(it) Torino: Aggiornamento di tutti gli Appuntamenti prima di Arrivare al 30 ottobre

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Mar 16 Ott 2007 10:55:12 CEST


30 ottobre '07 sentenza per i "devastatori" antifascisti torinesi
Ore 9 del mattino, colazione musicale davanti al palagiustizia di Torino.
C.so Vittorio Emanuele, mezzi che passano in zona:
Bus 55, 56, 68.
Tram 9 e 16
Metrò Fermata Principi D'acaja
Parteciperanno in vari modi, tutte le realtà antifasciste di Torino e provincia.
Prima di quella data ci saranno degli eventi cittadini in solidarietà
con i Compagni antifascisti:
Mercoledì 17 ottobre alle ore 21

Il Comitato antifascista 18 Giugno
Organizza
 presso il salone di corso Ferrucci 65 A, Torino conferenza dibattito:
"L'antifascismo non si arresta" con la partecipazione di associazioni,
realtà cittadine, personalità della cultura, tra cui Marco Revelli

Per arrivare in C.so Ferrucci, 65 i mezzi pubblici sono
Tram 9 e 16
bus 55 e 68

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LUNEDI' 22 OTTOBRE 2007

ORE 21:00

ASILO SQUAT
VIA ALESSANDRIA, 12 TORINO

Ultima Assemblea Organizzativa d'aggiornamento per il presidio Musicale
Antifa del 27 Ottobre in Piazza XVIII Dicembre Porta susa e quello del
30 ottobre davanti al PalaGiustizia

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Sabato 27 Ottobre

ORE 16:00 PUNTUALI!

Gli antifascisti delle case occupate, dei centri sociali e tutte le
realtà Antagoniste ed Anarchiche torinesi hanno organizzato una dance
hall in piazza ( musica reggae & Hip hop) e distribuzioni informativa
presso P.za XVIII Dicembre Porta Susa

D.J set from Radio Black out!

Yardcore

Madò che crew

Dj Sakko from nun te reggae crew

D.J Manu

Dalle Ore 16:00 in Poi


DI SEGUITO L'ESITO DELL'ULTIMA UDIENZA:

Dopo oltre 5 ore di udienza (per i fatti di Torino del 18 Giugno 2005)
dove son passati oltre 10 testimoni della difesa e le dichiarazioni
rilasciate dai Compagni imputati, il processo è stato fissato per il 30
Ottobre 2007 dove la Giuria emetterà la sentenza.

Ecco 3 dichiarazioni scritte e lette davanti ai giudici, che I compagni
Tobia e Puta e Andrea hanno chiesto di postare su internet:

Autodifesa di Tobia al processo per devastazione e saccheggio per il
corteo antifascista del 18 giugno 2005 letta nell'udienza del 17 luglio
2007

L'imputato è stato interrotto più volte dal presidente del tribunale
nelle parti in cui criticava l'opera di Tatangelo e di Chiamparino.
Della parte relativa a Sole e Baleno non è stata permessa la lettura,
perché ritenuta non pertinente ai fatti in esame. L'intero testo è stato
consegnato agli atti.

Premetto che quanto dirò è responsabilità solo mia e non dei miei
coimputati.

