situazione
non dipende solo dalla forza militare statunitense, ma anche dal fatto
che l'assoluta prevalenza degli specifici interessi macroeconomici e
militari degli Stati Uniti, e disconoscimento di qualsivoglia
limitazione, sono anche formalmente dottrina ufficiale di Washington.
Una specie di "dottrina Monroe" globalizzata, che (incrociamo le dita)
potrebbe portare anche all'uso locale di armi nucleari.

Oggi gli Stati Uniti devono fare i conti non solo sul loro versante
esterno, ma anche con il proprio sistema economico, il che fa pensare
(speriamo) che anche per essi valga la costante storica del declino
come fase successiva a quella del dominio. Le cose non vanno bene per
l'economia USA e per la sua popolazione. Rischia di finire il regno di
bengodi del periodo posteriore alla II Guerra Mondiale. La quota di
partecipazione statunitense alla produzione mondiale si aggira sul
23%; gli USA sono il paese più indebitato, e solo i flussi finanziari
provenienti dall'Europa, dal Giappone e dalla Cina sono essenziali al
finanziamento del deficit nordamericano. La crescita economica
statunitense si è basata su un comportamento delle famiglie yankee che
ricorda quello della cicala nella fiaba "La cicala e la formica": cioè
consumi di gran lunga superiori ai livelli produttivi, col risultato
di un indebitamento medio dei cittadini statunitensi che supera il
 110% del loro reddito annuo, e comporta livelli crescenti della
percentuale degli interessi per questo debito sul montante medio delle
delle loro spese. La serie di esplosioni di bolle speculative
finanziarie non è stata certo un balsamo, e la recessione incombe
eccome. Potenza economico-finanziaria in forte crisi, ma dotata di
spaventosa potenza militare, i dirigenti degli Stati Uniti sanno bene
che il tempo gioca in senso sfavorevole, e questo ci fa correre il
rischio di scelte avventuriste dalle conseguenze tragiche.


Pier Francesco Zarcone

22 agosto 2008


Nota:
1. Gli Stati Uniti, fornitori di circa i ¾ della produzione mondiale
di petrolio, da tempo sono diventati importatori; e quindi dipendenti.



Da http://www.anarkismo.net


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