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(it) USI-Ait Varese-Como -- LA REPRESSIONE CHE AVANZA, di Eugenio Losco - da A rivista anarchica, n' 419

Date Mon, 4 Dec 2017 08:21:05 +0200


Quale difensore, negli ultimi anni ho seguito le lotte dei sindacati di base, soprattutto nel settore della logistica, mi sono occupato in particolare delle denunce e dei relativi procedimenti instaurati nei confronti degli aderenti a tali sindacati o comunque dei loro simpatizzanti. Procedimenti che negli ultimi tempi si sono più che moltiplicati. All'evidenza il settore della logistica è considerato sempre più strategico per il nostro stato, che non si può permettere di tollerare simili proteste. È sufficiente ad esempio leggere la relazione dei servizi segreti 2016 al parlamento italiano per rendersi conto dell'importanza della questione: "Sul fronte occupazionale, le formazioni oltranziste, interessate a strumentalizzare vertenze e situazioni di tensione, hanno continuato ad incontrare difficoltà a proporsi come efficace alternativa ai sindacati tradizionali, fatta eccezione per gli ambiti lavorativi meno strutturati o connotati da una dimensione di estrema precarietà. Tra i settori più permeabili alle dinamiche contrappositive hanno continuato ad evidenziarsi quelli dei call center e delle cooperative operanti nel comparto della logistica, ove viene impiegata manodopera in prevalenza straniera. In tale ultimo settore il blocco delle merci e la conseguente paralisi dell'attività sono stati ciclicamente "agitati" come il migliore strumento di lotta, da adoperarsi in maniera sistematica per innescare il confitto". La risposta dello stato non poteva che essere dunque quella della messa in campo di un immediato apparato repressivo.

REPRESSIONE "PER LEGGE"