Signori giudici,
Io sono qui davanti a voi per rispondere di un grave delitto:
devastazione e saccheggio.
Ma prima di essere giudicato da voi io mi sono sottoposto al giudizio di
un altro tribunale: quello della mia coscienza.
Il mio unico reato perpetrato è l'antifascismo e io sono fiero di essere
perseguito per questo motivo.
Uomini illustri mi hanno preceduto: l'anarchico Errico Malatesta, il
comunista Antonio Gramsci, il socialista Sandro Pertini. Di fronte alle
persecuzioni che essi - e numerosi altri - patirono per la difesa dei
propri ideali, i miei guai giudiziari sono ben misera cosa.
Il fascismo - come tutti sanno - è quella concezione politica che vede il
forte - su scala gerarchica - dominare il debole, attraverso la
costituzione di uno Stato totalitario da cui siano bandite ogni forma di
opposizione politica o di semplice dissenso e gli avversari, quando non
siano eliminati fisicamente, siano ridotti all'impotenza attraverso la
repressione poliziesca: il carcere, il confino (definito recentemente
anche "villeggiatura"), l'ammonizione, l'arresto preventivo "in
determinate contingenze".
Essere antifascista è mio intimo convincimento e credo fermamente che
tale patrimonio etico debba essere presente non solo nel DNA di noi
"sovversivi" ma anche in quello di ogni sincero democratico.
L'antifascismo è parte integrante della mia esistenza, non solo
attraverso la lotta politica quotidiana, ma anche sul piano della
conservazione della sua memoria storica, come attestano le dichiarazioni
di stima e di simpatia per la mia persona - presentate agli atti - da
parte dell'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della
Società Contemporanea, del Centro Studi Piero Gobetti e dell'Archivio
Nazionale Cinematografico della Resistenza, associazioni culturali rette
da insigni rappresentanti della cultura antifascista torinese, la cui
amicizia mi onora.
Ma io non mi trovo in quest'aula per essere giudicato come antifascista,
bensì come devastatore e saccheggiatore.
Queste accuse prive di ogni fondamento logico - a prescindere dalla loro
rilevanza penale - offendono la mia persona e quella coerenza profonda
ai miei ideali a cui si è sempre uniformata ogni mia azione.
Non sono venuto qui a difendermi. Questo è compito della difesa che
svolge egregiamente.
Non intendo quindi parlare di quei 6 secondi di attrito con la PS che ci
hanno condotto in carcere, seguito da 6 mesi di arresti domiciliari e 3
di obbligo di firma trisettimanale, in quanto ritenuti individui
oltremodo pericolosi per la comunità. Un vero accanimento persecutorio
se equiparato all'entità dei fatti accertati, e quand'anche vi fosse
dimostrato un nostro coinvolgimento diretto. Accanimento che continua
tuttora, come dimostra il recente arresto degli universitari rei di
essersi opposti ad una manifestazione neofascista all'interno
dell'ateneo cittadino, detenzione richiesta dallo stesso Pm che
rappresenta l'accusa in questo processo. In un paese normale simili
addebiti potrebbero essere passibili al massimo di denuncia a piede
libero. La linea dura adottata attualmente dalla procura torinese
dimostra chiaramente che, come nel nostro caso, si vogliono colpire non
i reati eventualmente commessi ma l'impegno antifascista che si muove al
di fuori degli ambiti istituzionali.
Noi non siamo devastatori né saccheggiatori. Ad altri, mascherati sotto
il mantello della legalità e protetti dai codici, compete questo titolo.
L'unico reale pericolo da noi rappresentato è quello delle nostre idee,
delle nostre insane utopie, della nostra scomoda presenza nel tessuto
cittadino, della nostra non acquiescenza alle politiche istituzionali
liberticide, sia di destra che di sinistra.
Noi facciamo parte di un movimento generale che si oppone non solo alla
guerra ma anche alle invasioni militari camuffate da missioni di pace,
che si oppone allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, che si oppone a
questa società repressiva del razzismo della galera e dei lager (detti
eufemisticamente Centri di Permanenza Temporanea) che si oppone a tutte
le devastazioni ambientali (anche a quelle fatte in nome di un falso
progresso), un movimento che non accetta compromessi con la politica
reale e che non ha abbandonato l'idea di una radicale trasformazione che
renda la società a misura d'uomo e non del capitale, affinché ogni uomo
o donna sul pianeta vengano considerati come individui e non come merci.
Per questo noi siamo pericolosi e da rinchiudere.
Rammento alla corte che, sebbene tutti individuati dalla Digos, i
componenti della squadra degli accoltellatori del Barocchio - ad
eccezione dell'unico ritenuto colpevole di tentato omicidio - non sono
stati arrestati e non hanno subito misure cautelari, né fastidi di alcun
tipo. Al contrario di noi, i loro nomi e le loro fotografie non sono
comparse né sui giornali né nelle televisioni. E persino
l'accoltellatore omicida ha avuto il riguardo - sull'unico giornale che
l'ha pubblicata - di veder stampata la propria immagine con una larga
striscia nera che gli copriva gli occhi. Siccome le foto segnaletiche
sono fornite alla stampa dalla Digos, è palese - non ce lo siamo
inventato - che qualcuno di fatto gode di ampie protezioni in questura
mentre qualcun'altro all'inverso deve subire tutto il rigore della legge
e della criminalizzazione mediatica. I fascisti - in fondo - non
costituiscono alcun pericolo sociale: accoltellano solo gente come noi.
Tra chi - con chiara intenzione omicida - accoltella al ventre persone a
lui sconosciute ma di diversa estrazione politica, colte nel sonno, e
chi - dopo una brutale quanto inutile carica poliziesca - distrugge un
tavolino per autodifesa, non ci devono essere dubbi di sorta su chi sia
il vero criminale.
Evidentemente la vita umana - nel caso di un anarchico o di un comunista
antagonista - vale molto meno del tavolino di un bar.
La società può dormire sonni tranquilli. I violenti, coloro che volevano
solo manifestare il proprio dissenso e che - prima di essere caricati
dalla PS - non avevano commesso alcun reato, hanno subito il giusto
castigo: carcere, arresti domiciliari, firma. E tutto ciò sotto la spada
di Damocle di un capo d'accusa assurdo che - se sarà da voi confermato -
contempla delle pene altissime. Fino a 15 anni.
E questo mentre i bravi ragazzi dal coltello facile possono continuare
indisturbati le loro vili aggressioni senza che la legge si accanisca
nei loro confronti.

