(it) Comidad: Chi paga i costi della precarizzazione

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Gio 25 Gen 2007 11:47:44 CET


NEWSCOMIDAD
Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news precedenti,
può reperirle sul sito www.comidad.org,  sotto la voce "Commentario".
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CHI PAGA I COSTI DELLA PRECARIZZAZIONE
Da settimane il dibattito politico ripropone l'emergenza pensioni, mentre giornali
e telegiornali danno uno spazio crescente a comunicazioni di agenzie europee ed
internazionali sulla urgenza di affrontare la crisi previdenziale in Italia. 
Com'era  prevedibile, la recrudescenza della propaganda sulla necessità di una
ulteriore riforma delle pensioni ha avuto come immediato effetto pratico un
aumento delle domande di pensionamento, per il timore dei lavoratori di incorrere
nelle nuove normative, e ciò proprio mentre si parla in astratto di un aumento
dell'età pensionabile.

Che questo effetto sia voluto non è la solita ipotesi da liquidare come
dietrologica, dato che è confermato dalle dichiarazioni del Ministro delle Riforme
Nicolais, che ha dichiarato di voler ridurre il personale della pubblica
amministrazione anche tramite incentivi al pensionamento anticipato. Quindi, non
soltanto non viene incentivato l'innalzamento dell'età pensionabile, ma è al
contrario il prepensionamento che viene favorito.

I conti pubblici ed i conti previdenziali non c'entrano nulla con le continue
minacce di riforma delle pensioni, poiché lo scopo perseguito è quello di ridurre
al massimo il lavoro stabile per sostituirlo con lavoro precario o non sostituirlo
affatto. Nel processo di precarizzazione rientrano anche la propaganda sulla
necessità di inserire il merito e la valutazione nella gestione del lavoro. Si
tratta di un discorso astratto e demagogico che può facilmente riscuotere il
consenso da un'opinione pubblica ormai indottrinata da decenni su questi temi.

In realtà è scontato che la valutazione può facilmente diventare essa stessa - sia
se condotta da organi interni che affidata a organi esterni - un momento di potere
clientelare se non dichiara preventivamente le sue procedure e le sue garanzie.
Gli articoli che Pietro Ichino da tempo dedica a questa materia, si ammantano di
una retorica efficientistica, ma appena li si analizza denotano il loro carattere
di generici appelli moralistici.

Perciò anche questa propaganda non ha altro  effetto pratico che spaventare il
personale, spingendo coloro che già possono ad andare in pensione.

Questa linea, nell'ambito della pubblica amministrazione, si scontra ancora con i
limiti oggettivi imposti dall'organizzazione del lavoro, mentre nel settore
privato tutto ciò si è già risolto in una accentuazione del processo di
deindustrializzazione iniziato più di trenta anni fa.  È evidente che una società
divisa fra precari, pensionati e clandestini non ha molte risorse per competere,
ma in compenso può essere tenuta in una condizione permanente di conflitto
generazionale ed etnico. Questi sono i lineamenti inconfondibili di un processo di
colonizzazione, la cui profondità e gravità sfugge a causa della cortina di
propaganda che l'avvolge. La propaganda ufficiale è riuscita infatti ad annullare
qualsiasi traccia di pensiero concreto.

In una visione astratta del capitalismo può apparire priva di senso una
ristrutturazione del lavoro che risulti così onerosa per l'apparato previdenziale.
Occorre uscire perciò dalle analisi strettamente economicistiche per integrare il
concetto di capitalismo con quello di colonialismo. In una logica colonialistica è
perfettamente logico che i costi del processo di colonizzazione vengano scaricati
sullo stesso Paese colonizzato.

Il dissesto delle previdenza sociale non è quindi un evento paventato, ma al
contrario pianificato, è un costo necessario fatto pagare all'Italia,  per
neutralizzare la stessa Italia come concorrente e renderla una colonia commerciale
degli Stati Uniti.

25 gennaio 2007


Da: "Vincenzo Italiano" <italianovinc -A- alice.it>




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