Praticamente non vi è protesta sindacale che non sia seguita da un procedimento penale. Questo per il solerte lavoro degli uffici politici delle questure italiane, pronti ad accogliere le lamentele della forza padronale, costituita per lo più da cooperative di dubbia provenienza. I reati che vengono contestati ai lavoratori (e ancor di più a chi ricopre un ruolo di rappresentanza sindacale) sono i più disparati. Certamente però i più comuni sono quelli previsti dall'art. 18 tulps e dall'art. 610 cp. L'art. 18 del testo unico sulle leggi di pubblica sicurezza (regio decreto 18.6.1931 n. 1931) è un reato contravvenzionale, all'evidenza di stampo fascista, che punisce, con la pena dell'arresto fino a sei mesi, i promotori di una riunione in luogo pubblico che non abbiano preavvisato le autorità almeno tre giorni prima dell'organizzazione della stessa. Gli elementi cardine di tale norma sono dunque l'organizzazione di una riunione in luogo pubblico e la punibilità per i soli promotori. Già questo semplice dato parrebbe dover escludere la contestazione di tale fattispecie di reato in ipotesi di scioperi quali quelli posti in essere dai lavoratori della logistica.
Il diritto di sciopero è infatti un diritto garantito a livello costituzionale (art. 40), diritto che non prevede alcun tipo di regolamentazione. Unica limitazione è prevista nel caso di scioperi relativi a servizi pubblici essenziali, dove è previsto un preavviso per lo svolgimento dello sciopero e l'effettuazione di alcuni servizi minimi. Tale normativa prevede, nel caso di mancato rispetto di tali regole, conseguenze di tipo disciplinare sia per i lavoratori aderenti sia per le organizzazioni sindacali che hanno proclamato lo stato di agitazione. Lo sciopero nei servizi pubblici che non abbia pertanto rispettato le regole previste dalla normativa è punito solo a livello disciplinare. Ma non penalmente. Vi sono più sentenze sia di merito che di legittimità che ad esempio hanno escluso la sussistenza del reato di interruzione di pubblico servizio (art.
340 cp) nel caso dei cosiddetti scioperi selvaggi, dove si verifica una astensione collettiva dei lavoratori senza il rispetto delle regole e dei preavvisi previsti dalle normativa. Tra tutte basti ricordare la decisione dell'Ufficio Gip di Milano in relazione a quanto successo a Milano tra la fine del 2003 e l'inizio 2004, quando migliaia di tranvieri dell'ATM violarono per 5 giorni le fasce protette. Per il giudice quello che la stampa definì sciopero selvaggio non integrava il reato di interruzione di pubblico servizio. I 4.106 tranvieri Atm furono prosciolti non vertendo nella fattispecie in ipotesi di illecito penale, ma solo amministrativo. L'illecito amministrativo infatti prevarrebbe sulla fattispecie generale penale perché, quando uno stesso fatto è punito sia da una disposizione penale sia da una sanzione amministrativa, si applica quella più "specializzante", che in questo caso è appunto quella amministrativa (Ufficio Gip Milano 29.11.2008).
Pare pertanto bizzarro che invece possa integrare reato uno sciopero in un settore diverso da quello dei servizi pubblici essenziali, dove non è previsto alcun tipo di forma per la sua proclamazione. Proclamazione peraltro che nel settore della logistica viene sempre fatta e comunicata ai datori di lavoro dai delegati sindacali. Le procure della repubblica ritengono però il reato sussistente ugualmente, attaccandosi alla speciosa distinzione tra astensione dal lavoro e manifestazione davanti ai cancelli. Ma il posizionarsi davanti al cancello altro non integra che una delle modalità di attuazione del diritto di sciopero. I lavoratori della logistica spesso durante gli scioperi si posizionano davanti ai cancelli per spiegare i motivi dello sciopero ai lavoratori e per intraprendere una trattativa con i responsabili della cooperativa. L'art. 18 dunque non dovrebbe in alcun modo trovare applicazione in caso di sciopero. Si tratta di una norma - peraltro alquanto desueta e di dubbia costituzionalità - pensata per evitare problemi di ordine pubblico nel corso di pubbliche manifestazioni. E peraltro la sua contestazione dovrebbe essere limitata ai promotori, agli organizzatori e non, come nel caso degli scioperi della logistica, a tutti i singoli partecipanti.
CON L'ACCUSA DI VIOLENZA PRIVATA
L'altra ipotesi di reato che viene spesso contestata ai lavoratori che partecipano agli scioperi è quella prevista dall'art. 610 del codice penale, la violenza privata. Si tratta di un reato che punisce, con pene fino a quattro anni, "chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa". Ancora una volta balza agli occhi la notevole distanza tra quanto previsto dalla fattispecie penale e l'attuazione del diritto costituzionale di sciopero. Il reato trova contestazione per lo più in quanto la specifica modalità di sciopero posta in essere nel settore della logistica (il cosiddetto picchettaggio e il blocco delle merci) impedirebbe al datore di lavoro di svolgere liberamente la sua strategica attività lavorativa e per di più impedirebbe l'accesso ai lavoratori eventualmente contrari alle ragioni dello sciopero. La modalità in cui viene attuato lo sciopero non può però di per sé costituire un illecito, per di più di carattere penale.
Perché eventualmente si possa parlare di limitazione della libertà personale deve comunque essere provata, in ogni singolo caso specifico, la sussistenza di minacce e violenza fisica posta in essere dai singoli lavoratori. Il reato non può essere dunque contestato solo perché posto in essere con le modalità del picchettaggio. Si tratta non di mie semplice considerazioni, ma di principi che già più volte sono stati affrontati dalla giurisprudenza della suprema corte: "l'esercizio del diritto di sciopero comporta la legittimità di praticare liberamente quelle azioni sussidiarie che sono ritenute necessarie per la riuscita dell'astensione. Il cosiddetto picchettaggio, vale a dire l'attività svolta dagli scioperanti per indurre eventuali dissenzienti a desistere dall'accedere al posto di lavoro, costituisce reato soltanto se sia accompagnato da violenza o minaccia". Nonostante questo il reato sopra descritto viene più volte contestato ai lavoratori della logistica che semplicemente si sono limitati ad esercitare il loro libero diritto di sciopero, senza minacciare o colpire con violenza altri lavoratori o i datori di lavoro. Oltre a queste due ipotesi di reato in alcuni casi sono stati contestati ai lavoratori anche delle fattispecie piuttosto fantasiose e strampalate. Mi riferisco ad esempio al reato previsto dall'art. 513 codice penale, turbata libertà dell'industria o del commercio o a quello di cui all'art. 508, l'arbitraria invasione e occupazione di aziende industriali.
Si tratta di ipotesi delittuose talmente assurde che si commentano da sole. Ipotesi delittuose che, ovviamente, dopo il riconoscimento del diritto di sciopero quale diritto fondamentale e di rango costituzionale, non hanno alcun senso e comunque non possono essere richiamate in caso di adesione dei lavoratori ad uno sciopero. Addirittura alcune volte è stato contestato anche il reato previsto dall'art. 331 codice penale, reato tipico dell'imprenditore, che punisce gli esercenti di servizi pubblici o di pubblica necessità che in maniera illegittima interrompono il loro servizio o sospendono il lavoro nei loro stabilimenti. Infine non si può non ricordare quanto recentemente capitato al sindacalista Aldo Milani, al quale addirittura, attraverso una vera e propria montatura, è stato contestato il reato di estorsione, conseguentemente incarcerato e poi sottoposto per alcuni mesi alla misura cautelare non detentiva dell'obbligo di dimora nel comune di residenza, misura alquanto limitativa della libertà di movimento. Il tutto solo per aver partecipato ad una trattativa sindacale vertente il riconoscimento e l'applicazione del contratto collettivo per i lavoratori. licenziamento, o per non rinnovar loro il contratto. E infine, visto che la gran parte dei lavoratori nel settore della logistica sono stranieri, tali denunce sono utilizzate dai vari uffici immigrazione delle questure quale strumento di ricatto per il rinnovo o meno del titolo di soggiorno.

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