Signori,
A noi sono stati rubati 9 mesi della nostra esistenza perché alcuni
manifestanti - nulla prova un nostro coinvolgimento in tali episodi -
hanno bruciato qualche tavolino e qualche sedia, mentre chi ha
accoltellato i nostri compagni o e già fuori di prigione o non c'è mai
entrato.
E questo mentre le aggressioni con coltelli nei confronti dei ragazzi di
aree politiche antifasciste continuano con un'escalation preoccupante: a
Roma, Milano, Verona e in tantissime altre località.
E questo mentre i vari consigli comunali anche di città medaglie d'oro
della resistenza (come è il caso di Torino) si preoccupano, discutono,
invocano sgomberi solo per i "disagi" creati dai centri sociali e non
sprecano una parola (come è il caso del sindaco della nostra città) per
condannare le aggressioni fasciste a mano armata.
Paradossalmente accoltellare un avversario politico (ovviamente se
l'autore del gesto è di destra) per la procura torinese è penalmente
meno grave che la resistenza alla forza pubblica.
Non c'è da stupirsi quindi se il fenomeno cresce. Chi accoltella gode
della semi-impunità mentre chi rovescia una sedia la paga duramente.
La recentissima aggressione di Villa Ada a Roma, dove una squadraccia di
una cinquantina di fascisti armati di coltelli e bastoni hanno aggredito
dei pacifici spettatori di un concerto - ferendone due in modo grave -
solo perché colpevoli di essere andati ad ascoltare un complesso
notoriamente di sinistra, dimostra l'ampiezza del fenomeno. E questo
perché ci troviamo di fronte ad un caso eclatante che è balzato sulla
cronaca nazionale, ma sono tantissime le aggressioni in tutta la
penisola anche se, fortunatamente perché di minor gravità e con minori
danni, non arrivano sulle prime pagine.

Come ho già detto non sono venuto qui a difendermi e nemmeno a
discolparmi.
Non confuterò quindi le affermazioni di parte portate in quest'aula dagli
agenti Digos perché è a tutti noto che si tratta di pratica corrente in
ogni processo per reati di piazza, dovuta al "senso di appartenenza" e
per espresso ordine del capo della polizia.
Sebbene le azioni di cui mi si accusa - così come sono state formulate
dal pubblico ministero - ripugnino alla mia coscienza, io rivendico
tutto quello che ho fatto il pomeriggio del 18 giugno 2005, manifestando
pubblicamente e a viso aperto il mio antifascismo.
Io quel giorno ero pervaso da un'indignazione enorme per quanto era
accaduto: un mio caro amico era finito all'ospedale gravemente ferito,
rischiando la vita senza alcun motivo, solo perché la pensava
diversamente da una banda di assassini nazisti, che non aveva mai visto
né incontrato.
Volevo manifestare pubblicamente tutto il mio sdegno, informare la città
intera di quanto era successo, comunicare alla società civile che il
fascismo era sempre in agguato e pronto ad uccidere.
Nonostante tutti i divieti di PS lo consideravo, e lo considero tuttora,
un mio diritto. E volevo esprimerlo in centro, non sul lungo Po o sulla
tangenziale.
Questo è il mio unico reato.
Se abbia rilevanza penale o meno, sta a voi deciderlo. Il tribunale della
mia coscienza mi ha già assolto.

Signori della corte,
L'antifascismo è per me solo il primo gradino, quello in cui - come dissi
poc'anzi - sono accomunati sovversivi e sinceri democratici. Ma io sono
un anarchico, un esponente di quella dottrina politica che vuole la
massima espressione di libertà ed uguaglianza fra gli uomini, che
propugna l'abolizione dello Stato, che preconizza una società
autogestita, federata dal basso in cui scompaiano definitivamente il
gendarme e la prigione, in cui non vi sia più legge decretata dall'alto.
Quindi non è alla legge dei codici a cui mi appello, ma ad un'altra
legge, nata nel secolo dei lumi, cui - pena il ritorno alla barbarie del
dispotismo medievale - tutti si sottomettono, anarchici e magistrati: la
legge della ragione.
Ed è in nome di questa legge che desidero sottoporre a questa corte
alcuni quesiti.
Il 5 marzo del 1998 - su richiesta dei PM che presiedono l'accusa
odierna, il signor Marcello Tatangelo e il procuratore Maurizio Laudi
che lo ha sostituito in altra udienza - furono arrestati tre miei
compagni, Edoardo Massari, Maria Soledad Rosas e Silvano Pelissero.
Allora come oggi i pubblici ministeri presentarono accuse esageratamente
sproporzionate all'entità dei fatti accertati. Anche allora venne
rifiutato ogni beneficio relativo alla scarcerazione. Il risultato di
questa inchiesta fu la morte per impiccagione - in stato di detenzione
cautelare - di due degli imputati, Edoardo Massari e Maria Soledad Rosas.
Il movimento anarchico e antagonista torinese individuò nell'operato dei
due PM la responsabilità di queste morti. E il giorno della lettura
della sentenza al processo Pelissero il pubblico presente in aula
espresse ad alta voce il proprio dissenso gridando loro "boia
assassini". Vi furono denunce nei confronti di 14 persone, che il
tribunale di Milano ha successivamente condannato in primo grado a 6
mesi per vilipendio.
Io mi onoro di far parte di questo gruppo perché la mia coscienza mi
impone di gridare sempre forte e dovunque quella che io penso essere la
verità.
Oggi gli stessi magistrati da me "vilipesi" siedono sul banco
dell'accusa. Non conosco le leggi dello Stato ma - appellandomi
unicamente alla legge della ragione - vi domando: in quale paese civile
un querelante
sostiene, in altra e diversa causa, le accuse contro un ex querelato? E -
quand'anche fosse esclusa ogni volontà di malanimo nei miei confronti -
come potrebbe il giudizio di una persona "offesa" essere equo e
obiettivo?
Ma non Basta. Dopo che la corte di cassazione, ridimensionando i capi
d'imputazione, mise la parola fine a quella dolorosa vicenda, io scrissi
un libro, dal titolo "Le scarpe dei suicidi", in cui le accuse urlate a
voce erano espresse nero su bianco e da me sottoscritte, dove il lavoro
dei due PM era da me messo in discussione e ridicolizzato proprio sulla
base degli atti dell'inchiesta.
Questo libro è stato edito come autoproduzione dal Fenix, proprio quella
Casa occupata di corso San Maurizio dove si è concluso il corteo per cui
siamo imputati, il cui immobile l'attuale PM, dopo averlo fatto
sgombrare, ha posto (caso unico in Italia) per più di un anno sotto
sequestro giudiziario.
Penso che non vi sia altro da aggiungere e che chiunque ragioni con la
propria testa sappia facilmente trarre le debite conclusioni da quanto
ho esposto.
Ora io vi domando, signori della corte, come posso io oggi veder
salvaguardati i miei diritti alla difesa? Come potrei mai accettare di
rispondere alle domande di questi PM quando tra me e loro si ergeranno
sempre i cadaveri dei miei due compagni Sole e Baleno? E quando io fossi
condannato per devastazione e saccheggio - perché quanto verrà deciso in
quest'aula inevitabilmente sarà commentato fuori - chi impedirà alle
persone ragionevoli di pensare che io non sia stato punito per i reati
contestati ma a causa delle mie opinioni?
Opinioni espresse non solo riguardo all'operato dei PM ma anche nei
confronti del funzionario DIGOS che ha presieduto l'attuale inchiesta,
Giuseppe Petronzi. Costui nel mio libro è ripetutamente schernito
proprio sulla base dei documenti prodotti dal suo ufficio.
Essendovi in gioco evidenti motivazioni personali da parte dei miei
accusatori, vi chiedo: quale equanimità di giudizio può essere garantita
in simile situazione?
"Ne ferisce più la penna che la spada" recita un vecchio adagio ed è
proprio di questi delitti che sono chiamato a rispondere.

Vorrei concludere con alcune considerazioni generali.
All'origine degli eventi che vedono oggi imputati me ed i miei compagni
vi è un'aggressione di neonazisti al Barocchio, ma costoro rappresentano
solo l'aspetto carnevalesco (anche se armato e omicida) di un fascismo
di cartapesta.
Il vero fascismo è come un cancro che si insinua lentamente nei gangli
vitali dello Stato di diritto. Una malattia, come la storia dimostra, da
cui non è immune nessuna democrazia.
Fascismo è quanto è successo a Genova nel 2001 quando venne giustiziato a
sangue freddo dai carabinieri il giovane Carlo Giuliani, quando - con
l'avvallo del governo - venne sospeso ogni diritto costituzionale e i
manifestanti arrestati furono sottoposti a tortura, come testimonia
ampiamente il rapporto di Amnesty International.
Fascismo è quando - e scuse ce ne sono e ce ne saranno sempre tante (il
terrorismo, la violenza allo stadio, la microcriminalità diffusa,
l'immigrazione clandestina, ecc.) - vengono varate leggi sempre più
restrittive della garanzia delle persone.
Fascismo è quando un ministro dell'interno considera alla stregua di
terrorismo le scritte nei gabinetti e ogni critica all'operato di un
pubblico amministratore, di un vescovo, di un magistrato o di un
poliziotto.
Fascismo è quando il 25 aprile e il primo maggio la Digos torinese
strappa con la forza gli striscioni degli anarchici perché non recitano
ciò che piace ai padroni di destra e di sinistra.
Se vincerà questo fascismo a patire non saremo solo noi sovversivi (anche
se siamo e, come sempre, saremo i primi ad esserne colpiti) ma tutti i
cittadini che vedranno irrimediabilmente compromessi i propri spazi di
libertà.
L'ingiuria maggiore la riceveranno quelle migliaia di italiani che
offrirono la loro vita nella lotta contro il nazifascismo per
salvaguardare la libertà di tutti di esprimere il proprio pensiero e di
manifestare liberamente.
Essi non sono morti invano, vivono nei cuori di tutti coloro che
preservano la memoria del loro sacrificio.
Solo quando i valori che hanno affermato a prezzo del loro sangue saranno
completamente dimenticati, essi morranno per sempre.
E questo - per quanto mi riguarda - non dovrà mai accadere.

Tobia Imperato
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DICHIARAZIONE RILASCIATA DA MAURO "PUTA" LUSSI


La mattina del 12 giugno 2005, poco prima dell'alba, dentro il mio
carrozzone - che si trova al centro del cortile del Barocchio - fui
chiamato da un amico in preda al panico che urlava: "Mauro, sei vivo?".
Mi svegliai di soprassalto urlando "Sì, sono vivo!" e, uscendo dal
carrozzone, vidi due miei amici coperti di sangue e pieni di tagli.
Incredulo e soddisfatto l'amico che mi aveva svegliato, era contento di
vedermi vivo.
Avevamo subito un altro attacco da neo-fascisti e/o neo-nazisti, la
squadraccia per fortuna non si era resa conto della mia presenza nel
carrozzone, avendo come obiettivo quello di entrare nella casa per
sorprendere nel sonno le persone che vi abitavano.
Fortunatamente le persone si resero subito conto del frastuono causato
dall'aggressione delle belve sanguinarie - che erano ormai entrate nel
cortile - riuscendo a respingerle con grande sforzo asserragliandosi in
casa dietro ad una porta di ferro, ormai unica difesa, che a fatica
erano riuscite a chiudere senza spezzare qualche braccio armato di
coltello che cercava ancora di fendere colpi assassini. Mentre nel
cortile rimanevano i due amici feriti, che nel frattempo si erano
nascosti, ed io, rimasto a dormire nel carrozzone e che non mi ero
accorto di niente.
Non era il primo attacco che subivamo poiché da anni siamo bersaglio di
attacchi: all'inizio sembravano ragazzate, dato che si trattava di lanci
di uova e pietre, automobili con i vetri in frantumi; ma quando si è
arrivati alle molotov buttate contro la porta del Barocchio, alle auto
incendiate o a tentativi sventati di bruciarle ci siamo resi conto che
non si trattava di ragazzate ma qualcosa di molto più serio.
Tali azioni a volte erano rivendicate da svastiche, scritte e adesivi di
gruppuscoli di estrema destra sui nostri furgoni.
Erano sette mesi che eravamo costretti a passare la notte in piedi a
difendere la casa, dato l'intensificarsi degli attacchi.
Sembrava si fosse tornati al tempo dei rastrellamenti più sanguinari del
nazi-fascismo - come nei racconti dei nostri vecchi che quell'epoca
hanno vissuto - quando per sfuggire alle persecuzioni dovettero
nascondersi sui boschi e sulle montagne. Mentre i nazi-fascisti,
continuando le scorribande nei piccoli centri, trovavano solo più donne
e bambini, perpetrando violenze carnali sulle donne e violenze di ogni
genere, bruciando e depredando, in qualche caso, villaggi interi
annientando ogni possibilità di dimora.
Cose che, a leggere i giornali oggi, si pensavano relegate solo nei libri
di storia. In realtà aggressioni del genere avvengono sempre più spesso
in diverse città italiane, ricordiamo ad esempio Davide Cesare (Dax)
sgozzato in una notte milanese davanti a un bar da un padre fascista che
voleva insegnare ai figli come difendere il territorio. Per altro non
perseguito più di tanto dalla legge né criminalizzato dai media.
Mentre i giornali nel 1993 diedero molta rilevanza ai fatti di Rostock,
dove i gruppi neonazisti tedeschi avevano attaccato e bruciato gli
immigrati stranieri nelle loro case, di quanto accade in Italia se ne
parla il meno possibile.
Dopo l'aggressione scrivemmo un manifesto informativo e dei volantini. Il
sabato successivo, 18 giugno, ci ritrovammo in un presidio antifascista
in piazza Madama Cristina.
Tale presidio aveva lo scopo di rendere pubblico che i neo-fascisti
armati di coltello ti entrano in casa anche nella Torino 2005. E poiché
il presidio fu molto partecipato, decidemmo di muoverci tutti insieme in
corteo per far sapere alla cittadinanza torinese e al mondo intero,
attraverso volantinaggi e attacchinaggi, cosa potrebbe succedere a
chiunque, ovviamente se antifascista, anarchico, squatter, comunista,
omosessuale, immigrato, zingaro, barbone

Trattammo con le forze dell'ordine per riuscire a muoverci.
Alcuni manifestanti decisero di coprirsi il volto per non farsi
identificare e fotografare, finendo così negli schedari dei gruppi
neo-nazisti (che sappiamo esistere), non certo allo scopo di non farsi
riconoscere dalla polizia che nelle due ore precedenti, durante il
presidio, sapevamo averci abbondantemente fotografato e filmato.
Partito il corteo da piazza Madama Cristina come sempre le forze
dell'ordine si schierarono in gran numero davanti e dietro. Imboccata
via Madama Cristina, fu bloccato in corso Marconi. Dopo lunghe
trattative e grande tensione per il rischio di essere caricati, si
riuscì a percorrere corso Marconi fino in via Nizza dove ci fu un altro
blocco e altre tensioni, perché la nostra intenzione continuava a essere
quella di informare i torinesi che di solito il sabato pomeriggio si
riversano nelle vie del centro per le loro spese.
Le trattative al primo blocco in via Nizza ci permisero solo di avanzare
fino all'angolo di via Berthollet, dove un altro blocco - costituito
questa volta dalla Celere nervosissima con blindati alle spalle - ci
costrinse a svoltare in via Berthollet.
In tutta San Salvario le forze dell'ordine avevano preventivamente
terrorizzato, paventando il rischio di vetrine infrante e facendo
abbassare le serrande, gli esercizi commerciali che nella zona sono in
gran parte di stranieri, cosa che non fecero in via Po.
Al passaggio del corteo alcuni manifestanti rialzarono delicatamente le
serrande e spiegarono le ragioni anche antirazziste della
manifestazione. Molti riaprirono e solidarizzarono con i manifestanti
donandoci acqua, bibite e brioche. Tutto questo durante un ulteriore
blocco della Celere che minacciava di caricare all'angolo di via
Berthollet con via Sant'Anselmo. Anche qui, come nei precedenti blocchi,
lo spazio tra la prima fila dei manifestanti e la polizia era molto
esiguo, si era praticamente a contatto; quindi i manifestanti sentivano
chiaramente le minacce e gli insulti che provenivano dai celerini.
Qui, esclusa ogni possibilità di trattativa, il corteo fu costretto a
svoltare in via Sant'Anselmo e poi in via Galliari giungendo nuovamente
in piazza Madama Cristina. Da lì, dopo una rapida trattativa, fu dato il
permesso di percorrere via Madama Cristina in direzione Corso Vittorio
Emanuele, dove fummo nuovamente bloccati. L'ennesima trattativa ci
permise di passare in via Accademia Albertina per raggiungere i giardini
reali dove la manifestazione si sarebbe conclusa. Trattasi di una via
destinata in gran parte ai parcheggi, in cui non ci sono negozi e,
soprattutto, non c'è possibilità di comunicare con la gente.
Giunto all'angolo di via Accademia Albertina con via Po (nella quale
tutte le attività commerciali erano in piena funzione, negozi e
bancarelle di librai e artigiani sotto i portici), il corteo - cercando
di informare le persone che si trovavano in centro - tentò di piegare
verso piazza Castello, trovandosi di fronte a un blocco composto anche
di mezzi blindati che strozzavano la via. Quindi ci trovammo ancora una
volta a stretto contatto con la Celere, che continuava ad aumentare di
numero. Le seconde file erano ancora più aggressive e insultavano e
minacciavano i manifestanti.
Qui io ricordo personalmente di aver chiesto a chi avevo di fronte: "Ma
allora è una questione personale?" La risposta è stata: "Sì",
immediatamente seguita dalla carica e dal lancio di lacrimogeni, da cui
io con non poca difficoltà riuscii a svincolarmi, illeso, da
manganellate che arrivavano da tutte le parti. Fortuna, questa, che non
è toccata a tutti.
Il corteo fu disperso. Una decina di metri più in là, quando mi girai tra
i fumi dei lacrimogeni, non vidi più nessuno in via Po, tranne la
polizia. Io mi buttai in una via laterale in direzione dei giardini
reali, i manifestanti infatti si trovavano quasi tutti nelle vie
laterali. Mi riaffacciai un attimo su via Po dove vidi che c'era una
"barricatina", quella che sui giornali i giorni successivi - con foto
prese dal basso - verrà descritta come una barricata enorme che bloccava
via Po. Poi mi sono rigirato nella via laterale e ho proseguito il
cammino verso corso San Maurizio dove una parte del corteo si era
ricompattata terminando - come concordato - la manifestazione ai
giardini reali. Ed è qui che si sparse la voce che quattro manifestanti
erano stati arrestati.

Il giorno dopo i giornali descrivevano soprattutto gli incidenti della
manifestazione, accennando solo marginalmente all'attacco fascista ad
una casa occupata che era il motivo del corteo. Un mese dopo, al momento
del nostro arresto per i fatti avvenuti in via Po, le nostra fotografie
risultavano ben chiare, e ripetutamente per diversi giorni, su giornali
e telegiornali nazionali e regionali, servizio che è stato risparmiato
ai presunti fascisti omicidi.

Ma cosa vuol dire oggi essere antifascisti? La memoria antifascista di
Torino e dell'Italia dove è finita? L'Italia non è una repubblica basata
sulla costituzione antifascista? Siamo solo noi gli antifascisti rimasti?

Mauro Lussi
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DICHIARAZIONE RILASCIATA DA ANDREA GROSSO


L'aggressione e il duplice tentato omicidio dei 2 occupanti del barocchio
avvenuta il 12 giugno 2005 è fatto gravissimo a Torino,
Per ogni antifascista che si dica tale, presenziare all'appuntamento in
piazza Madama Cristina era un dovere morale per dare un segnale forte in
una città medaglia d'oro alla resistenza.

Ribadisco il mio essere anarchico individualista e antifascista. Sono
cresciuto tra i racconti di nonni partigiani e bisnonni deportati a
Mauthausen e mai più tornati, e sento forte un passato che la mia
famiglia ha vissuto sulla sua pelle.
Il 18 giugno 2005 ero in Piazza Madama Cristina a dare la massima
solidarietà agli aggrediti.

Il corteo, per quanto determinato nei toni, si è svolto in maniera
pacifica e non ha mai accennato a violenze, quindi mi sembra privo di
fondamento la premeditazione da parte dei manifestanti per eventuali
disordini,che l'accusa sostiene.

Si temeva che lungo il percorso, ai bordi del corteo, potevano esserci,
se non gli autori dell'aggressione, altri fascisti, per fotografare i
manifestanti - pratica abituale di questi gruppi, che sono soliti
vendicarsi in maniera vigliacca con provocazioni e aggressioni.
Quindi, per tutelare la mia identità, anche perché svolgo un lavoro di
rappresentanza,ho deciso di partecipare al corteo a volto coperto.

Nel solo 2005, in tutta italia ,circa 80 aggressioni nei confronti di
centri sociali case occupate, militanti antifascisti e omosseuali.
Nel 2006 da gennaio ad aprile 18 atti vandalici nazifascisti, incendi e
40 aggressioni.
Episodi e numeri questi che fanno riflettere e vanno ad aggiungersi agli
omicidi di Dax a Milano nel 2003 e a quello di Renato a Focene nel
agosto 06 oltre,non ultima l'aggressione a Roma a Villa Ada.

È chiaro che la destra radicale in ascesa negli ultimi anni facilmente
passa all'offensiva e, come quasi sempre accade, chi paga con la morte o
con la repressione è la stessa che ha a cuore l'antifascismo.

22 giorni di detenzione nel carcere delle vallette.
6 mesi di arresti domiciliari.
Obbligo di firme trisettimanalmente
Un processo ancora in corso
Questo il prezzo pagato dagli antifascisti torinesi mentre ancora oggi le
provocazioni fasciste continuano impunite.


l'antifascismo è parte di me
respingo ogni accusa che mi viene rivolta

andrea grosso il purti


Da: <fenix-occupato -A- inventati.org>




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